VI°
“Questo gattino nero mi si è proprio affezionato, ormai è più da noi che dai suoi padroni, pensi che sarebbero disposti a darcelo?”
Mi stai parlando dalla cucina, io borbotto qualcosa, sperando di non dover continuare il discorso.
“Chissà chi sono i suoi padroni. Non sarà quella graziosa vecchietta del terzo piano?”
“Può darsi.” Non voglio raccontarti che viene dall’altra parte del cortile, che vive con quella ragazza ebrea che, che come si dice eufemisticamente, fa la vita, potresti capire cose sbagliate o, ancor peggio, scoprire la verità. Sono di cattivo umore, mi è stata comunicata la data dell’attentato e non so come riferirla ai tuoi amici e a Stanlio ed Olio dello spionaggio.
Mi controllano tutti così da vicino che potrebbero scoprire la mia fonte di informazioni, anche se probabilmente non ci crederebbero.
Devo rendere tutto credibile e nello stesso tempo misterioso, non è una cosa semplice. Ma quello che mi disturba di più è che la mia missione sta per finire e allora volente o nolente dovrò rinunciare a te.
“E’ una splendida giornata! Dai, musone, andiamo a fare due passi al Valentino.”
Camminiamo stretti, abbracciati e passando sotto il castello, vicini alle società di canottaggio guardiamo il fiume solcato dalle barche, ascoltiamo il ritmico battere dei remi e i sincopati incitamenti dei timonieri.
E’ quasi ora di pranzo, nell’aria aleggia il profumo di salsicciotti alla griglia che attira i passanti verso i chioschi di panini e bibite.
Ci sediamo su una panchina nei pressi del Borgo Medioevale, mi ricordo di come eri incredula quando ti ho raccontato che era stato fatto nel secolo scorso, non mi volevi credere, pensavi che ti prendessi in giro, ti eri anche arrabbiata, bei momenti che non torneranno più.
Senti la mia malinconia, comprendi che ho cupi pensieri e cerchi di distrarmi: “A ottobre le piante hanno dei colori bellissimi, guarda che bella quella laggiù! Che pianta sarà?”
“Mi sembra un acero canadese, ma non sono un botanico.”
“Dai non essere triste, raccontami una storia sul Canada, così ti tiri su di morale, ne saprai senz’altro una, no?”
“Ero con i miei uomini accanto al fuoco, chi riparava i mocassini usurati dal lungo viaggio, chi beveva latte, rum e melassa, chi canticchiava arie nostalgiche di casa. Quebec incombeva su di noi nel buio della notte e ispirava a tutti noi un senso di timore, al mattino saremmo andati all’attacco di quelle fortificazioni possenti e molti di noi non avrebbero visto un nuovo tramonto. Eravamo sicuri di vincere, il grande Arnold ci guidava e il nostro capitano era proprio in gamba. Purtroppo non così in gamba da non rimanere ucciso ai primi colpi di fucileria, mi toccò prendere il comando della compagnia, ma i miei uomini scossi dall’accaduto erano insicuri, titubanti. Ed ecco arrivare lui, Arnold, magnifico su un gran cavallo bianco, ci spronò, ci incitò, ci trascinò in un attimo fummo sulla breccia. Ero accanto ad Arnold quando vidi un francese prenderlo di mira, piantai il coltello nella pancia del cavallo del comandante che si imbizzarrì. La povera bestia fu colpita in pieno ed uccisa dalla palla destinata al suo cavaliere, che trascinò in una rovinosa caduta. Arnold urlava la gamba maciullata sotto il peso della sua cavalcatura, mi precipitai ad aiutarlo.
– Torni ad occuparsi dei suoi uomini! –
– Il primo uomo di cui devo preoccuparmi è il mio comandante! –
Passarono alcuni anni, era scoppiata la guerra di Indipendenza, rividi Arnold su al Nord, era diventato un grande capo.
Entrò zoppicando nella tenda da campo dove si teneva la riunione,
lanciò uno sguardo fiammeggiante sui suoi ufficiali.
– Signori le nostre truppe sono lacere, affamate, abbiamo poca polvere, poche palle, Burgoigne ha truppe scelte perfettamente addestrate, abbondantemente rifornite. Lo ho raccontato a quei maneggioni di congressisti, a quei fantocci del nostro parlamento e loro niente.
Continuano con le loro beghe da cortile, discutono dei loro miseri affari, che chiamano politica, oggi sono insieme, domani nemici, nel finto nome degli ideali, del partito, ma in pratica nella meschina convenienza delle loro tasche. Non gli importa di noi, potremmo anche morire tutti, non si rendono conto che se le truppe inglesi riescono a scendere la valle dell’Hudson e a prendere alle spalle Washington la New York la nostra patria è finita. Ma forse è meglio che finisca così! Chi vuole che sopravviva la patria di così meschini individui! Se abbiamo eletto certi ladri e farabutti non possiamo sperare che la nostra Nazione ci sopravviva! Signori non resta che ritirarci! Non resta che gettare la spugna, tornare alle nostre case e sperare che il nemico sia clemente con noi le nostre famiglie. Signori, che Dio ci assista! –
Si levò un brusio di voci, tutto un commento ed una imprecazione, alcuni chiesero: – E Washington? E Washington? –
– Washington si sta riorganizzando dopo la sconfitta a Long Island, anche lui ha chiesto armi e truppe, soldi per acquistare i viveri e quel porco di Adams glieli ha negati. Ha chiesto di essere ascoltato dal Congresso e quei farabutti hanno deciso di ascoltarlo tra un mese. Tra un mese! Metà delle sue truppe sarà morta di fame tra un mese! –
Mi feci largo tra la folla e richiamai l’attenzione di Arnold.
-Tu eri con me all’assedio di Quebec vedo che sei diventato capitano, che vuoi? –
– Comandante, Burgoigne dovrà traghettare l’esercito, altrimenti dovrà fare un lungo giro che lo impegnerà per tutta l’estate. –
– E allora? –
– Molti dei nostri uomini sono maestri d’ascia e altrettanti buoni marinai del New England, potrebbero costruire una flotta. Non penso a delle navi, ma piuttosto a delle zattere armate. Burgoigne sarebbe costretto a perdere tempo, o per costruire anche lui delle navi armate o per fare un lungo giro a piedi. Lei avrebbe tempo per consultarsi con Washington e per andare con lui davanti ai Padri della Nostra Patria per spiegargli come stanno le cose. –
Si levò un mormorio di consenso, Arnold rimase per un attimo pensoso.
– Hai ragione, non dobbiamo considerarci battuti! Dimostriamo a tutti di che cosa sono capaci gli Americani! Dimostriamolo soprattutto a quei succhiasangue dei commissari politici, a quegli inetti dei nostri capi politici! –
Erano passati mesi, eravamo accampati a Saratoga Springs, cercavo di prendere sonno quando senti un miagolio sommesso. Mi alzai era il gatto bianco di Arnold. Lo accarezzai, lo presi in braccio e mi diressi verso la tenda del comandante, dall’altro capo dell’accampamento.
Due sentinelle vegliavano le tenda del grande generale.
– Fermo, dove crede di andare. Ho ordini precisi, il generale non deve essere disturbato. –
– Soldato, più rispetto per un tuo superiore! Non vedi sto riportando il gatto al Generale. –
– Mi scusi Maggiore, ho ordini precisi, nessuno deve avvicinare il generale Arnold prima della battaglia. Mi dia il gatto, glielo consegnerò io. -, e tese la mano per prenderlo.
Il gatto rizzò il pelo, soffio e rapido graffiò o meglio sbranò la mano del povero miliziano che proruppe in una orribile bestemmia.
– Lo porti Lei, non voglio avere niente a che fare con questa orribile bestiaccia. –
Entrai, Arnold era seduto al suo tavolo su cui puntava i gomiti nascondendo il volto tra il palmo delle mani. Sollevò lo sguardo, il gatto saltò sul tavolo e corse a strusciarsi e a fargli le fusa.
– Grazie, pensavo che anche lui mi avesse abbandonato. –
– Comandante cosa succede? –
– Quello che si poteva immaginare, dopo l’affronto di togliermi il comando per darlo a quell’intrigante di Gates, il congresso lo ha convinto a mettermi da parte. E stamattina dopo che alla riunione del comando gli ho detto cosa pensavo di lui e del suo piano di battaglia ha avuto l’ardire di mettermi agli arresti. Quel microbo, quel verme con l’aiuto di quei leccaculo dei suoi ufficiali e di quei ladri dei commissari politici ha messo agli arresti me, il trionfatore di Quebec e di Ticonderoga! Questa Nazione deve finire, deve morire nello sterco e nella ignominia. –
– Qual è il piano del nostro Stato Maggiore? –
– Quei consiglieri Tedeschi voluti dal Congresso hanno detto che bisogna combattere secondo i manuali. Le nostre truppe devono attendere che il nemico avanzi schierato e cercare di fermarlo con la fucileria. Si immagina cosa succederà? In attesa che il nemico avanzi, le nostre truppe saranno fatte a pezzi dall’artiglieria, che noi non abbiamo. E i nostri miliziani, almeno quelli sopravvissuti, dovrebbero poi sostenere un fuoco di fucileria, per rispondere non hanno che vecchi moschetti, differenti uno dall’altro nella lunghezza del tiro e nella velocità di ricarica, ed in ogni caso non ci sarebbe ne polvere, ne palle per sostenere più di mezz’ora di battaglia. –
– Lei cosa aveva suggerito? –
– Partire alla carica prima che gli inglesi formino le file. Correre in mezzo a loro ed attaccarli all’arma bianca. Non potrebbero utilizzare l’artiglieria e le scariche di fucileria contro di noi, temendo di colpire i loro soldati. –
– Lo faccia, guidi la carica. Nessuno avrà il coraggio di fermarla. Non pensi al congresso, pensi a tutti gli americani che credono in lei. Pensi a battere gli inglesi. Battuti gli inglesi si unirà a Washington e butterà tutti questi politici in mare a forza di calci nel sedere! –
Non ricevetti risposta, il volto esangue era di nuovo affondato nel palmo delle mani, uscii senza sapere se le mie parole avevano avuto successo.
Le file degli inglesi si stavano formando, già risuonavano le prime cannonate, quando Arnold comparve, immenso sopra un cavallo baio dalla lunga criniera, tese la spada e con un solo grido tutto l’esercito balzò dalle trincee e lo seguì all’attacco.
Vidi un indiano nascosto dietro un albero che caricava il fucile, intenzionato a sparare al capo di quel terribile uragano di ferro e fuoco, il mio moschetto era scarico, non sarei riuscito a ricaricarlo più in fretta di lui. Trassi il coltello, lo stesso di Quebec e mi lancia in una corsa disperata. L’indiano mi vide quando ero a solo pochi passi da lui, cambiò la mira e mi sparò quasi a bruciapelo, sull’inerzia della corsa lo travolsi e lo schiacciai sotto il peso del mio corpo, mentre il mio coltello gli spaccava il cuore.
La battaglia fu vinta e gli Stati Uniti divennero la grande democrazia che è, faro del mondo, nel bene e nel male.
Arnold si lasciò vincere dai suoi rancori e consegnò West Point agli inglesi diventando con il maggiore Rogers il grande traditore che tutti ricordano.”
La storia non ti è piaciuta, la morte del protagonista ti sembra un triste presagio, rimani silenziosa. Io intanto fisso una foglia gialla che lentamente si è posata ai miei piedi.
Veniamo risvegliati dai nostri pensieri da una imprecazione.
“Che schifo! Possibile che qui in Europa non siate capaci di fare un hot dog degno di questo nome.”
Alzo gli occhi ed incontro lo sguardo sconsolato di Ivan.