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Rosaria respirò forte le doleva la testa, aveva male dappertutto, ma soprattutto non si ricordava più nulla, né il suo nome, né il luogo dov’era, né quello che era successo, guardò i due ragazzi, avevano un viso buono, gentile, singhiozzò.
“Vi prego aiutatemi, non ricordo più nulla”, sentì le lacrime rigarle il volto.
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“Povera signora, bisogna portarla al pronto soccorso”.
Giuseppe guardò intensamente Valentina, poi la borsa, Valentina annuì, ormai la loro era un’intesa istintiva, non avevano bisogno di molte parole per capirsi.
La sconosciuta piangeva, una piccola ferita sulla fronte sanguinava, la giacca e la camicetta erano strappate sul gomito destro e zuppe di sangue, ma era solo una grossa abrasione, il braccio si muoveva normalmente, alternativamente portato al viso e teso ad invocare aiuto.
“No, non sono ferite gravi compriamo del disinfettante e delle bende in farmacia per medicarla, poi portiamola a casa tua in attesa che ricordi qualcosa. Venga Signora, venga con noi, l’aiutiamo noi. Su, forza, coraggio, vedrà che non è niente.”
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Gianni decise di prendere il toro per le corna, cercò nell’agenda il numero di casa di Vanni, come pensava lo trovò sotto la dizione numero di casa, vicino c’era anche il numero di telefonino, sembrava quasi che il defunto gli volesse facilitare le cose. Si schiarì un paio di volte la voce e poi telefonò.
“Vorrei parlare con il signor Vanni Chiti o con un suo parente.”
La voce all’altro capo sembrava anziana con un forte accento toscano.
“Il signorino non è in casa e non c’ha parenti qui a Firenze.”
“Non sa dove potrei rintracciarlo, avrei urgenza e non risponde al telefonino?”
“E’ a Torino da una nipote, … dall’unica nipote, … per affari … oh, ecco l’indirizzo Via M. Cristina n°… la nipote fa Chiti di cognome come lui …”
Era un indirizzo di San Salvario, li vicino, un quartiere degradato, Gianni ringraziò e poi rimase perplesso, una nipote in un luogo così, uno zio evidentemente in mezzi, le cose non quadravano. Si diresse verso la casa in questione, ma spesso cambiava idea ed il suo fu un lungo girovagare, un percorso tortuoso che lo portò solo dopo molto a scrutare i campanelli dello stabile, indeciso sul da farsi indugiò col dito sulla targhetta con il nome Chiti senza suonare.
“Cerca qualcuno?”
Era stato apostrofato da un bel ragazzo bruno che arrivava al portone in compagnia di una bella ragazzina e di una donna con un grosso cerotto sulla fronte ed una giacca strappata sul gomito, istintivamente si volse a guardarli e senza neanche sapere perché disse la cosa più stupida che potesse dire.
“Sto cercando la signorina Chiti, sono lo zio.”
La ragazza gli lanciò uno sguardo gelido: “Non è vero!”
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Alla reazione di Valentina seguì un lungo silenzio imbarazzato.
“Se me ne date l’opportunità vi posso spiegare tutto.”
Pino strinse forte al petto la borsa piena di soldi, la fronte aggrottata, indeciso.
“Salga.”
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Seduti intorno al tavolo si guardavano sospettosi, solo Rosaria aveva lo sguardo perso nel vuoto alla ricerca di un vano equilibrio.
Gianni capì che doveva essere lui il primo a parlare e decise di essere sincero, raccontò di essere il direttore dell’agenzia rapinata, il raptus di fronte al morto, era triste di dover dare in tale circostanze la notizia della morte dello zio, ma Valentina fece un cenno come dire che non le importava niente, disse che era pentito e che si sarebbe costituito. Rosaria non capiva, si annoiava, si alzò e si mise a rigovernare il mucchio di piatti, non sapeva perché ma le sembravano gesti abituali, tranquillizzanti. Nella piccola camera era tornato il silenzio, solo lo sciacquio dell’acqua nel lavello ed il tintinnio dei piatti disturbavano la cupa atmosfera. Pino si scosse: “Vale, tu sei veramente l’unica parente?”
“Parente stretta, sì, dei lontani cugini a Firenze, ma niente più.”
Giuseppe prese la borsa e davanti agli occhi stupefatti di Gianni versò sul tavolo una montagna di mazzette di banconote.
“Controlli se sono segnate, la borsa l’abbiamo raccolta sul luogo della rapina.”
Gianni si tolse la giacca e cominciò ad esaminare le mazzette.
Pino e Valentina si sedettero sul divano e cominciarono a parlare fitto fitto tra di loro approfondendo la loro conoscenza, stupendosi delle loro affinità e cercando nell’altro quei sentimenti che sentivano nascere dentro di sé.
Rosaria aprì il frigorifero e la dispensa, poi scotendo la testa insoddisfatta delle misere provviste preparò un piccolo spuntino.
Dopo un paio d’ore, troneggiavano sul tavolo due mucchi di soldi , uno grande ed uno più piccolo, una mezza dozzina di mazzette. “Queste sono mazzette di soldi nuovi col numero di serie progressivo, da eliminare, invece quest’altre…” Gianni indicò il mucchio più grosso, poi consultò un taccuino pieno di cifre “sono 346.450 euro, biglietti usati buoni da utilizzare, non segnati, abitualmente non c’è tanto denaro in banca, ma ieri sera tardi si è conclusa la fiera del borgo, così ci sono stati parecchi versamenti da parte dei negozianti ed il furgone per il ritiro dell’eccedenza al momento della rapina non era ancora passato.”
Valentina e Giuseppe si guardarono, questa volta la decisione fu della ragazza:
“Se ci aiuta divideremo in quattro.”
Le prime ombre della sera autunnale incominciarono ad allungarsi, Rosaria guardava alla finestra un angolo di cielo, gli altri guardavano in silenzio i soldi e pensavano alla loro vita che stava mutando, definitivamente, forse in meglio.