bistrot

Attendo, senza impazienza.

Guardo la pioggia che batte contro la vetrina del bistrot, osservo le folate di vento e gli scrosci di pioggia che tormentano gli alberi di Place Dauphine. Seguo con lo sguardo i rari passanti che, sorpresi dall’acquazzone primaverile, corrono da un portone all’altro, sempre più fradici ed intirizziti.

Ordino un sandwich di rilettes d’oie ed un bicchiere di Julienas, più che per la fame e la sete, perché mi piace pronunciare quei nomi, sentire quei suoni dolci e arrotondati uscire dalla mia bocca.

Attendo, senza fretta e senza ansia.

Mi guardo attorno, al tavolino vicino al mio siedono due ragazzi, una coca cola ed un caffè, lei cerca in continuazione di allungare la minigonna arancione sulle cosce grassocce ed agita in continuazione i piedi tormentati da sandali dalla alta zeppa e di un improbabile verde, lui aggiusta in continuazione il ciuffo ribelle, lei si sente inadeguata, lui si crede bello.

Un poco più lontano due signori in giacca grigia e cravatta regimental si esibiscono in spericolati equilibrismi nel tentativo di pranzare sul minuscolo tavolino, uno con un gesto sobrio richiama l’attenzione della cameriera. La cerco con lo sguardo, è appoggiata ad un angolo del bancone e dapprima fa finta di non notare il richiamo del cliente, poi si muove lentamente con passo strascicato ed uno sguardo di malsopportazione.

Vengo distratto dalla porta che si spalanca, ma non è per me, cinque giovani entrano vociando, avvicinano i tavolini, spostano rumorosamente le sedie, a voce alta si informano sul piatto del giorno che ordinano insieme a dei demì di birra.

Dietro a me qualcuno accende una gauloise, sento il fumo acre e forte avvolgermi e stagnare nell’aria, dopo poco si aggiunge il profumo dolciastro del tabacco da pipa, è uno dei signori ben vestiti che si è acceso la pipa in attesa del conto, il suo compagno ha fretta, è irrequieto, sollecita la cameriera, che non vista, risponde con un gestaccio.

Attendo, senza angoscia, gusto il tempo che scorre lento, quando vedo entrare una ragazza dai capelli neri con un corto impermeabile di plastica blu elettrico, chiude l’ombrello e volge lo sguardo in giro per il locale, sento che è il mio contatto e senza attendere il segnale convenuto, mi stropiccio prima l’occhio destro e poi il sinistro mostrando così il mio segno di riconoscimento. Mi guarda sorpresa, perplessa, poi decide e si siede al mio tavolino, guarda il mio panino e con biasimo sussurra “Troppo colesterolo.” Si allunga sulla sedia, slaccia l’impermeabile, attende che la cameriera si sia avvicinata e ordina una bibita dietetica, mi guarda e con sguardo indagatore mi chiede “Come facevi a sapere che ero il tuo contatto? mi conosci?”.

Sono imbarazzato, cerco una scusa plausibile, non la trovo.

“Lo ho immaginato e …” ammirando i suoi grandi occhi verdi  “ lo ho sperato”.

Mi guardi, arricci il naso e poi scoppi a ridere, una risata chiara, limpida,  una risata da bambina. Sento che si è creato un rapporto, non siamo più estranei, diffidenti e timorosi nel mostrarci l’un l’altro.

Arriva il tuo bicchiere ripieno di un liquido marroncino assai poco invitante, mi scruti con attenzione, sento i tuoi occhi sul mio volto, li sento indagare, frugare, alla ricerca di un errore, di un appiglio per troncare l’incontro. Cerco di fare l’indifferente, sorseggio il vino, tu giri il bicchiere tra le dita, ma non lo porti mai alla bocca.

Ti scuoti come da un lungo sogno “Andiamo è già tardi, ci aspettano.” Faccio mentalmente il conto e lascio sul tavolino due biglietti da venti franchi, mi guardi alzandoti e sussurri  tra te e te “Molto generoso con le mance.”

Ti apro la porta, appari sorpresa da questa gentilezza fuori moda, non piove più, ma continuano le folate di vento, la prima spalanca l’impermeabile su un vestitino bianco da collegiale, rabbrividisci e lo richiudi incrociando le braccia.

Cammini decisa, non ti preoccupi di evitare le pozzanghere, i tuoi stivali schizzano l’acqua intorno. Sul pont Neuf il vento è forte dobbiamo camminare leggermente curvi in avanti, i tuoi capelli svolazzano intorno e in più occasioni mi sfiorano il volto, sento acuto il profumo del tuo balsamo, sa di primavera, di fiori in boccio, di tenerezze.

Il sole fa capolino mentre seguiamo la rive droit, sul quai le macchine corrono veloci, noi sul marciapiede ci facciamo largo lentamente tra la folla che guarda gli animali in gabbia, cuccioli di cani, gatti, conigli, intravedo anche un piccolo maialino e sento un bambino gridare: “Mamma che bello!”

Giriamo nelle vie interne, sembra che tu segua un percorso prestabilito, con molte giravolte, nel tentativo di confondermi le idee sulla nostra destinazione, ma io conosco Parigi da secoli ed ogni angolo, ogni via, ogni piazza sono un ricordo vivo, potrei girarla ad occhi bendati e solo dagli odori e dai rumori saprei sempre dove sono.

Attraversiamo il parco sorto al posto delle Halles, saliamo per rue Saint Denis, guardo triste le paninoteche che hanno sostituito i vecchi bistrots, le jeanserie che si sono impossessate dei vecchi negozi di novità, i locali a luci rosse sorti come funghi cattivi ad ogni portone.

Riscendiamo verso l’isola di Saint Louis, costeggiamo Notre Dames ed entriamo nel mercato dei fiori, abbiamo fatto diversi chilometri per tornare a cinquecento metri da dove siamo partiti, mi viene da ridere nel pensare a queste mille precauzioni.

Entriamo nel negozio delle piante carnivore, niente mi sembra più appropriato alla nostra situazione, mi fai segno di attendere, ti scruto di sottecchi, mi piace la tua pelle chiara, fiorita di mille lentiggini, i tuoi lunghi setosi capelli nero pece, la tua bocca rossa anche senza rossetto, i denti bianchi un poco aguzzi, le folte e lunghe ciglia nere, ma soprattutto i tuoi grandi occhi verde smeraldo.

Entra un uomo magro in giubbotto e jeans, mi accorgo che lo abbiamo già incrociato almeno un paio di volte nel nostro lungo peregrinare, ci fa segno di seguirlo.

Siamo adesso sulla rive gauche, i boquiniste si stanno apprestando ad aprire i loro banchetti nel primo tepore pomeridiano, il vento si è calmato ed il sole incomincia a scaldare l’aria, che ancora umida di pioggia appare greve, pesante.

Giriamo in rue Mazarine e la nostra guida indica un portone con tre dita della mano destra.  Ti avvicini al citofono e suoni all’appartamento numero trenta della scala destra, premi il pulsante due volte, non vi è  risposta se non lo scatto secco del portone. Entriamo nell’androne buio, si sente odore di muffa, la poca luce riverbera dalle pietre che lastricano l’ingresso, la scale è ripida, saliamo veloci e al terzo piano ansimi leggermente, i tuoi seni tendono ritmicamente  il vestitino.

Sul pianerottolo tre porte, una è socchiusa, la spingi premendo il palmo della mano sull’anta, la spalanchi, entriamo.

Una anticamera completamente vuota con fogli di plastica a coprire il pavimento, una scala da muratore, dei barattoli di tinta, mi fai segno di attendere e sparisci dietro ad una porta stuccata.

Vado alla finestra al fondo del buio pozzo scorgo il cortile, alzo gli occhi il cielo si è fatto azzurro con bianche nuvole che corrono veloci.

Sento un rumore alle mie spalle, mi volto, e mi trovo a fissare un uomo sui quarant’anni con una camicia bianca slacciata ai polsi ed al collo, con un paio di pantaloni neri stretti alle caviglie sopra scarpe di vernice.

Il viso è aguzzo, i capelli neri e spessi raccolti sulla nuca in un voluminoso chignon, gli occhi piccoli quasi nere punte di spillo sotto spesse sopracciglia, il naso adunco a contrasto di una bocca con labbra sottili. “Mi hanno detto che ha informazioni che possono interessarci”       “Penso di sì”

 “Vogliamo parlarne subito?”

 “Il Mossad sta preparando un attentato al Muro del Pianto, lo faranno fallire all’ultimo momento ed incolperanno voi del tentativo. La reazione della gente costringerà il governo ad interrompere gli sforzi per raggiungere la pace.”

“Da chi avrebbe avuto questa informazione?”

“Da un amico rabbino della destra ortodossa, un tipo a cui piace parlare troppo, quando pensa di potersi fidare dell’interlocutore”

“Quando avverrà questo ipotetico attentato?”

“Non è stato ancora deciso, probabilmente in occasione di qualche festa religiosa il prossimo inverno, quando sarà decisa la data il mio amico me la comunicherà.”

“Perché ci racconta questo? Cosa vuole in cambio? Quali sono i suoi interessi personali in questo affare?”

“Come già saprete sono uno storico, ho passato anni della mia vita sul mio capolavoro, un saggio sull’Olocausto, però guardando allo sterminio dei testimoni di Geova, degli zingari, degli omosessuali, degli handicappati, quando si è trattato di pubblicarlo nessuno lo ha voluto fare. Solo gli ebrei dovevano figurare come le vittime dell’Olocausto, il loro sacrificio non doveva essere oscurato da altri sacrifici.” cerco di dare un tono veritiero alle mie parole infervorandomi ed alzando la voce, non posso far capire i miei veri pensieri o tutto è perduto “ Esiste solo uno sterminio quello degli ebrei nella Germania nazista, il resto non conta: i Gulag, la Cecenia, il Ruanda ed i mille massacri quotidiani devono essere nascosti per non oscurare il Moloch delle tragedie.”

“Vedo che l’odio ed il rancore sono sempre la miglior molla per spingere la gente ad agire, ma noi non ci fidiamo, potrebbe essere una trappola, vogliamo vedere il suo contatto nel Mossad.”

“Non posso mica presentarvelo!” fingo di riflettere “Al massimo posso incontrarlo per caso mentre sono in compagnia di uno dei vostri, ma non dovrete seguirlo, altrimenti sarà bruciato e non saprò mai la data che mi…ci interessa. Se non siete d’accordo regalerò piuttosto questa informazione  ad un altro gruppo di patrioti palestinesi!”

“Dove? quando?”

“Tenterò domani, non è detto che riesca al primo tentativo, è un individuo un poco sfuggente,” cerco di sorridere e di mostrarmi impacciato “domani in Boulevard Haussmann, alle 11, davanti ai magazzini Lafayette.”

Il mio ospite mi indica la porta ed esco sul buio pianerottolo, il portoncino d’ingresso sbatte alle mie spalle con rumore secco che mi fa trasalire.

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