bistrot

IV°

E’ già passata una settimana, passeggiando insieme a te per Torino il tempo è volato.

Con la mia vecchia due cavalli siamo venuti a cenare ad Avigliana, se il centro storico ti ha affascinato sei addirittura entusiasta della cucina piemontese rivisitata dal cuoco della Corona Grossa.

Mangi silenziosa interrompendoti solo per sorseggiare un vecchio nebbiolo con occhi scintillanti.

Alle mie spalle una voce baritonale conosciuta mormora:

“Buoni questi agnolotti al vino rosso.”

“Ivan, Ivan vuoi mettere questa roba con del pollo fritto e delle patatine mangiate in un Kentucky Chicken. E’ che voi Europei siete tristi anche nel mangiare, senti l’allegria ed il sorriso nella frase vado a mangiare un cheese-burgher al Macdonald e la tristezza di vado a mangiare una zuppa di Novgorod dai fratelli Karamazov…”, segue la solita risata chioccia, “Non ci sapete fare… guarda anche nei libri, uno viene attirato dal titolo, no? e i nostri titoli sono pieni di leoni, aquile, il vostro libro migliore come l’avete intitolato? L’Idiota!”, altra risata chioccia a coprire un sospiro desolato.

Mi secca essere sotto così stretta sorveglianza, anche se dovrei essere soddisfatto perché significa che le cose stanno procedendo nel verso giusto.

Finita la cena ci attardiamo sulle rive del Lago Grande, la macchina di Ivan e Joe è parcheggiata poco lontano a fari spenti, non penso che tu l’abbia notata altrimenti non ti stringeresti così a me per ripararti dalla leggera brezza.

“Ho visto un manifesto su una certa Turin marathon, cos’è?”

“E’ la maratona di Torino una delle più vecchie, penso forse la prima in Europa. Filippide si vantava sempre che sarebbe divenuto famoso, ma penso che neanche lui immaginasse quanto.”

“Mi prendi sempre in giro con le tue storie, pardon reincarnazioni, forza inventati una bella storia di cui sei stato protagonista, ma non devi essere un personaggio famoso, devi essere uno qualunque del passato.” “Vediamo, vediamo… Ero a Cadice in una osteria di infimo ordine, coperto solo da una blusa da marinaio giacevo ubriaco fradicio sul tavolaccio ingombro di bicchieri di vino e di avanzi di cibo, una mano si posò sulla mia spalla ed una voce da basso pronunciò la formula fatale:

– Nel nome dei sovrani di Castiglia, Leon ed Aragona sei arruolato nella flotta del re sulla Caravella Santa Maria. -”

Battendo le mani come una bambina “Che bello Cristoforo Colombo!”

“Era il sergente della ronda che provvedeva all’arruolamento della ciurma in previsione di un lungo e pericoloso viaggio, fui buttato con altri ubriachi su una carretta trainata da altri ubriachi, ma che almeno riuscivano ancora a reggersi in piedi.

Penso che quello sia stato il viaggio più pericoloso della mia vita, ancora di più di quello che mi stava attendendo.

Mi risvegliai nel sottoponte ammassato ad altri, il tanfo di corpi sudati frammisto a quello del vomito era insopportabile, cercai di scivolare verso il boccaporto, quando i nostromi ci risvegliarono del tutto con secchiate di acqua gelida, ci condussero sul ponte e, sotto gli sguardi disgustati dei gentiluomini sistemati sul cassero, ci costrinsero a tuffarci in mare.

Risalito sulla caravella osservai la terra ormai lontana, ma uno spintone mi mise in riga, ci diedero una blusa lisa e, a chi ne era sprovvisto un paio di scarpe, ci fu detto di conservarle per quando saremmo scesi a terra, molti se le legarono al collo, allora fu tutto uno scoppio di risa e di imprecazioni.

Ormai i giorni di viaggio erano parecchi, le gallette erano ammuffite, l’acqua fetida, i topi così grossi e numerosi che non contenti di rosicchiare le cime e le suole delle scarpe, rosicchiarono nella notte anche l’orecchio di un mio compagno. Il grosso gatto grigio non si muoveva più dalla cabina degli ufficiali timoroso di quell’orda affamata. Il morale dell’equipaggio era a zero e il malcontento aveva ormai raggiunto anche i nostromi, e la terra di Cina ancora  non si vedeva all’orizzonte.

Era il primo turno di guardia quando incominciai a mormorare:

– Padre Felipe aveva ragione. –

– Cosa stai farfugliando? –

– Padre Felipe mi diceva sempre che era un orribile peccato contro Dio cercare di attraversare l’Oceano, e il Signore avrebbe scagliato contro i temerari mostri terribili. –

– Quali mostri? –

– Polipi giganteschi capaci di afferrare con un solo tentacolo una grossa nave e trascinarla con loro nel fondo degli abissi. –

Un piccolo crocchio di marinai mi si era radunato attorno .

– Ma quanto lontano dalla costa si trovano questi polipi? –

– Padre Felipe non l’ha detto, ma mi ha detto che si trovano dove i corpi delle loro vittime luccicano sotto il pelo del mare.  –

Qualcuno si sporse e gridò, una larga chiazza di plancton illuminata dalla luna, sembrava viaggiare di conserva alla Santa Maria.

Si erano aggiunti altri marinai e le mie parole venivano ripetute agli ultimi arrivati.

– Cosa dice ancora il tuo Don Felipe? -, chiese uno dei nostromi.

– Dice che la terra è piatta e che giunti al limite si spengono le stelle e la luna e uno precipita direttamente nell’inferno. –

Un marinaio di Malaga urlò: – Anch’io ho sentito questa storia! –

In quel momento una nuvola coprì la luna e serpeggiò un brivido di terrore.

Il nostromo si mise a ridere: – Creduloni è solo una nuvola! -, ma comunque si allontanò pensieroso.

Dopo alcune notti di racconti a base di mostri, venni avvicinato da un sergente armato: – Colon ti vuole vedere! -, e mi scortò fino alla cabina del comandante.

Colombo era in piedi vicino alla scrivania e stava accarezzando il grosso gatto grigio.

– Così sei tu che terrorizzi la mia ciurma, le tue sciocchezze sono giunte anche sulla Niña e sulla Pinta. –

Stetti in silenzio.

– Se incominci a raccontare storie diverse, a lieto fine, sarai ricompensato.- e mi fece intravedere alcune monete di scarso valore, già allora i Genovesi erano tirchi.

– Non posso parlare contro quello che credo e che mi ha insegnato padre Felipe. –

– Peggio per te. –

Due sergenti mi presero, mi spogliarono e mi legarono all’albero di maestra.

Radunata la ciurma i due sergenti incominciarono a frustarmi finché non ebbi uno sbocco di sangue.

Rimasi legato per due giorni e due notti all’albero, le ferite imputridirono, la labbra erano arse dalla sete e dalla febbre, solo ogni tanto me le bagnavano con acqua mista ad aceto.

Dopo due giorni non si vedeva ancora terra, la ciurma mi guardava sempre con più simpatia e mormorava sempre di più contro Colombo e la sua pazzia.

Colombo uscì sul cassero, i nostromi e i sergenti radunarono l’equipaggio.

– Abbiamo già fatto tanto che è un peccato abbandonare, ma io sono così sicuro che la terra di Cina sia prossima che mi impegno con voi.

Se tra due giorni a mezzodì non avremo avvistato terra torneremo a casa in Spagna. Avanti uomini per Aragona, Leon e Castiglia! Slegatelo! – Venni slegato e adagiato su un giaciglio, un mozzo si prese cura delle mie ferite.

Passarono lenti due giorni di bonaccia, il vento debole non ci permise di avanzare quanto Colombo aveva sperato.

A mezzogiorno l’equipaggio era tutto sul ponte, i gentiluomini sul cassero, mentre scorrevano gli ultimi minuti prima del rintocco della campana gli uni incominciarono a portare la mano all’elsa delle spade gli altri a sfilare i coltellacci e a raccogliere caviglie, quando dalla coffa proruppe un urlo:

– Terra! Terra! –

Avevo perso e con me le civiltà del Nuovo Mondo, in pochi anni i popoli dell’America furono sterminati dai Conquistadores”

Per qualche minuto resti silenziosa, poi con un sorriso mi stringi la mano. “Che bella storia.”

Torniamo a casa, sei silenziosa, malinconica e io non mi sento di turbare il tuo silenzio.

Esco dal bagno e ti trovo coricata sul divano, avvolta nelle coperte .

“Sei già stato abbastanza scomodo tutte queste notti, adesso tocca a me.”  “Grazie.”, chiudo la porta della camera, la mano è sulla chiave, poi decido di non girarla.

Non riesco a prendere sonno, sento il pendolo battere le ore, il rumore del traffico è ormai cessato, un fruscio, la porta si socchiude e tu sei coricata vicino a me.  Con una mano mi accarezzi: “Sei sveglio?”

“Cosa vuoi da un cinquantenne, brizzolato e con la pancetta?”

“Affetto, tenerezza e …”, nel buio ti immagino sorridere con malizia “perché no? Un po’ di esperienza.”

E’ l’alba, ti sei addormentata accoccolata vicino a me, un tuo seno nudo appoggiato al mio braccio, penso che ho commesso il peggior errore che si possa commettere nella mia professione e che non mi verrà mai perdonato: mi sono innamorato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *