Le cinque del mattino, la mano di Rosaria si spinse incerta a zittire il fastidioso ronzio della sveglia. Ormai desta spalancò gli occhi cercando di orientarsi nel buio della stanza, ma dalle fessure delle tapparelle non filtrava ancora nessuna luce. Dall’esterno non giungeva alcun rumore ed il silenzio della villetta a schiera a Sangano era rotto solo dal leggero russare di suo marito. Con uno sforzo che le sembrò sovraumano si mise a sedere sul letto, coi piedi nudi si spinse a cercare le pantofole, il pavimento era freddo ed un brivido le scorse lungo la schiena. Pian piano si diresse verso il bagno, come tutte le mattine urtò l’angolo del comò, si fermò un attimo timorosa di aver risvegliato la casa. Suo marito si girò nel letto e riprese subito a russare. Confortata raggiunse il bagno, accese finalmente la luce e fece scorrere l’acqua nella doccia, quando vide levarsi sottili nuvolette di vapore si tolse il pigiama e si fece abbracciare voluttuosa dal caldo getto. Mentre si asciugava si osservò allo specchio, pensò che avrebbe fatto fatica a nascondere col trucco le profonde occhiaie, non aveva ancora quarant’anni, ma sembrava già una vecchia. Sciolse l’asciugamano che le cingeva il corpo e rimuginò che non era vero, sì la faccia era stanca, tirata, ma il corpo era ancora snello, i seni sodi, il ventre piatto malgrado le due gravidanze. Forse si sentiva vecchia perché ormai da tempo il marito non la desiderava, i loro rapporti erano radi e sporadici, solo qualche volta nel cuore della notte, al termine dei vari processi sportivi televisivi, ebbro di birra, la prendeva con violenza concludendo il tutto in pochi minuti. Aveva imparato a non lamentarsi, quando lo aveva fatto lui non l’aveva guardata e toccata per mesi, doveva essere in quel periodo che aveva incominciato la relazione con quella zoccola della sua segretaria. L’orologio del campanile della chiesa suonò le sei, doveva sbrigarsi, il tempo che poteva dedicare a se stessa era esaurito, non solo doveva preparare la colazione per tutta la famiglia, ma doveva ancora stirare la camicetta di Deborah e correggere i compiti di Samantha e prepararle la cartella e …
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Erano quasi le sette Giovanni Battista, per gli intimi Gianni, si stava facendo il nodo della cravatta davanti all’enorme specchio del vestibolo della sua villa al Golf Club di Avigliana. Controllò il nodo della cravatta, lisciò il vestito di gabardine color grigio ferro osservando con cura la piega dei pantaloni, sospirò e scese nell’ampia cucina. Sua moglie era già seduta a tavola e leggeva il giornale con il capo avvolto in un asciugamano e la faccia imbiancata da creme e da altri strani intrugli. Le si avvicinò e mimò un bacio sulla guancia.
“Sei in ritardo stamani.”
“Avevo avvertito in banca che avrei tardato. Dovevo riguardare alcune carte per la conferenza allo stage di questa sera.”
“Allora non sei dei nostri per la festa della Titti.”
La ‘serva’ filippina servì l’abbondante colazione passando non vista tra i loro sguardi, una mosca avrebbe destato più attenzione e considerazione.
Gianni sorseggiò il succo d’arancia e sfogliò i giornali economici, aveva la sensazione che mancasse qualcosa.
“Anna Maura non scende a colazione?”
“Povera gioia, ha fatto tardi con gli amici del circolo.”
“Quindi neanche oggi andrà a scuola. E pensare che io ho fatto il liceo e l’università lavorando. Mi sono laureato in tempo a pieni voti. Sono diventato il più giovane direttore di banca…”
“Sappiamo benissimo, caro. Sappiamo quanto sei bravo e precisino.”
Gianni si alzò da tavola e prima di uscire osservò la cucina in perfetto ordine ed ebbe di nuovo la sensazione che mancasse qualcosa, gli sembrava di aver dimenticato qualcosa o comunque che ci fosse qualcosa fuori posto.
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Rosaria mentre stava frugando nella borsa alla vana ricerca delle chiavi del suo vecchio 127 guardò sconsolata la cucina ove regnava nuovamente il disordine.
“Mamma, Debbie mi fa i dispetti.”
“Non chiamarmi Debbie! Mamma, guarda come Sam ha sporcato la tovaglia.”
“Le mie sono solo briciole, invece tu l’hai macchiata con la marmellata.”
“Mamma! Sam mi tira le briciole!”
Suo marito si era finalmente alzato e stava arrivando ciabattando e sbadigliando, i radi capelli appiccicati sulla fronte, con una mano si grattava i peli che scappavano dalla giacca del pigiama mal abbottonata.
Rosaria trovò le chiavi nella tasca dell’impermeabile.
“Io vado, controlla che le bambine escano in tempo per prendere lo scuolabus.”
“Umf, tocca sempre fare tutto a me.”
Mentre prendeva la tazzina rovesciò la scatola dei fiocchi d’avena che si sparsero sul pavimento, incurante passeggiò sul disastro ed incominciò a sorbire il caffè.
“Cristo, ti sei dimenticata di metterci lo zucchero!”
Mentre scendeva in garage a Rosaria le si riempirono gli occhi di lacrime.
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Giuseppe guardò con schifo il pavimento sozzo della cucina. Sua madre era stravaccata sul divano, il ventre prominente sulle gambe sottili, l’alito pesante di alcool e fumo, dello stesso odore erano impregnate le pareti ed i mobili del piccolo alloggio.
“Non ti prepari colazione?”
Giuseppe guardò il lavello dove in mezzo dito d’acqua stagnante galleggiavano dei mozziconi di sigaretta.
“No, prendo qualcosa al bar.”
“Spreca sempre i soldi.”
Giuseppe non le diede retta, preparò la cartella per la scuola.
“Non mi rispondi?”
“Se la casa fosse più pulita…”
Si pentì subito di aver iniziato l’usuale discussione, ormai sua madre era pressoché una alcolizzata, la cassa integrazione le aveva dato l’ultima spinta verso il baratro, negli ultimi mesi aveva passato le sue giornate a bere tutto quello che in casa aveva un minimo di gradazione, sospettava che avesse bevuto anche il suo dopobarba.
“Senti chi parla. Voglia di studiare niente. Sempre bocciato. Nessun senso delle responsabilità, proprio come tuo padre che se ne è andato lasciandomi con te in fasce. Proprio come lui, sempre al bar, tutte le notti a far tardi al pub.”
“Guarda che al pub io ci lavoro come cameriere.”
Senza aspettare risposta si chiuse la porta alle spalle e si avviò alla fermata del tram.