III°
La cabina è tiepida, ampia, accogliente, tutta in varie tonalità di beige.
Seduta sul letto, nuda, penso a te ed incomincio ad accarezzarmi il seno, il ventre piatto, le cosce, penso a quanto mi manchi e sento sotto le mie dita i capezzoli eccitati.
Bussano e spezzano il mio sogno.
“Chi è?”
“Servizio in camera.”
Per un attimo sono diffidente, ma cosa può capitarmi su un traghetto?
Infilo l’accappatoio e apro, una mano mi tappa la bocca e un’altra mi spintona con violenza.
Violentata, stuprata.
Mi sento sporca, imbrattata, infangata, tutto mi gira intorno, sembra un incubo, tutto è ovattato, irreale, deformato, distorto.
Devo lavarmi.
Faccio una doccia, poi un’altra, poi un’altra ancora, rimango sotto l’acqua che scroscia fino a quando non incomincio a tremare e a battere i denti.
Mi rannicchio sul letto avvolta nel lenzuolo come in un sudario e rimango immobile, impietrita, non riesco nemmeno a pensare.
Bussano.
“Lisbeth sono Joe.”
Bussano.
“Lisbeth!”
Sento che prova la maniglia, la porta si apre non ho neanche pensato a richiuderla.
“Lisbeth cosa ti è successo?”
“Due… due mi hanno violentato e… andandosene mi hanno minacciato,… se non smetto di fare domande mi faranno di peggio.”
La faccia di Joe si fa dura, le mascelle si serrano, ma io quasi non me ne accorgo, lo guardo come se fosse un alieno, uno sconosciuto, un estraneo, tutto mi è estraneo, la cabina, i miei vestiti appesi, io stessa.
Joe trae un foglio di fax, sopra la fotografia di due uomini.
“Sono loro?”
Strano, mi avessero chiesto di descriverli non ne sarei stata capace, non mi ricordavo neppure della grossa cicatrice sulla fronte del più tarchiato,
ora vedendoli in foto mi sembrano ancora li, sopra di me.
Annuisco rabbrividendo.
“Bastardi! Non gli bastava di aver ucciso Ivan!”
“Ivan? Morto? Come?”
“Gli hanno amputato braccia e gambe e lo hanno lascito morire dissanguato. Hanno trovato il corpo e questi sono i sospettati…”
Al pensiero di Ivan morto riesco fare quello che non ero riuscita a fare per me, scoppio in un pianto dirotto, liberatorio.
“Non la passeranno liscia, adesso che so che sono a bordo provvedo io. Troveranno ad attenderli allo sbarco dei buoni amici di Ivan e verranno trattati da quegli animali che sono. Ti procuro dei calmanti.”
I calmanti di Joe incominciano a fare effetto sto scivolando nel dormiveglia, sento ancora una forte angoscia, un forte dolore che mi attanaglia lo stomaco, ma tutto sta svanendo come in una nebbia.
Le grosse mani di Joe racchiudono le mie come in uno scrigno di tenerezza e comprensione, le vedo con la loro peluria rossiccia, vorrei che fossero le tue e con quel pensiero mi addormento.
Da due giorni sono rinchiusa nella mia camera di albergo ad Helsinki, non ho il coraggio di uscire, ho paura di vedere un uomo, un uomo qualsiasi, perché da due giorni ho cominciato a pensare e non riesco a smettere.
Penso a tante cose insieme, sono ricolma di ansie e di paure, più penso e più sono spaventata, adesso mi è venuto in mente che potrei essere gravida, gravida di quei mostri, e se lo sono cosa faccio? Non lo so.
Non so niente, ho solo tanta paura, vorrei che tu fossi qui ad occuparti di me.
Joe entra con la sua chiave, mi guarda preoccupato.
“Non puoi rimanere qui a tormentarti, è peggio.”
Scuote la testa al mio silenzio.
“Ho seguito i movimenti di Ivan fino ad una ditta di spedizioni, ma non posso fare di più senza scoprirmi e rovinare tutto. Devi intervenire tu.”
“Non posso.”
“Sì che puoi.”
“Non potrei sopportare che un uomo mi toccasse, o anche solo che mi guardasse con… con quei pensieri in testa,… vomiterei.”
“Vedrai che sarà meno peggio di quanto pensi.”
Sono nell’ufficio del padrone della ditta di trasporti, seduta su una vecchia poltrona damascata sento la pelle friggere dal nervosismo, sembra che milioni di piccoli aghi buchino bollicine d’aria nascoste sotto la mia cute, la testa mi prude e i capelli sono diventati sensibili: fa che non sia un giovanotto, fa che non sia un giovanotto.
Qualcuno mi ha ascoltato, entra un signore anziano tracagnotto, pochi capelli grigi corti, faccia rotonda con spessi occhiali bifocali, il colletto della camicia sbottonato, niente cravatta, le maniche rimboccate, grosse bretelle amaranto a sostenere un paio di calzoni marroni dall’ampio cavallo.
“E’ della stessa compagnia di assicurazioni del signor…”, un rapido sguardo ad un biglietto da visita, “Paasilina e vorrebbe avere sue notizie, come mai?”
“Dopo averla incontrata è sparito, senza fare rapporto. Potrebbe avere scoperto qualche cosa di losco o più probabilmente voler abbandonare la moglie senza doverle passare gli alimenti, ma noi dobbiamo controllare.”
“Capisco. Era venuto a chiedere di una partita di confezioni della Fascino Moda. In effetti avevamo avuto dei problemi, non per colpa nostra c’era stato uno scambio di merce. Incominciammo a ricevere telefonate isteriche che volevano che la recuperassimo immediatamente.
Lei conosce la Finlandia è quindi sa quali sono le distanze per cui immediatamente è una parola un po’ proibitiva. Ad un certo punto divennero insultanti per cui rispondemmo che non intendevamo più servirli, che si recuperassero da soli il loro materiale. E qui accadde una cosa strana, un membro del governo è intervenuto con velate minacce, se rinunciavamo all’incarico la dogana avrebbe avuto un occhio di riguardo per noi, una cosa vergognosa, ma sa noi dobbiamo lavorare.”
“Lei conosce qualcuno della Fascino Moda?”
“E’ stato per anni un buon cliente, poi il vecchio proprietario è morto ed è subentrato il genero, un giovane presuntuoso, rampante. Per prima cosa ha chiuso le fabbriche di confezioni in Piemonte e con sovvenzioni delle organizzazioni per il terzo mondo ha aperto fabbriche in Africa ed in Sud America. Poi ha rivoluzionato tutto il campionario, da abiti sobri, eleganti a paccottiglia venduta nelle peggiori boutique del paese. Vedesse che roba dozzinale, e quei vestiti che tanto reclamavano indietro dicendo che erano novità di gran pregio date in esclusiva, un vero e proprio schifo.”
“La ringrazio. Può solo dirmi dove è la direzione della Fascino Moda, mi eviterebbe di cercare l’indirizzo.”
“E’ a Torino.” Scrive l’indirizzo su un bigliettino e me lo porge, con un grosso sforzo gli rivolgo un sorriso di ringraziamento.
Sto attraversando il mercato del pesce di Helsinki per tornare all’albergo.
Cerco di non guardare quella sfilata di salmoni ed aringhe morte e penso che è andata meno peggio di quanto pensassi e poi… E poi posso tornare a Torino, rivedere i luoghi che ho visitato con te, lasciarmi cullare da felici ricordi, oh se fossi con me a passeggiare per le strade di Torino, in quel momento un pensiero mi taglia la mente come un affilato lucido coltello: e se fossi incinta?