IV°
Torino è cambiata, arrivando dall’aeroporto percorriamo questi nuovi boulevard ornati da antiestetici pali bianchi, vedo occhieggiare brutte scritte che indicano le stazioni della metropolitana finalmente ultimata.
Anche la gente è diversa nelle strade di periferia predomina la gente di colore e l’abito femminile più visto è lo shador.
Il taxi si ferma in piazzetta Maria Teresa, il tassista guarda con diffidenza i miei euro finlandesi, poi con una alzata di spalle li accetta.
L’alloggio è in ordine, qualcuno se ne deve essere occupato in questi anni:
la mobilia è la stessa e nell’armadio ci sono ancora alcuni tuoi capi di vestiario, quanto mi manchi.
In un cassetto ritrovo una mia camicetta, ormai fuori moda, la stringo al seno tenera e triste, quanti ricordi di momenti che non potranno più tornare.
Anche se sono più tranquilla, non sono gravida e non ho contratto malattie, so che sono diversa, che niente sarà più uguale a prima, gelo e diffidenza mi sono penetrate nel cuore e non mi abbandoneranno più, non potrò mai più essere leggera e spontanea come prima, in un angolo della mente ci sarà sempre un piccolo tarlo pronto a ricordarmi quanto è successo.
Guardo i documenti che Joe mi ha procurato, devo cambiare identità perché possono aver saputo il mio nome, che mi riconoscano è più improbabile, gli unici dell’organizzazione che mi hanno vista sono lo spedizioniere svedese che probabilmente non incontrerò mai più e i due assassini a cui hanno provveduto gli amici di Ivan, vengo scossa da un brivido gelido.
Mi chiamo Elena Ceresa, nata a Torino ventisei anni fa, segretaria d’azienda con anche un diploma da disegnatrice di moda. Sono nubile, orfana ed in cerca di impiego.
Squilla il telefono: “Signorina Ceresa, tra mezz’ora passerà a prenderla la macchina del Signor Pickword che la condurrà in villa per il colloquio di lavoro. E’ pregata di farsi trovare al portone, pronta e con tutta la documentazione necessaria. Grazie.”
La voce impersonale non mi ha dato il tempo di replicare.
Joe è stato velocissimo nell’organizzare tutto, avrei voluto un po’ più di tempo per prepararmi, per calarmi nella parte.
Una doccia, un vestito ordinario, niente trucco, il tempo di afferrare l’incartamento delle referenze e scendere al portone che arriva la lunga macchina di rappresentanza.
L’autista è un bel ragazzone muscoloso che sembra scoppiare nella divisa, non ha un’aria molto professionale e continua ad occhieggiarmi nello specchietto.
La paura che mi attanaglia nel trovarmi sola con un uomo che manifesta un interesse sessuale, rende il mio sguardo gelido, mi sento fredda, glaciale.
“Un bel bocconcino, non resisterete a lungo o vi fa su il capo o vi fa fuori la moglie.”, una piccola risatina, “E’ solo questione di chi arriva prima.”
Non rispondo.
Un’alzata di spalle e la macchina acquista velocità nelle curve della collina torinese.
La villa è una cascina riattata, una cascina signorile, di quelle che qui chiamano vigna perché erano la casa di campagna della nobiltà.
Vengo introdotta in uno studio ammobiliato in stile impero ingombro di carte, la cosa che noto è la numerosa colonia di gatti, gatti negli angoli, sulle poltrone, tra i libri della libreria, gatti di tutte le dimensioni, di tutti i colori.
I due esseri umani presenti sono più comuni, lei una bionda alta, segaligna, dal viso affilato ed il corpo magro, indossa un tailleur pantalone rosa confetto ed è a piedi nudi sulla moquette, lui sembra un attore, quelle bellezze da bamboccio, un ciuffo nero, occhi azzurri profondi, la barba da fare, un corpo atletico messo in mostra da un camiciotto e da pantaloni attillati, il tutto giocato su tonalità di blu per far risaltare l’abbronzatura, mocassini neri con un po’ di tacco per sembrare più alto.
Non riesco a sopportare il suo sguardo di ammirazione, possibile che gli uomini pensino solo a quello in ogni occasione.
“Vedo che la raccomandata del cardinale è anche una bella ragazza. Bisogna dire che questi prelati hanno proprio buongusto.”
Mentre mi si avvicina un gatto lo fa incespicare, cerca di colpirlo con un calcio. “Bestiacce, mia moglie sa che li odio e me ne riempie la casa, ne raccoglie a decine di questi bastardi randagi. Se potessi li ucciderei tutti e lei con loro.”
La bionda scuote la testa.
“Non farti sentire troppo potrebbe voler divorziare e sai che è tutto suo. Oltretutto ucciderla non sarebbe una soluzione, grazie al testamento di suo padre se lei muore passa tutto alla chiesa.”
Impressionante la freddezza di quella virago.
“Se avessi saputo del testamento non l’avrei sposata.”
“Va che comunque non te la passi male.”
Un gattino è venuto a strusciarsi contro le mie gambe, mi chino ad accarezzarlo.
“Le piacciono i gatti e soprattutto lei piace ai gatti. Penso che sia la persona giusta. E’ assunta, i suoi compiti saranno di mia segretaria privata e quando questo non la impegna farà da dama di compagnia per mia moglie.”
Il bello esce per la comune e finalmente la bionda mi degna di uno sguardo.
“Lasci le sue referenze sul tavolo. Lui è mister Alan Pickword il proprie… il marito della proprietaria di Fascino Moda, comunque è lui che si occupa degli affari. Io sono Maria Luisa Orlandi l’amministratore delegato. Incominci domattina alle otto, non ci piace avere troppe macchine in giro per cui ti passerà a prendere l’autista a casa tua alle sette e trenta, ora l’autista ti riaccompagnerà.”
Rimango un attimo titubante.
“La signora la conoscerai quando lei vorrà, non era d’accordo sulla tua assunzione, ha accettato solo per via del cardinale, è una bislacca, una povera pazza. Ora vai carina che ho da fare.”
Mi allontano perplessa, di che utilità sarò in questa posizione? Come potrò procurarmi dei documenti sulle attività di Fascino Moda? L’incarico per cui sono stata assunta sembra molto marginale, una via di mezzo tra il decorativo e l’assistenziale. Come dice il proverbio chi vivrà vedrà, mi viene in mente Ivan ed un brivido gelido mi corre per la schiena.