bistrot

VII°

Siamo ormai a Novembre ed io non so decidere, più passa il tempo più divento cupo e silenzioso, mi sembra di leggere negli occhi di tutti un muto rimprovero. Ti scorgo attraverso la porta socchiusa, sei nuda davanti allo specchio, mi vedi riflesso e mi mostri la lingua, rispondo facendo le boccacce e tu mi tiri un cuscino, ti stringo, ti abbraccio, ti bacio, ma tu ti accorgi della mia angoscia, senti che non c’è allegria nei miei gesti, ma solo tenerezza ed una profonda tristezza.

“Andiamo fino a Porta Palazzo, magari tra le bancarelle del Balôn ti svaghi un po’.”

E’ una giornata uggiosa, la pioggia scende fine, fine, una cappa grigio sporco avvolge la città, si sente stagnante l’aroma delle caldarroste.

In piazza Castello, proprio davanti a Palazzo Madama incrociamo Joe ed Ivan che mi guardano con aria interrogativa. Mi sento imbarazzato e volgo lo sguardo verso la cupola del Guarini, la cupola della Sacra Sindone ormai restaurata e libera dei ponteggi sembra indicare con rimprovero il cielo.

“Come mai il Guarini non ha dato una facciata alla chiesa di San Lorenzo?”

“Il progetto era splendido, ma i duchi di Savoia non avevano abbastanza soldi.”, sono stranamente laconico e tu mi guardi preoccupata.

Siamo davanti al  palazzo del Comune, guardi la statua del Conte Verde.

“Non mi hai mai raccontato niente a proposito del Conte Verde.”

“Non mi sono interessato alle Crociate.”

Decidi di rispettare il mio desiderio di silenzio e guardi le vetrine di via Milano. Per un attimo ti soffermi davanti al negozio di abiti da sposa, poi temi che me ne sia accorto, arrossisci e mi scruti di sottecchi, io faccio finta di non averlo notato. Passiamo davanti alla facciata gotica della chiesa di San Domenico, ignoro la chiesa dei Santi Maurizio e Lazzaro, una delle mie favorite insieme alla Cappella della Congregazione dei Mercanti e dei Banchieri in via Garibaldi. Arriviamo in piazza della Repubblica, tra i manifesti appesi ai muri noti una locandina e ti fermi a guardarla: “Al Charlie Chaplin danno la versione originale restaurata del Terzo Uomo, andiamo a vederla, tra poco inizia il primo spettacolo.”

Giriamo in corso Regina Margherita per andare a prendere via della Consolata.

“Non mi ricordo come si chiama quel complesso di Ospedali dall’altra parte della strada.”

“La piccola Casa della Divina Provvidenza, ma tutti lo chiamano il Cottolengo…”, ho trovata la soluzione!

Ti stringo e ti bacio, tu mi guardi, sorpresa dal mio improvviso cambiamento.

Ho trovato la soluzione, potrò portare a termine la mia missione e nello stesso tempo ti metterò al sicuro, ti perderò, era scontato fin dall’inizio, ma almeno tu potrai continuare a vivere, magari imparerai anche a non rimpiangermi troppo.

Guardo gli stucchi del soffitto del cinema sembrano festoni di trionfo, ma il mio non è un trionfo, mi restano troppo pochi giorni da passare con te, ma comunque non è una completa sconfitta.

Quando si spegne la luce ci scambiamo effusioni da liceali, sei felice, hai ritrovato in me quell’affetto che temevi perduto.

A casa incomincio a telefonare ed è tutto un susseguirsi di chiamate, il telefono, fino ad oggi costantemente silenzioso, continua a squillare, tu lo guardi stupita di questo improvviso risveglio.

Sono giorni di attività frenetica, se non telefono, ti trascino per Torino come ad un pellegrinaggio ai luoghi per me più cari: la Palazzina di Caccia di Stupinigi, la Reggia di Venaria, la Sacra di San Michele e soprattutto Superga. Tanto ero taciturno, quanto adesso sono ciarliero,

parlo in continuazione, euforico, ti contagio con la mia allegria, ma ogni tanto mi guardi preoccupata intuendo il fondo di malinconia che ho nel cuore.

“Avverti i tuoi amici che tra una settimana gli comunicherò la data prevista per l’attentato. L’appuntamento è giovedì alle otto nella trattoria all’angolo tra via della penitenza e via della lungara a Roma.”

Con riluttanza vai al telefono, formi titubante un numero, scambi poche parole, riattacchi pensierosa: “Devo scendere in piazza tra mezz’ora, non hanno voluto parlare al telefono.”

Sei nervosa ti rosicchi le unghie, ti tiri i capelli cercando di formare piccoli ricci, continuamente vai alla finestra, alla fine non resisti, ti infili il cappotto: “Scendo!”

“Ma sono passati solo venti minuti.”

“Non resisto qui in casa.”

Ti guardo dalla finestra passeggiare nervosamente avanti e indietro, ogni tanto ti fermi e alzi lo sguardo alla finestra,  mi sorridi, poi ti stringi nel cappotto color cammello e riprendi  a camminare.

Vedo spuntare dall’angolo di via della Rocca il nostro amico parigino dai capelli unti raccolti a chignon, lo scorgi anche tu, vi avvicinate, ti ordina di seguirlo con un gesto imperioso, tu ti rifiuti, ti prende per una manica e ti strattona, tu punti i piedi. Discutete furiosamente, tu arrabbiata, lui visibilmente seccato, poi gesticolando si allontana, tu rimani per un attimo immobile, poi di corsa rientri in casa.

Apro la porta, hai il viso rigato di lacrime, scappi in camera da letto senza una parola.

Aspetto qualche secondo, poi ti raggiungo, sei sul letto, il viso nascosto nel cuscino, stai singhiozzando.

“E’ stato orribile, voleva che andassi via con lui e quando mi sono rifiutata, mi ha detto che ero solo una puttana e mi ha minacciato.

Gli ho detto che se mi faceva del male, tu non gli avresti più detto niente,

mi ha risposto che quando avrà avuto le notizie che vuole le nostre vite non varranno più niente. Ti prego non contattarli più, fuggiamo lontano da loro, da tutti, noi due soli, insieme.”

“Non posso ho un compito ben preciso, ma non ti preoccupare ho fatto in modo che non ti potranno fare mai del male, sarai custodita e protetta finché tu lo vorrai.”

“E tu? Non starai con me?”

“Sì, sì, non ti preoccupare per me lo sai che sono … immortale.”

Ho detto insieme una bugia ed una verità, rido per nascondere il mio imbarazzo e ti bacio.

“Prepara le valigie, partiamo domani. Ho affittato una macchina più confortevole della mia, così potremo goderci il viaggio.”

“Ho pochi vestiti invernali, non pensavo, quando sono arrivata, di fermarmi così a lungo.”

“Non ti preoccupare li acquisteremo strada facendo. L’appuntamento è tra una settimana e ho deciso che nel frattempo ti farò visitare un po’ d’Italia.”

“Ti prego non andare a quell’appuntamento.”

“Vedrai ci fermeremo in Toscana ti piacerà, o forse l’hai già visitata?”

“Lo sai che è la mia prima volta in Italia.”

“Ma io intendevo in un’altra vita!”

Con il viso ancora sfatto dal pianto ti metti a ridere abbracciandomi stretto, stretto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *