amori giovanili

Molti amici sono stati incuriositi dallo straordinario rapporto che abbiamo mia moglie ed io, ora che siamo anziani abbiamo deciso di raccontare la storia del nostro amore.

Il mio rapporto con le donne è sempre stato particolare, quando ero liceale le ragazze si dividevano in due tipi, quelle che quando ballavi i lenti e cercavi di stringerle si irrigidivano e diventavano manici di scopa e quelle femministe accanite fautrici dell’amore libero. Per chi non avesse vissuto quei tempi di contestazione racconto un episodio che mi capitò all’epoca. Il mio amico Andrea usciva con una ragazza di quel tipo, sembrava un corvo: aveva una folta chioma nera sempre arruffata, carnagione scura, niente trucco, vestiva sempre con un maglione nero a girocollo e jeans, quando ti avvicinavi insieme all’odore del fumo di sigaretta, fumava come un turco, sentivi l’afrore acro del sudore.

Un giorno trovò il modo di farmi rimanere con lei indietro rispetto al gruppo di amici, improvvisamente mi prese una mano e la tirò sotto il maglione, senti sotto la mano la pelle calda di un solido seno.

“Non porto il reggiseno e neanche le mutandine”.

Tolsi la mano con violenza come se mi fossi scottato, vidi il suo sguardo tra il deluso e l’interrogativo, sapevo che sarei diventato lo zimbello delle sue amiche, sempre che non venissi anche tacciato di omosessualità.

“Andrea ci aspetta.”

Il suo sguardo divenne di commiserazione, per lei la lealtà era un difetto, non un pregio.

In ogni caso trovavo le mie coetanee poco interessanti. Invece trovavo molto interessanti due amiche di mia madre, più giovani di lei, sulla trentina, l’avevano eletta confidente delle loro pene d’amore. Un giorno mentre ero nel giardino della nostra villetta in Valsalice per combinazione le avevo sentite parlare con mia madre nel salottino di casa, gli argomenti pruriginosi accesero la mia curiosità e iniziò un lungo periodo di appostamenti.

Una era la madre di un mio compagno, era rimasta incinta appena quattordicenne per scoprire a sedici anni che per il marito era diventata vecchia. Un trucco leggero ravviva il viso sotto una frangetta sbarazzina, abitualmente portava scarpe di vernice nera dal tacco alto, una camicetta scollata a V e una gonna corta a pieghe, lasciava intravvedere la biancheria intima di pizzo bianco. Parlava spesso di come era costretta all’autoerotismo e degli strani oggetti che comprava nei sexy shop nel tentativo di procurarsi degli orgasmi.

L’altra era una lontana parente di mia madre, sposata giovanissima con un politico locale, aveva presto scoperto che non era interessato a quello che aveva già, era eccitato solo dalla conquista e usava il suo tempo  e tutte le sue energie sessuali per volare di fiore in fiore. Un trucco lievemente più vistoso, una bionda coda di cavallo, stivali, hot pants e una attillata camicetta di seta col collo alla coreana, tanto sottile e aderente da lasciar intravvedere i capezzoli. Lei parlava delle sue avventure sessuali con uomini deludenti in tutto, specie a letto, incapaci di darle l’orgasmo, pronti solo a rapporti veloci come erano veloci ad eclissarsi quando sapevano con chi era sposata. Da quei discorsi scopersi un monda femminile che non conoscevo e si sviluppò in me un sesto senso nel riconoscere le donne insoddisfatte, cosa che all’università si rivelò molto utile.

Mio zio, fratello di mio padre, viveva in una villetta gemella della nostra, professore universitario di chiara fama era molto stimato e adorato soprattutto dalle sue allieve, ma io da tempo avevo scoperto una sua certa propensione, per cui rimasi molto stupito quando ne sposò una, tra l’altro più giovane di me di un anno, per cui ancora minorenne, all’epoca la maggior età era a ventuno anni.

Era una ragazza splendida, un caschetto di capelli ramati, un viso dolce appena chiazzato di efelidi, un corpo snello, ma pieno, due lunghe gambe e un adorabile leggero profumo di gelsomino, ma la cosa più bella erano gli occhi, contornati da lunghe ciglia erano di un azzurro intenso, ma quando era arrabbiata viravano  duri su un grigio metallico e quando erano tristi vi si aggiungeva un tocco di verde quasi il colore di una acquamarina.

Erano passati quasi tre mesi dal matrimonio quando la trovai nel giardino comune col viso rigato di lacrime. Mi avvicinai e con il pollice le asciugai una lacrima, poi d’impulso la baciai sulle labbra che sapevano di fragola,  si irrigidì i suoi occhi divennero grigi, ma poi verdi, la baciai di nuovo e questa volta lei rispose al bacio, la punta della sua lingua tra le mie labbra.

In un amen ci ritrovammo a letto nella mia camera, come immaginavo era ancora vergine. Il suo corpo era tutto rosa, aveva seni turgidi con piccoli capezzoli a bocciolo, ma soprattutto era tutta morbida e setosa, era divino passare la mano nel triangolo di peli pubici, prima di raggiungere l’interno delle cosce. Furono due anni meravigliosi,appena poteva scivolava di notte nella mia camera passando dalla finestra, ma no era solo sesso, spesso passavamo la notte solo a parlare. Avevamo preso l’abitudine di leggere gli stessi libri, così quando eravamo in famiglia incominciavamo a parlarne isolandoci dalla conversazione degli altri, ci sembrava di essere soli, unica tra tutti mia sorella, con la sensibilità propria delle ragazzine adolescenti, sembrava accorgersene e ci guardava stupita.

Era l’anno in cui mi sarei laureato, i miei amici mi convinsero a passare le vacanze di Natale in montagna, quando tornai a casa era successo il disastro, mio zio era stato sorpreso con un suo allievo minorenne ed era stato arrestato, lei era scomparsa. Alle recriminazioni di mia madre agitata per lo scandalo sociale mio padre fu tranchant: “Ha solo fatto quello che ci hanno insegnato i preti in collegio.” Era la pietra tombale su tutta la faccenda, conoscendo mio padre significava che nessuno avrebbe più dovuto e potuto parlare di mio zio e della sua famiglia.

Passarono pochi giorni ed intervenne una novità :”Il capocantiere della lottizzazione a Milano sta per andare in pensione, è stanco ed affaticato e i due vice si fanno la guerra per essere quelli scelti a sostituirlo, ho bisogno che vai ad aiutarlo, in fondo non hai più esami, hai solo la tesi da fare…”

Fu un inverno terribile, il geometra capocantiere si defilò subito, io ero inesperto ed in balia dei due vice poco affidabili, dormivo in un lettino da campo nel container degli uffici con a disposizione una doccia non sempre calda, il cesso era quello chimico del cantiere, sporco e puzzolente. A pranzo mangiavo un panino, alla sera cenavo in una squallido bar. Trattoria del menù sempre uguale. La notte era dedicata allo studio. Quando uno dei vice mi invitò a cena a casa sua e mi promise una allegra serata, stanco e disgustato dalla squallida routine decisi di accettare. L’appartamento era in casa popolare di periferia, nell’atrio e per le scale fui avvolto dall’intenso odore di minestra di cavoli. Mi presentò la moglie una giovane pesantemente truccata, i seni prosperosi facevano capolino dalla camicetta ampiamente sbottonata, sotto la minigonna le cosce strabordavano dalle giarrettiere.  La cena fu un tale disastro da far rimpiangere il monotono menù della osteria. Penne panna e salmone scotte, un arrosto secco ed asciutto tanto da essere difficile da deglutire,  un dolce anonimo, un vino dozzinale. “Devo andare al torneo di bowling, la lascio a tenere compagnia a mia moglie.” Capii l’antifona:”Anche io devo andare, ho ancora del lavoro da concludere.” La delusione si dipinse sui loro volti.

I miei genitori non erano mai stati particolarmente espansivi ed affettuosi nei miei confronti, ma ultimamente erano stati tanto algidi da sembrare degli estranei a volte fors’anche ostili, per cui accettai l’offerta dell’Impregilo di andare a lavorare in un cantiere edile in Iran, stavano costruendo una diga, un lavoro di lunga durata molto ben retribuito.

Per sei anni non rientrai in Italia, i giorni di congedo furono spesi a visitare l’antica Persia, In un paio di occasioni credetti di sentire profumo di gelsomino, la prima volta era una ragazza iraniana dalle lunghe ciglia su occhi leggermente obliqui, dalla pelle ambrata e dal corpo formoso sotto la giacca ed i pantaloni a sbuffo, alcune ciocche di capelli scuri uscivano impertinenti da sotto l’hijab.

Presto mi accorsi della sua pigrizia, quasi apatia, l’unico interesse era non rovinare le sue lunghe unghie che curava costantemente, non era interessata ad essere una coppia, né a letto, né in società, l’importante per lei non era essere l’amante di un occidentale, ma apparire agli occhi di tutti come la concubina di un occidentale. Sentivo odore di cavolo e mi rifugiai tra le braccia di una infermiera svedese, lunghi capelli biondi, occhi color nocciola, un grande fisico statuario, ma anche in quella occasione il profumo di gelsomino svanì in fretta. Per lei nella coppia doveva esserci una figura dominante e chiaramente non era la mia, il calore iniziale apparve come essere quello di un fuoco di paglia. Tutto divenne una stanca routine ed il puzzo di cavolo divenne intenso.

Intanto in patria le cose erano andate storte per la mia famiglia, una delle tante crisi immobiliari aveva messo in difficoltà la vendita delle unità della lottizzazione ed il recente scandalo famigliare aveva reso arduo trovare fidi e finanziamenti, mio padre si era fortemente indebitato ed aveva dovuto cedere parte dell’azienda a un socio.  Un infarto se l’era precocemente portato via e mia madre si era prontamente risposata col socio, dimostrando che il suo interesse primario era quello di essere sposata col proprietario della ditta, se non con la ditta stessa.

Anche mia sorella si era sposata con un impiegato di banca, così quando finì il cantiere decisi di andare a trovarla con un regalo di matrimonio. Scelsi un antico tappeto in seta raffigurante l’albero della vita, il vecchio islam permetteva tre disegni figurati. l’albero della vita, il paradiso terrestre e i giardini del sultano, l’islam retrogrado ed oscurantista di Khomeini li aveva non solo proibiti, ma aveva dato mandato ai pasdaran di distruggere anche quelli antichi, ero orgoglioso di averne salvato uno e di poterlo offrire a mia sorella.

Una serata penosa, pensavo di subire una fila di domande su usi, costumi e cibi del medio oriente, invece dovetti subire un racconto dettagliato di quanto riferito da loro amici in viaggio di nozze in Egitto che si erano lamentati di tutto, dal cibo alla sporcizia, alla molestia data di frotte di bambini poveri ai tassisti ed alle guide importune ed esose. Guardavo con tristezza il mio tappeto che meritava di essere appeso alla parete ed invece era buttato in maniera oscena su una sporca moquette originariamente color creme, quando una cosa risvegliò la mia attenzione: “Lo zio ha rovinato la nostra famiglia. Lo sai che la zia pochi giorni dopo il fatto ti aveva scritto una lettera? La mamma l’ha letta e si è infuriata, tanto che l’ha bruciata. E’ stato quando papà ti ha spedito a Milano.”. Il cuore mi balzò nel petto, con una scusa posi fine alla serata.

Sapevo di un parente di Lei, anche se con difficoltà dato il cognome molto comune lo rintracciai. “E’ diventata una suora laica, è in missione in Etiopia.” Il suo ordine non mi disse mai no alla mia richiesta di informazioni su dove fosse, ma neanche mi diede le informazioni che anelavo, per un mese mi scontrai con un muro di gomma. Chiesi di essere mandato in un cantiere in Etiopia e nel tempo libero incominciai a frequentare le varie missioni, finché un giorno due profondi occhi azzurri mi dissero:”Sapevo che prima o dopo saresti arrivato, non sapevo solo quando.”.

Da allora sono cinquant’anni che sento profumo di gelsomino.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *