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Sono passati circa quindici giorni, non ho ancora visto la padrona, non mi è stato ancora dato un incarico, giro per la casa tra la servitù facendo amicizia con la moltitudine di gatti, alcuni di loro già mi corrono incontro quando arrivo, sono sempre più propensa a credere che non concluderò nulla.

E’ sabato pomeriggio, sono come al solito in casa, cerco di passare il tempo leggiucchiando, fa molto caldo e per stare più fresca ho indossato un tuo camiciotto ed un tuo paio di calzoncini, sono abbastanza larghi per non appiccicarsi alla pelle sudata, sdraiata sulla poltrona con i piedi nudi su una sedia sto sorseggiando un cocktail martini gelato.

Sono annoiata, ma non desidero incontrare nessuno, la mia solitudine è diventata la mia prigione ed il mio paradiso.

Suonano alla porta.

“Chi è?”

“Sono Pickword.”

Mi ritornano in mente altri attimi e desidero non aprire, tentenno ma poi cedo, non devo rovinare tutto con le mie paure.

“Pensavo non volessi aprirmi, che volessi lasciarmi sul pianerottolo.”

“Desidera signor Pickword?”

“Alan per te, tesoro.”

Sento il suo sguardo lubrico frugare il mio corpo.

“Hai proprio delle belle gambe e anche le tette non sono male.”

“Desidera signor Pickword?”, la mia voce è sempre più fredda, le mani contro i fianchi strette a pugno, sento le unghie, anche se molto corte, piantarsi nel palmo delle mani.

“Alan. Alan.”, il suo tono di voce è mellifluo, insistente, “Chissà chi gode di queste bellezze, anche se non esci mai di casa, qualcuno ci sarà di certo.”

“Non mi piacciono gli uomini.”

Più della frase è stato il mio tono secco e deciso, lo sguardo gelido a colpirlo come un diretto allo stomaco.

Poi la sorpresa svanisce in una risata.

“E io che stavo sprecando il mio tempo.”, mi guarda incuriosito, “Chi l’avrebbe mai detto. E brava la protetta del cardinale.”

Ancora un lungo sguardo significativo di reconditi pensieri.

“Comunque che spreco, un autentico abominevole spreco.”

“Desidera signor Pickword.”

“Adesso che le cose sono chiare per entrambi, puoi chiamarmi Alan senza problemi. Mi sento più a mio agio.”

“Desidera Alan?”

“Incorreggibile, devo anche specificare che voglio il tu? Comunque sono venuto perché devo partire per una sfilata a Parigi e siccome in queste occasioni mia moglie diventa nervosa, diciamo che da fuori di matto pensando che la tradisca, cosa d’altronde vera, vorrei che tu fossi domani in villa nel caso ci fosse bisogno. Ti chiedo questo piccolo favore anche se domani è domenica.”

“Non so come potrei essere utile, non ho ancora conosciuto sua…”, mi fa segno con un dito, “tua moglie.”

“Se darà in escandescenze la conoscerai, conto su di te per calmarla.”

Penso che rimanere sola alla villa mi permetterà forse di curiosare un po’, chissà che non possa scoprire qualcosa di interessante.

“Va bene, domattina sarò alla villa.”

Mentre richiudo la porta alle spalle dello sgradito ospite, mi sento piegare le gambe, non so dove ho tratto la forza per rimanere fredda e distaccata, quando avrei voluto urlare, picchiarlo selvaggiamente per quello che è e quello che rappresenta ai miei occhi.

La mattinata e fresca e limpida, è stato un piacere guidare la mia utilitaria per le strade della collina e sto giocando serena con un gatto nel salone inondato di sole, quando una voce da soprano risuona alle mie spalle.

“Non credo che tu sia lesbica.”

Mi volto e vedo una enorme palla con una vestaglia di ciniglia color verde petrolio, sormontata da dei capelli spettinati e unti che cadono a grosse ciocche disordinate.

“Non sono lesbica, ho detto solo che non mi piacciono gli uomini.”

“Non tutti i gusti sono al limone: a me piacciono e molto.”, un gorgheggio che vuol essere una risata rintrona nel salone.

“Capelli corti, niente trucco, unghie cortissime non laccate e ieri eri vestita con abiti maschili, lui non riesce a vedere oltre il suo naso. Poi hai anche resistito al suo fascino, capisco l’equivoco. Non guardarmi con quegli occhi verdi spalancati non sono un mostro, ma solo un po’ grassa: un metro e sessantotto per centodieci chili.”, un altro gorgheggio riempie la sala.

“Ha bisogno di qualcosa signora Pickword? Posso esserle utile?”

“Chiamami Laura e dammi del tu dobbiamo diventare amiche, tu sarai la mia complice, ma ricordati che il mio cognome è Ruffo, mi chiamo solo Laura Ruffo, ho odiato quello stupido cognome inglese dal primo minuto che lo ho sentito.”, una poltrona geme sotto il suo peso, “Pensavo di approfittare dell’assenza di Alan per licenziarti, non voglio che porti qui le sue sgualdrine, ma a quanto pare con te ha fatto cilecca. Adesso mi spiego perché aveva fretta di andare ad una sfilata di moda.”

“Cosa intendi dire?”

“Lo so benissimo che va alle sfilate per farsi le indossatrici, d’altronde con la porcheria che produciamo meno si sfila meglio è, ai tempi di mio padre era tutta un’altra cosa. Ma sai io mi vendico, per ogni sgualdrina che si fa io assumo un autista o un giardiniere.”, mi indica un giardiniere che sta potando una siepe a torso nudo, i suoi pettorali e i suoi bicipiti sono un qualcosa di portentoso, “E me li scelgo belli robusti perché a me piace stare sopra, cavalcare è la mia passione.”

Un altro gorgheggio sale alto  e si spande per la casa, una risata lunga, piena di soddisfazione.

“Vedo che ti piacciono i gatti, andremo molto d’accordo. Vieni ad aiutarmi a scegliere il vestito e se cambi idea ti presterò uno dei miei ragazzi. Ma solo se prometti di non sciuparmelo, dopo tanta astinenza sarai affamata. Anche senza astinenza io sono sempre affamata di tutto per questo sono così grassa.”

La mattinata passa piacevole, malgrado il suo modo di fare Laura è molto semplice, simpatica, porta con se un contagioso buon umore, dopo tanti giorni di angosce finalmente riesco a rilassarmi.

Passeggiamo per via Roma per circa cento metri, poi ci sediamo da Pepino dove Laura riesce a divorare tre enormi gelati, altri cento metri ed è il momento del bicerin con alcuni dolci da Baratti e Milano, a quel punto sostiene che è ora di pranzo, guardo l’orologio, sono solo le undici e trenta, ma non sente ragioni e torniamo in villa.

“Veramente io non ho fame.”

“Peggio per te, oggi il cuoco si è superato. Comunque ritieniti libera per il resto della giornata. Dopo pranzo devo vendicarmi, proverò il nuovo giardiniere, dovresti provare il coito postprandiale, è il migliore.”

Tornando a casa penso che ha ragione nelle sue preferenze, a stomaco così pieno l’unica posizione accettabile è quello della venus pendula.

Ridacchio tra me e me, poi mi accorgo che riesco di nuovo a pensare al sesso senza sentirmi sconvolta, forse sto superando le mie angosce.

L’angoscia mi riprende a casa, qualcuno ha frugato l’appartamento, anche se con discrezione, la perquisizione è stata minuziosa, hanno persino cercato nel barattolo dello zucchero, si vedono ancora dei piccoli cristalli sul tavolo dove lo hanno vuotato, non sono evidentemente riusciti a raccoglierlo tutto sul piano di legno un po’ sconnesso.

Squilla il telefono, è Joe.

“Non parlare, potrebbero esserci dei microfoni, il telefono è sicuro, lo ho controllato dopo la perquisizione. E’ stata la donna, Maria Luisa Orlandi insieme ad un brutto ceffo, una vecchia conoscenza. Stai in guardia il capo è lei, lui è solo il bellimbusto che sembra. Ciao ed in gamba.”

Riattacco, ascolto lo scricchiolio del palchetto dell’alloggio del piano di sopra che geme sotto i grossi piedi di Joe e mi sento sollevata, meno sola.

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