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Valentina guardò il lavello ingombro di piatti e si sentì profondamente infelice. Non che fosse mai stata particolarmente felice in quel bilocale in San Salvario, ma fino al mese prima c’era la sua mamma a pensare a lei. La povera mamma abbandonata incinta dal fidanzato, ripudiata dalla famiglia, non aveva voluto rinunciare a lei e l’aveva accudita e protetta come un piccolo gioiello, ma ora anche lei se ne era andata, logorata dal lavoro e da una vita in povertà a cui non era stata preparata. E adesso addio all’università dopo solo pochi mesi, addio a sogni di gloria. Tra qualche ora avrebbe sostenuto i suoi primi colloqui di lavoro, si sentiva nervosa. Doveva lavare i piatti. Doveva riordinare la casa. Scrollò le spalle e decise che la cosa migliore era di andare a correre al Valentino, si infilò la tuta, le scarpe da ginnastica, il walkman nelle orecchie e via per le strade affollate, cercando di non pensare, di non autocommiserarsi.
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Gianni guardò le montagne illuminate dal sole nascente e sentì dentro di se come un vuoto, un buco nello stomaco, un senso di ansia e di angoscia che finora gli erano sconosciuti. Era già in ritardo e la sua Audi procedeva lemme lemme nella coda chilometrica di auto, pensò che fosse quella la causa di queste strane sensazioni, poi si ricordò che erano iniziate ben prima di uscire di casa. Guardò oltre la serpentina metallica di auto e la natura splendida nei suoi colori autunnali lo colpì con violenza e sentì la sua vita inutile malgrado il successo e allora la verità venne a galla, era il suo quarantesimo compleanno e persino lui se ne era dimenticato, nessuno lo amava tanto da ricordarsi di fargli gli auguri, nemmeno lui stesso, aveva vinto, ma fallendo nel gioco della vita. Si sentì solo e abbandonato, con una gran rabbia in corpo, come al solito deciso a lottare per avere quello che gli mancava, anche a costo di cambiare vita.
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Giuseppe salì sul tram affollato di studenti, come al solito fu colpito dall’intenso e nauseante odore di sudore, di carne umana ammassata, gli scivolò accanto una ragazza, l’intenso odore di profumo alla violetta lo nauseò, come odiava questo ammassarsi, questo essere immerso nella folla, si ricordò del dolce profumo di violette che raccoglieva da bambino nel boschetto vicino alla cascina dei suoi nonni, pensò con rimpianto a quelle poche estate felici passate in solitudine a veder scorrere le nuvole nel cielo, al profumo dei campi, decise di scendere anche se non era ancora la sua fermata, si lanciò fuori dal tram ed appena posato il piede sulla pensilina venne urtato e quasi travolto, si girò di scatto pronto ad aggredire il suo investitore quando un sentore di fieno gli solleticò le nari. La faccia del suo aggressore era quella di una timida ed impaurita ragazza in tuta da ginnastica, la sua aggressività si sciolse in una calda sensazione e le sorrise.
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Valentina stava corricchiando quando vide il tram fermarsi, in un attimo il marciapiede si sarebbe riempito di gente impedendole di procedere al suo passo, decise di accelerare per passare prima che si aprissero le porte, ma improvvisamente una montagna umana le si materializzò davanti, non riuscì a fermarsi e la colpì con violenza. Era terrorizzata, in quel momento non era in grado di sentire insulti e reprimende, si sentiva troppo fragile. Invece si trovò davanti il volto sorridente di un ragazzo normale, un ragazzo quasi all’antica senza orecchini od altri fronzoli moderni, un volto d’altri tempi che ispirava sicurezza, e poi quella bocca sorridente si aprì con parole gentili.
“Ti sei fatta male? Vieni ti offro un caffè così ti riprendi dallo spavento.”
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Gianni fermo in coda al semaforo vide una ragazzina correre in tuta andare a sbattere contro una montagna di giovanotto, uno studente con uno zaino pieno di libri, pensò divertito alla scenata a cui avrebbe assistito. Invece niente, dei sorrisi, uno scambio di cortesie. Ecco dove la sua vita era sbagliata, improvvisamente capì.
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Rosaria friggeva sulla 127 ferma in coda, pensò con angoscia al prossimo divieto di circolazione a targhe alterne, presto avrebbe dovuto alzarsi ancora prima per partecipare ad un assurdo giro dell’oca con i mezzi pubblici, disperata cercò di consolarsi, almeno non avrebbe più avuto il problema del parcheggio. Girò lo sguardo e vide due ragazzi scontarsi violentemente, sorridersi ed allontanarsi insieme, nella sua testa urlò ‘stupidi non fatelo, è l’inizio della fine!’.
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Un po’ di caffè si era versato nel piattino inzuppando l’angolo della bustina di zucchero, la luce del mattino faceva brillare i piccoli cerchi lasciati dai bicchieri sul tavolino di marmo, Valentina fissava quei particolare per distogliere gli occhi dal viso del giovanotto e mentre lo faceva sentiva che stava arrossendo.
“Tutti mi chiamano Pino, anche se non sono un albero, se posso scegliere preferirei essere chiamato col mio nome intero Giuseppe. Tu come ti chiami?”
La sua voce aveva lo stesso calore del suo sguardo Valentina si sentiva frastornata ed era pentita di aver accettato quell’invito.
“Valentina, anch’io odio i diminutivi, mi hanno chiamato in tutti i modi. Ma non farai tardi a scuola?”
Una allegra risata illuminò ancor di più, se era possibile, il viso del giovanotto.
“Ho già perso due anni per strada e penso proprio che non sarà per colpa di quest’assenza se non passerò la maturità. Intendimi, non è che non mi piaccia studiare, ma è difficile lavorare quasi tutta la notte ed al mattino sorbirsi certi professori. Penso che non ci riuscirebbe neanche Einstein.”
“Io invece ho fatto tutto di corsa, l’anno scorso mi sono diplomata con un anno di anticipo, tutto inutile adesso devo lasciare l’Università e trovarmi un lavoro.”
Valentina non voleva parlare dei suoi problemi anche se intimamente sapeva di aver trovato una spalla su cui piangere, guardò nervosamente l’orologio. Stava cercando le parole per interrompere l’incontro quando scoppiò un finimondo di sirene, di stridore di freni di parole urlate con un megafono.
“Andiamo a vedere cosa succede.”
Giuseppe buttò una monetina sul tavolo e raccolto lo zaino la prese per mano e la trascinò fuori verso il luogo del trambusto.