III°
Settembre, l’aria è calda, con i capelli ancora umidi della doccia mi attardo in mutande davanti allo specchio, gioco con la schiuma da barba a coprirmi il volto immaginandomi con una enorme vaporosa barba bianca, dalla finestra aperta giunge il cinguettio degli uccelli sugli alberi di piazzetta Maria Teresa, il rumore del traffico fa da sordo controcanto.
Squilla il campanello, penso che sia come al solito il ragazzo della panetteria con i cornetti ed il latte fresco per la colazione, senza rivestirmi apro la porta.
“Metti pure tutto sul tav…”
Sei tu! Sei vestita come l’ultima volta che ti ho visto a Parigi, pantaloni grigi, camicetta turchese e l’inseparabile zainetto, ma ti sei tagliata i capelli, un adorabile caschetto ti incornicia il volto.
Resto basito sulla porta, la bocca aperta, il viso coperto di schiuma, il torso e le gambe nude, devo essere un ben misero spettacolo, ma tu sorridi.
“Posso entrare? Spero di non essere arrivata in un momento inopportuno.”
Cerco di essere galante, “Per te nessun momento è inopportuno.”, mi accorgo di sprofondare sempre più nel ridicolo. Mi faccio da parte per farti entrare e noto che hai con te una grossa valigia.
“Accomodati, due minuti che mi rendo presentabile e sono con te.” Finisco di radermi, mi infilo un accappatoio e vado in camera da letto per rivestirmi, ma tu sei lì, hai ricavato un piccolo spazio negli armadi e stai appendendo vestiti e camicette dalla valigia aperta su letto.
“Ti spiace se mi prendo il primo cassetto per la mia biancheria.”, non è una domanda è una affermazione.
Sono sempre più in bambola.
“Hanno ricevuto delle conferme a proposito delle tue notizie e hanno deciso che non devi rimanere solo, deve esserci qualcuno sempre vicino a te per avvertirli se hai delle notizie o dei problemi.”
“Ma io non ho una camera per gli ospiti.”
“Non ti preoccupare per stanotte dormirò sul divano, poi vedremo di comprare un lettino da campo.”, mi guardi, mi sorridi ,“Visto che sei un puritano esco così potrai rivestirti.”
Mi infilo un paio di Jeans, una camiciona di lino blu ed un paio di scarpe da ginnastica senza le calze e ti raggiungo in salotto, ma tu non ci sei, sento sfrigolare e ti intravedo in cucina.
”Sulle scale ho incontrato il ragazzo che ti porta le brioches, per cui ho pensato che anche tu dovessi ancora fare colazione.”, stai friggendo delle uova, hai messo del pane a tostare e per l’appartamento si sta già spandendo l’aroma del caffè. Non sono abituato a colazioni così abbondanti e finisco a fatica quanto hai preparato.
“Non ti piace? Sono una così cattiva cuoca?”
“No è che è … troppo!”
“Sparecchiamo dopo, adesso usciamo, ho voglia di sgranchirmi dopo una notte in treno, e neanche in cuccetta!”
Fai il viso imbronciato, ma poi scoppi a ridere, apparentemente felice.
Dopo un lungo girovagare per Torino siamo arrivati a Superga, sulla cremagliera eri eccitata dalla novità, zampettavi da un lato all’altro della carrozza cinguettando come un uccellino, adesso contempli silenziosa la corona di montagne che rosseggiante al tramonto sembra incombere sulla città: “Che splendida città, non la conoscevo, eppure è … è meravigliosa.”
“Era proprio una serata così nel 1706, la contemplavo insieme al mio comandante il Principe Eugenio e non riuscivo a guardare le trincee dei francesi, mi aveva stregato, tutti i miei occhi erano per questa Torino, così decisi che mi sarei sempre reincarnato qui.”
“Così hai conosciuto il principe Eugenio.”, mi accorgo che mi stai canzonando.
“Sì ero con lui quando abbiamo fermato i turchi battendoli a Petervaradino ed a Belgrado, abbiamo salvato il cristianesimo dal mondo islamico… Oh, scusami forse tu sei di religione islamica?”
“No, mio nonno era un ufficiale inglese in Palestina e ha dovuto convertirsi per sposare mia nonna, una Palestinese, ma nel ’48 sono dovuti scappare in Inghilterra, lei è morta quasi subito, lui si è presto scordato della sua conversione e mio padre ed io siamo cresciuti sostanzialmente atei.”
“Come hai fatto a metterti con i palestinesi?”
“Mio nonno aveva nostalgia della Palestina, di sua moglie e fin da piccola mi parlava di quanto era bella sia mia nonna che la sua terra e come erano cattivi i sionisti, così al college ho avvicinato dei ragazzi palestinesi e gli ho rivelato la mia simpatia. Hanno incominciato a darmi piccoli incarichi e poco per volta mi sono trovata sempre più coinvolta, ed ora non so più come uscirne… Non volevo venire, mi hanno costretto a licenziarmi da un ottimo impiego per venire qui, sai sono disegnatrice di moda ed è così difficile trovare un buon posto. Tu sei uno storico per te è diverso, dove lavori?”
Cerco di non farti capire che mento e bofonchio :“… all’Università, ma adesso sono in aspettativa per poter seguire questa vicenda.”
Hai un brivido di freddo: “Torniamo a casa sono stanca.”
“Non ceniamo?”
“No, è tutto il giorno che spilucco, non ho fame, sono solo stanca.” Mentre apro la porta di casa un gattino nero con un collarino di velluto rosso si struscia contro le nostre gambe, poi si infila per primo in casa. “Di chi è, tuo?”
“No è di una vicina, viene da me perché gli do sempre un po’ di latte.” “Ti piacciono i gatti?”
“Molto, conoscono l’animo delle persone, sono attenti spettatori ed ascoltatori, e , a chi li ascolta, sanno riferire con cura. Hai notato come nelle occasioni importanti della storia è sempre presente un gatto?”
Intanto ti sei seduta in poltrona, il gattino saltatoti in grembo, dopo averti impastato con le sue zampine, si è acciambellato e fa le fusa.
“Nel Medio Evo davano la caccia ai gatti, soprattutto a quelli neri.”
“Per questo il Medio Evo è durato così tanto. Vieni micio!”, dopo aver accudito al gatto torno in salotto.
“Sei troppo stanca per dormire sul divano, per questa notte ti cedo il letto.”
Ti accompagno in camera da letto e incomincio a frugare nei cassetti. “Cosa cerchi?”
“Devo avere un pigiama da qualche parte, di solito dormo nudo, ma questa sera non mi sembra il caso.”
Mi preparo il divano trasformandolo in un improvvisato giaciglio e mi corico, tu intanto esci dal bagno.
“Buonanotte!”
Tu ironica osservando come sono insaccato e costretto nello spazio angusto: “Sogni d’oro!”
Chiudi la porta, dopo un attimo di incertezza sento la chiave girare nella toppa della serratura, penso che sia meglio così.