II°
Arrivo con qualche minuto di ritardo, tu stai già attendendomi, quando mi vedi hai un sospiro di sollievo. Indossi una camicetta turchese ed un paio di pantaloni grigi, uno zainetto ti pende dalla spalla, dentro si intravede l’impermeabile blu.
Individuo subito tra la folla l’uomo in giubbetto e jeans, la nostra guida del giorno prima, ero sicuro che avreste tentato di seguire il mio amico rabbino, fidarsi ed essere sinceri non è una prerogativa del nostro mondo.
“Ciao, scusa il ritardo, il traffico, ma tanto siamo sicuramente in anticipo… vuoi fare un giro ai magazzini… ehm … come devo chiamarti?”
“Lisbeth.”
“Bel nome, è quello vero?”
“Si!”
Non sei molto loquace, direi asciutta e risentita, forse ti appaio troppo ciarliero in un momento non adatto.
Mi incammino tra la folla del boulevard, mi segui in silenzio, entriamo nella galleria che parte da boulevard Montmartre. Incomincio a bighellonare sostando davanti alle vetrine, mi guardi sorpresa, ma non hai il coraggio di domandare, nel riflesso del vetro cerco di scorgere chi ci segue, ne individuo almeno tre, poveretti non sanno più cosa fare per mimetizzarsi nella folla, mi sento in colpa nel prenderli in giro così. Arriviamo al fondo della galleria ed entro nella libreria antiquaria. “Avete qualche libro illustrato da Barbier?”
“No, al momento no, sono splendidi, ma così rari, al momento abbiamo dei libri illustrati da Brunelleschi, non è lo stesso tocco, ma si avvicina.” “Vediamo cosa avete in casa.”
Mi portano alcuni tomi , scelgo quello sulla vita di Casanova e con cura incomincio a sfogliarlo, cercando i frontespizi disegnati, le tavole illustrate ed ammirandole in silenzio. Sembri nervosa, seccata, non riesci a capire questo perdere tempo, poi ti avvicini, sbirci da sopra il mio gomito i disegni, ad una tavola particolarmente erotica arricci il naso e aggrotti le sopracciglia, sei splendida!
Si sente un vociare e capisco che è il momento giusto, chiudo il libro ed esco dal negozio di corsa, passiamo davanti al museo Grevin poco prima che ne esca una fiumana di scolari, rapidamente percorriamo a ritroso la galleria, usciti imbocchiamo rue Montmartre tornando praticamente sui nostri passi, ti prendo per mano e ti trascino dentro un grill ebraico Chez Jonathan, ci avviciniamo ad un tavolino in fondo alla sala da cui si sta alzando un rabbino.
Ti guarda per un attimo, poi si volta verso di me mostrandoti le spalle “Ciao, che piacere incontrarti, stai tranquillo appena la conoscerò ti comunicherò la data, scusami ma sono in ritardo.”
“Ciao!”
Si allontana velocemente e tu sei furibonda hai visto solo una barba ed un vestito da rabbino, se sapessi che la data che mi deve comunicare è solo quella di una tediosa conferenza sui rotoli del mar Morto!
Guardi ansiosa la vetrina sperando di vedere i tuoi compagni, ma il mio amico è ormai lontano. Ci sediamo, ecco che compare l’uomo in jeans e giubbotto che guarda dentro, poi si aggiunge un altro dei pedinatori, tu gli fai un gesto sconsolato per comunicargli che tutto è finito, è troppo tardi, vedo la loro faccia seccata mentre si allontanano.
Ti guardi attorno, sei l’unica donna, a parte i rabbini dalla lunga barba e dai grossi cappelli tutti gli avventori portano la kipà, porta la kipà, anche se un poco di traverso, l’immenso proprietario–cuoco del grill che ci si avvicina spingendo avanti la pancia prominente, a fatica si china a passare una spugna bagnata sul piano del tavolino, in quel mentre ordino acqua e due giros-pitta.
“Hai già mangiato del giros-pitta?”, distratta dai tuoi pensieri scuoti il capo in segno di diniego.
“Vedrai ti piacerà.”
Non sembri disposta a conversare per cui taccio, sempre in silenzio mi alzo quando arrivano i nostri fragranti fagotti e mi avvicino alle vaschette contenenti verdure ed alle ciotole di salse, imbottisco ancora di più il mio giros-pitta affondando pezzi di verdure tra i bocconcini di carne e infine lo cospargo di una salsa simile ad uno yogurt acido.
Mi segui incuriosita, controlli dubbiosa le varie vaschette, cerchi di annusare, indecisa, le salse, alla fine scegli dei pezzi di peperone ed una salsa rosa, vigliaccamente non ti avverto che hai scelto cibi piccantissimi. Imitandomi dai un grosso morso all’inusuale panino ed immediatamente gli occhi ti si riempiono di lacrime, deglutisci a fatica, tossisci, starnutisci a più riprese, afferri il bicchiere pieno d’acqua, ma ti fermo:
“Non bere sarebbe peggio, stacca un pezzettino di pitta, … sì di quella specie di pane, e masticalo lentamente, poi togli dal panino almeno i pezzetti di peperoncino.”
Finiamo il pasto, “Ci rivedremo?”
“Solo se ci sarà un nuovo incontro col tuo amico rabbino.”
“Impossibile sospetterebbe qualcosa e non mi direbbe più niente.” “Allora no!”
“Come farò a comunicarvi la data?”
“Quando sarà il momento metti una pianta di fiori ad una delle finestre di casa tua, nel giro di qualche giorno qualcuno si metterà in contatto con te.”
“Tu?”
“Non penso proprio.”
Ti alzi, esci e penso che sei uscita troppo presto dalla mia vita.
Scendo di nuovo all’ultimo momento dal treno in partenza, sono alla quarta linea della metropolitana che prendo al volo cercando di seminare chi mi pedina e finalmente ci sono riuscito, la piattaforma della stazione di Sèvres-Lecourbe è deserta, anche la scala che scende dalla stazione sopraelevata al piano stradale è deserta.
Sono in ritardo e scendo i gradini a due a due, attraverso la strada saltando tra le macchine incurante del semaforo rosso e dei colpi di clacson, raggiungo il grill giapponese.
I fattorini del take-away godono degli ultimi raggi di sole appoggiati ai loro motorini, all’interno solo due avventori alle prese con bacchette, sushi e birra Sapporo.
Li raggiungo, ordino anch’io dello sushi e della birra e poi incomincio a raccontare: “… il Mossad sta organizzando un attentato al Muro del Pianto per il prossimo inverno, faranno fallire l’attentato solo all’ultimo e incolperanno i palestinesi, tutto per far fallire la conferenza di pace. Gli hezbollah ne sono a conoscenza e pensano di sfruttare il tutto organizzando in contemporanea altri attentati a luoghi santi ebraici e di accusare dell’avvenuto il Mossad.”
Inizio a mangiare muovendo rapido le mie bacchette.
L’uomo grasso dal volto ovale ornato da radi capelli color carota e dal folto pelo rossiccio smette di mangiare, si umetta le labbra carnose e si rivolge al gigante biondo dal volto di bambino che contrasta con l’ampia stempiatura.
“Ah questi pasticcioni del Mossad, vogliono sempre fare da soli, essere i primi della classe. Ehi Ivan, sarebbe un bel colpo, ci potremmo inserire anche noi nel gioco!”
“Quante volte ti ho detto che non mi chiamo Ivan, ti piacerebbe se ti chiamassi Joe?”
“No! Perché è il mio vero nome.” una risata chioccia fatta di piccoli singulti. “Non si preoccupi, da quando non si chiamano più KGB sono diventati suscettibili! Tornando a bomba…” altra piccola risatina “meglio … a bombe! Una guerra arabo israeliana sarebbe una manna per i nostri due paesi, svuoteremmo gli arsenali e metteremmo il becco nelle forniture di petrolio, controllandone così il prezzo: quando sapremo la data precisa?”
“Quando il mio contatto me la comunicherà metterò un vaso di fiori ad una finestra di casa mia, voi fate in modo che di tanto in tanto qualcuno passi di li”
“OK! Andiamo Ivan il dovere ci aspetta e poi io non so mangiare con le bacchette!” altra risatina mentre due occhi si alzano al cielo sconsolati.
Finisco lentamente la mia cena poi mi incammino a piedi verso Gare de Lyon, ho più di tre ore di attesa prima che parta il treno che mi porterà lontano da Parigi.