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VIII°

Sto ancora singhiozzando mentre apro la porta di casa, ma tu sei li seduto sul divano e sento un tuffo al cuore.

Sei dimagrito, gli occhiali tondi scivolano sul naso diventato affilato, i capelli sono più grigi, noto con orrore che la manica destra della giacca pende inerte, svuotata.

Corro da te e mi stringo forte al tuo petto: “Quanto tempo, quanto ti amo.”, mi sorridi e mi accarezzi i capelli.

Un bacio lungo, dolcissimo.

“Caro cosa ti è capitato?”

“Joe ed io siamo stati traditi dalla scorta e presi prigionieri dai ribelli.”

“E poi.”

“Poi hanno fatto a pezzi Joe.”, una lacrima mi scivola silenziosa sulla guancia al pensiero della tragica morte del nostro amico, “Io sono stato più fortunato, quando mi hanno tagliato il braccio tutti i gatti del villaggio si sono messi a miagolare, poi un grosso gatto nero col pelo irto, la gola rossa spalancata ed occhi di bragia è saltato tra loro e me. Superstiziosi come sono hanno cominciato a gridare che ero il diavolo, che c’era della magia nera e sono scappati. Con un coltello arroventato ho cauterizzato la ferita e poi ho aspettato che qualcuno venisse a soccorrermi. Ho saputo che anche tu hai avuto dei problemi, peggiori dei miei perché umilianti. Sono le cose peggiori che ti possono accadere perché ti riempiono di odio e rancore, ti fanno diverso non solo nel corpo, ma anche nella mente.”

Mi stringo più forte a te, vorrei che diventassimo un’unica persona un unico corpo, vorrei che la mia carne penetrasse e si mischiasse con la tua.

Ti racconto piano, con dolore, quello che mi è successo, ti parlo di me, di come mi sento e tu annuisci, mi baci con tenerezza sulla fronte, mi asciughi con le labbra le lacrime che mi spuntano facili agli angoli degli occhi.

Senza una parola, solo con la tua presenza, riesci a calmare i miei timori ad esorcizzare le mie paure, sei calmo e tranquillo anche quando ti espongo gli ultimi ferali avvenimenti, irradi pace e serenità e ti capisco finalmente, mi rendo conto che hai ragione nel dire che il nostro corpo non è che un abito, quello che conta è quello che hai dentro.

Potrai fare del bene o del male, ma l’importante è che lo fai solo con l’intenzione di aiutare gli altri, senza egoismi, senza protagonismo, appagato nel sentirsi dentro a posto con la tua coscienza, sicuro di aver tentato di fare il tuo dovere.

Ti alzi con fatica e appoggiandoti ad un bastone ti avvicini alla finestra.

“Ti stanno sorvegliando, ti hanno lasciata libera solo per cercare di arrivare ai tuoi contatti.”, ti volti verso di me e mi sorridi. “Farò in modo che tirino la rete ed arrestino tutte le persone coinvolte, il tuo lavoro ed il tuo sacrificio non andranno sprecati.”

“Restiamo insieme?”

“No, la mia missione è finita. Tu invece devi andare in Colombia, li potresti essere ancora utile. Scappa attraverso il cortile e passando dalle cantine esci dal palazzo di fronte, non sapendo di questa via di fuga non lo staranno certamente sorvegliando.”

Preparo velocemente un piccolo bagaglio, mi infilo un maglioncino e dei pantaloni grigi, non so perché ma mi danno la sensazione di mimetizzarmi col grigio plumbeo della città.

Ti getto le braccia al collo e ti bacio, a lungo, sento il cuore diventare grande, grande, poi capisco che devo andare.

“Ciao a presto.”

Sono da tre giorni in Colombia, nel mondo è successo un putiferio, arresti di personaggi importanti, dimissioni di politici, suicidi, fughe spericolate, è crollato un mondo, sembra che dappertutto abbia trionfato il bene sul male. Dappertutto meno che in Colombia, la polizia è stata lenta nel tirare la rete ed alcuni pesci grossi sono riusciti a scappare, con la loro scorta si sono asserragliati in una scuola e tengono in ostaggio ottanta bambini con i loro insegnanti, se non li lasceranno andare liberi, li uccideranno.

Io adesso sono qui che attendo di parlare con il responsabile delle trattative, da quando ho scoperto dalle telecronache che con i delinquenti c’è anche una donna italiana di nome Maria Luisa Orlandi, sto seguendo una lunga e tediosa trafila per arrivare a qualcuno che conta.

Per l’ennesima volta viene a parlarmi un sottufficiale di polizia, un tipo azzimato dai capelli tirati e lucidi di brillantina, dai piccoli baffetti che coprono un vistoso labbro leporino, questa volta è però seguito da un signore di mezz’età dal volto pacioso, afflitto da una iniziale pinguedine che gli fa strascicare i piedi come se fossero dolenti, la faccia e lo sguardo sono tristi, ma si capisce che quella non è la loro espressione abituale.

Ancora una volta il graduato mi apostrofa con malcelata ironia.

“Signorina, lei capisce che non possiamo in questi momenti stare a sentire tutti quelli che ritengono di avere una soluzione, lei poi si rifiuta anche di spiegarci quale.”, segue un breve periodo di silenzio imbarazzante. “Non posso proprio farla parlare coi miei superiori, sono molto impegnati…”

Lo interrompo e guardando fisso negli occhi il civile. “L’idea è di consegnarmi come ostaggio al posto dei bambini e degli insegnanti.

Poi potrete intervenire senza alcun timore.”

Il sottufficiale scoppia a ridere: “Che idea bislacca, dovrebbero essere pazzi…”

Questa volta viene interrotto dal suo superiore in abiti civili.

“Cosa le fa ritenere che accetteranno?”

“Una volta un saggio mi disse che per alcune persone è più importante la vendetta della loro stessa sopravvivenza.”

La faccia paciosa si apre in un timido sorriso, forse al cospetto di un ricordo lontano.

“D’altronde cosa vi costa tentare, al massimo vi diranno di no, anche se non lo penso.”

“Si rende conto che per lei sarà la morte certa.”

“Prima o dopo si deve morire e cosa c’è di più dolce che morire per gli altri.”

“Molti non sarebbero d’accordo con lei, …io forse sì, tenteremo.”

“Dite che se vogliono Lisbeth l’inglese devono rilasciare tutti gli ostaggi.”

Avevo ragione conosco troppo bene Maria Luisa e lei è il capo.

Mentre entro nella scuola sono consapevole che la mia fine non sarà breve e nemmeno indolore, ma non mi importa, sono serena e felice perché capisco che sono finalmente degna di te.

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