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Gianni aveva parcheggiato nel solito garage, aveva trovato come al solito il suo posto occupato e aveva dovuto litigare col guardiano, ma questa volta lo aveva fatto stancamente, annoiato dalla solita routine. Anche lasciare al custode le chiavi della sua macchina per permettergli di parcheggiarla nel primo posto che si liberava gli pesò meno del solito. Uscendo dall’autorimessa sentì una babilonia di sirene, di rumori, allungò lo sguardo e vide un assembramento di macchine delle forze dell’ordine e di agenti in borghese davanti alla sua banca. Si mise a correre finché non vide un uomo sulla soglia dell’agenzia che ne stringeva un altro per il collo facendosene scudo e tra il frastuono non lo sentì gridare: “Ho una bomba se non mi lasciate andare faccio saltare tutti per aria”.

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Rosaria aveva finalmente trovato un posto e stava rovistando nel vano portaoggetti alla ricerca dell’abbonamento del parcheggio, in lontananza due agenti del traffico la guardavano pronti ad intervenire per multarla. Finalmente lo trovò nella borsetta. Si mise a correre verso il negozio, era di nuovo in ritardo, l’avrebbero di nuovo ripresa in malo modo davanti a tutti, immersa nei suoi tristi pensieri non fece caso alle sirene, alle urla, girò l’angolo e un boato interruppe le sue angosce.

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Gianni buttato a terra dall’esplosione sentì il contatto di un corpo caldo, riaperse gli occhi e vide un vestito di gabardine coloro grigio ferro, pensò ‘Mio Dio sono morto e sto guardando il mio corpo steso a terra’. Poi realizzò che era ancora vivo ed il corpo doveva essere quello del povero ostaggio, ‘chissà se è uno dei miei impiegati’. Rivoltò il cadavere è fu colto dalla nausea, il viso era una enorme focaccia sanguinolente, dalla giacca sbrindellata cadde il portafoglio. Gianni lo prese in mano e trovata la carta di identità guardò la foto ed il nome, non gli ricordavano niente, né un impiegato, né un cliente abituale. ‘Queste foto sono tutte uguali, potrebbe essere la mia…’, il corso dei suoi pensieri fu interrotto da una improvvisa illuminazione, intascò il portafoglio del morto e buttò il suo vicino al cadavere, scambiò il contenuto delle tasche e cercò di sfilarsi la vera, non ci riusciva e venne preso dallo sconforto, poi una nuova illuminazione, raccolse nuovamente il suo portafoglio e lo svuotò dei soldi e delle carte di credito, lasciandolo a terra con solo i documenti. Si guardò attorno, il caos era completo, nessuno si era accorto dei suoi maneggi, si spolvero l’abito inzaccherato e si allontanò velocemente dalla scena dell’esplosione.

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Valentina e Giuseppe videro volare verso di loro una enorme borsa di pelle, cadde con un tonfo e rimase socchiusa, dentro si intravedevano delle mazzette di soldi, i due ragazzi si guardarono negli occhi, Valentina scosse timida la testa, Giuseppe le strinse forte la mano ed annuì, avevano avuto la stessa pazza idea. Giuseppe più risoluto dei due afferrò la borsa e trascinò Valentina con sé dietro l’angolo della strada. Aprirono la borsa, era colma di soldi, in quel momento una mano si appoggiò al suo braccio: ‘la mia solita fortuna, mi hanno già scoperto’.

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Rosaria si rialzò, le doleva forte un gomito, la testa era pesante ‘chi era? cosa faceva in quel posto? cosa era successo?’, non ricordava nulla nemmeno il suo nome. Vide due ragazzi con una borsa passarle veloci accanto, forse potevano aiutarla, cercò di seguirli ma le gambe erano molli instabili, per fortuna i ragazzi si erano fermati dietro l’angolo, posò la mano sul braccio del ragazzo e sussurrò: “Vi prego aiutatemi.”

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Gianni si recò al più vicino sportello automatico e con le sue carte di credito ritirò il massimo possibile di soldi, poi le rese inutilizzabili. Entrò in un bar e si sedette in un angolo buio ed allineati sul tavolino gli oggetti del morto incominciò ad esaminarli. Il portafoglio era zeppo di soldi e la ricevuta indicava che li aveva appena ritirati quando era stato preso per ostaggio. Nell’apposito scomparto bancomat e carta di credito ed un foglietto con dei numeri telefonici, a Gianni bastò uno sguardo per capire che tra quelle cifre erano nascosti i numeri di codice, la gente non avrebbe imparato mai la cautela in certe cose. Carta di identità intestata a Vanni Chiti di Firenze, ancora valida per tre anni. Niente patente, Gianni ebbe un gesto di sconforto e passò agli altri oggetti, una di quelle tessere bucherellate, chiave di una camera di un Hotel situato nei pressi, una agendina con degli indirizzi e dei numeri telefonici, telefonino con etichetta adesiva riportante il Pin, questo Vanni doveva proprio essere smemorato, fazzoletti di carta, due biro di marca, un mazzo di chiavi, ma non chiavi di automobile. Gianni riprese in mano la carta di identità e la carta di credito, studiò a lungo la firma infantile, poi senza guardare gli originali provò più volte ad imitare la firma su dei fazzoletti di carta, contento osservò poi la somiglianza agli originali, sospirò contento, allungò le gambe poi rimase senza fiato come colpito da un pugno in pieno stomaco: la famiglia! Aveva scordato il fatto che quel Vanni aveva senz’altro una famiglia che si sarebbe preoccupata per lui e che senz’altro non avrebbe potuto ingannare. Si alzò di scatto,si mise in tasca i tovaglioli con le firme appallottolandoli nervosamente, gettò una moneta sul tavolo per pagare la consumazione ancora intatta sul tavolino e si precipitò fuori a cercare la luce, incapace di pensare ad una soluzione.

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