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VIII°

E’ una settimana che giriamo per Monaco senza costrutto.

Nessuno di noi è riuscito a sapere qualcosa di interessante, ci vediamo di rado per non deprimerci l’un l’altro con le nostre sensazioni di inutilità e di fallimento.

Sabato, meno di ventiquattro ore e sapremo se le nostre intuizioni erano giuste, o meglio non lo sapremo perché non esisteremo più insieme a milioni di altre persone.

“Hai visto che in onore del nuovo sindaco l’Antikensammlung organizza una mostra sull’arte turca ed ottomana, dicono che molti reperti arrivano dalla Turchia.”

“Figurati sarà tutto catalogato, e avranno già sistemato tutti i reperti, l’esposizione apre domattina. Se ci fosse stato qualcosa di anomalo si sarebbe già saputo.”

“Hai qualche idea migliore?”

“No. Chiederò a Joe di organizzarmi un incontro col direttore.”

Domenica mattina, il tempo a nostra disposizione sta per scadere, Joe nella nostra camera d’albergo mi sta fornendo di documenti falsi.

“Non è stato facile avere un appuntamento, alle dieci c’è l’inaugurazione con le autorità locali, presenti e future. Ti ho fatto diventare una delle firme più prestigiose del New York Time, incaricato di  descrivere le attività culturali collaterali all’insediamento del nuovo borgomastro, di fronte a tanto nome il direttore ha accettato di riceverti alle undici. Ti consiglio di essere presente all’inaugurazione, ecco il pass. Io ti aspetto qui in albergo con Lisbeth.”

Königsplatz è vicina all’albergo, mi incammino a piedi, è una bella giornata di sole.

I discorsi sono noiosi, lunghi, inconcludenti, pieni di luoghi comuni come tutti i discorsi di circostanza degli uomini politici. Il dilungarsi in convenevoli rende frettolosa la visita di pragmatica, un passare quasi di corsa da un sala all’altra ignorando splendidi monili e raffinati reperti di una meravigliosa civiltà.

Sono le undici e trenta quando il direttore mi riceve.

Si dilunga nella descrizione di quanto è esposto, dei suoi meriti nella scelta dei reperti, della sua fantasia nell’organizzare mostre inusuali, della sua competenza nella conduzione museale.

“Desidererei avere qualche notizia sulla disponibilità dei governi e dei musei stranieri nel prestarvi così preziosi oggetti.”

“La sensibilità dei colleghi e del governo Turco è stata squisita, abbiamo potuto visionare e scegliere i reperti con largo anticipo, la loro collaborazione è stata perfetta. Devo anche ringraziare la Siria e l’Iran per l’aiuto che ci hanno fornito nell’allestire la sezione dedicata al popolo Curdo. No, devo dire che sono stati tutti collaborativi al massimo.”

Stiamo già alzandoci e sulla porta sto per ringraziarlo.

“Mi spiace parlar male degli altri, ma avrà notato degli spazi vuoti nella sezione riguardante la cultura Armena. Pensi che disorganizzazione questi paesi dell’ex Unione Sovietica, le casse sono arrivate solo stanotte. Impossibile classificare i reperti ed esporli nel modo migliore, ho dato ordine di lasciare imballato tutto fino a lunedì.”

Ho drizzato le orecchie, improvvisamente interessato.

“Pensi che aspettavamo tre piccole casse, invece ce ne hanno inviata una sola enorme, chissà che imballaggio avranno fatto. Dilettanti!”

Con un frettoloso saluto mi strappo dal gentile ospite e mi precipito di corsa all’albergo.

“Joe! Dov’è Joe?”

“Non tornavi e ha deciso di andare a mangiare. Ha detto che vuol mangiare decentemente ancora una volta nella sua vita.”

Provo a cercarlo col telefono portatile, non risulta collegato, cerco Ivan e le ragazze cinesi, niente ci deve essere un guasto.

Esco di corsa.

“Dove vai?”

“Credo di sapere dove è andato a mangiare, tu continua a provare con il telefono. Avevi ragione la bomba è al museo.”

Corro a perdifiato, mi sono ricordato che vicino a Marienplatz c’è un Pecos Grill, la pubblicità lo indicava come il santuario della vera carne e delle vere patate americane.

Joe è seduto ad un tavolo e si sta apprestando a tagliare una enorme bistecca sanguinolenta.

Sono senza fiato, ma traggo lo stesso un profondo sospiro di sollievo.

“E’…è nel museo!”

Joe prende il cellulare compone un numero.

“Lascia stare non funzionano.”

“My god, un telefono! Dov’è un telefono?”

Guardo l’ora sono le dodici e trenta.

E’ passata da poco l’una, ti trovo in Königsplatz insieme ad una piccola folla di curiosi.

“Sono già arrivate tre macchine della polizia, hanno fatto uscite tutti i visitatori.”

Stanno arrivando altre macchine della polizia, poi un camion militare da cui scendono alcuni uomini infagottati in pesanti giubbotti protettivi.

E’ un continuo andirivieni di poliziotti e militari, molti sono impegnati a parlare al telefono, è un sordo ronzare di parole e persone come in un alveare.

La folla sta aumentando, vedo arrivare Stavros.

“I telefoni hanno ripreso a funzionare e sono riuscita ad avvertire tutti.”

I minuti passano lenti, la folla aumenta, aumenta l’andirivieni di polizia ed esercito, all’una e trenta arriva una macchina nera ed escono di corsa due ufficiali in alta uniforme dell’esercito russo, strappati chissà da quale festa e lanciati in questo incubo.

All’una e quarantacinque Stavros incomincia a tirarsi i baffi, Joe terreo ha perso il suo colore, è solo più di un bel grigio, Ivan è spuntato tra la folla, la fronte imperlata di sudore.

Tu ti tieni stretta a me, mi abbracci con disperazione.

Mancano dieci minuti, la polizia fa arretrare la folla, il rumore di un elicottero, i suoi occupanti non aspettano che il velivolo tocchi terra, quando è a pochi metri dal suolo si lanciano a terra e corrono nel museo.

L’attività è frenetica, sembra un formicaio impazzito.

Solo più cinque minuti, cerco tra la folla che mormora e si interroga, i miei compagni di avventura per un ultimo saluto.

Stavros sta ormai strappandosi i baffi.

Ivan è un mare di sudore, grosse gocce gli scorrono lungo le tempie.

Il grigio di Joe tende ormai al verde.

Una delle ragazze cinesi piange sommessamente, un’altra ha lo sguardo incollato all’orologio.

Tre minuti, cerco di individuare le altre, una è rigida, lo sguardo perso nel vuoto incurante delle spinte della folla, un’altra continua a sfregarsi le mani.

Due minuti sento un mormorio è la quinta ragazza cinese che è svenuta, la folla le fa largo, qualcuno si china ad aiutarla.

Un minuto, ti stringi ancora di più a me, sembra che tu voglia diventare un tutt’uno con me.

Trenta secondi, uno dei militari dal grosso giubbotto esce sulla porta del museo, guarda verso la folla come alla ricerca di un amico sconosciuto, sorride ed alza la mano nel gesto della vittoria.

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