II°
Il ristorante Vartan è un luogo curioso, punto di incontro di molti esuli armeni, ma anche locale caratteristico per i turisti, appare pieno di cianfrusaglie tra cui spiccano alcuni oggetti autentici e di valore.
Se su una parete spiccano per i turisti le mappe della piccola e della grande Armenia, lungo la parete opposta troneggia un pianoforte su cui gli esuli suonano malinconicamente le vecchie arie di casa.
Stasera siamo fortunati, c’è il pianista, sicuramente un armeno come il grasso proprietario, e sfortunati, tra la clientela sembrano prevalere i turisti, in un angolo c’è persino un gruppo di ragazze orientali.
“Ho parlato con il proprietario, un vecchio amico, non sa niente e non ha sentito niente.”
“Come inizio è scoraggiante.”
“Ho fatto che ordinare anche per te, non volevo che ti abbuffassi di roba piccante.”
Scoppiamo a ridere insieme al ricordo della tua avventura da chez Jonathan.
Arriva il prosciutto profumato al finocchio, arrivano vari piatti allo yogurt,
infine ci servono le bouboline, piccole palline di carne.
“Quanto aglio! Sono più aglio che carne! Non avrei mai immaginato di trovare un popolo che cucinasse con più aglio dei francesi!”
“Ecco che ricompaiono i tuoi pregiudizi da inglese.”
Ridi divertita.
“Senti vado a chiacchierare col pianista, chissà che non sappia qualcosa.”
Mi guardo attorno, cerco di attaccar bottone con due signore al tavolo vicino, non mi sembrano delle turiste, mi sorridono, ma troncano subito il discorso.
Chiamo la cameriera: “E’ armena?”
“No, sono di Bastia. Lei e sua moglie siete in cerca di avventure?”
Ti cerco con lo sguardo, sei chinata sul pianoforte ed il pianista guarda con gli occhi sbarrati nel profondo della tua ampia scollatura.
La cameriera è ferma di fronte a me, osservo le sopracciglia folte che sembrano toccarsi sul centro della fronte, la folta peluria nera sul labbro superiore, le pesanti calze scure che coprono quello che troppo facilmente si può immaginare. Ho un brivido.
“Il conto per favore.”
Richiamo la tua attenzione, ritorni al tavolino riabbottonandoti i primi bottoni della camicetta.
“Sa che qualcosa deve accadere, ha ascoltato senza volerlo dei discorsi che lo hanno reso nervoso, agitato. Ha paura, anche se non sa di chi o di che cosa.”
“Un buon inizio, in fondo siamo in missione solo da poche ore.”
Stiamo facendo colazione al nostro Hotel, sfoglio distratto il giornale quando la mia attenzione cade su una fotografia, è il nostro pianista.
“Leggi qui.”
“Ubriaco cade dalla piattaforma della stazione di Maubert-Mutualité e viene travolto dal treno in arrivo. Ma se quando gli ho offerto da bere ha rifiutato dicendomi che era astemio.”
“Appunto.”, scribacchio sul tovagliolo di carta l’indirizzo dell’abitazione, riportato dal giornale.
Usciamo dalla stazione RER di Gentilly e ci incamminiamo in direzione di Mountrouge, alcune fabbriche abbandonate, una carcassa d’auto da cui hanno tolto tutto l’asportabile, un cumulo di immondizia.
Giriamo l’angolo di una di quelle squallide strade di periferia, il marciapiede è ricoperto dai piccoli frammenti iridescenti del vetro di un finestrino, nell’automobile pendono sconsolati i fili stappati dell’autoradio.
Quotidiane scene di umana follia che mi riempiono di tristezza, mi stringi forte la mano, mi chino a baciarti sul collo.
Un gruppetto di persone davanti ad una casa di rue Perier ci fa comprendere che siamo arrivati, una donna anziana piange sull’uscio, alcune amiche tentano di consolarla, un paio di anziani discutono fra di loro scuotendo la testa, ecco arrivare il carro funebre, alcuni si segnano.
Facciamo per avvicinarci quando da una via laterale sbucano Joe ed Ivan, che ci tagliano la strada.
Joe che un tempo si poteva definire pingue ora è grasso, peli bianchi sono comparsi tra la sua peluria rossa e chiazzano una folta barba fatta crescere a compenso di una pressoché totale calvizie.
Ivan è se possibile ancora più alto e muscoloso, un enorme gigante con l’eterno volto da bambino ormai con solo più una sottile aureola di capelli biondi.
“Seguiteci!”
Entriamo in un bistrot e davanti ai piccoli bicchieri di pastis incominciamo a discutere.
“Che piacere rivedervi, non siete cambiati per niente! E’ incredibile! Ivan sembra diventato un vecchietto e voi niente! Ma dove siete stati in tutto questo tempo? Che bello dopo tanti anni essere di nuovo tutti quattro assieme!
Figuratevi che ho sentito anche la mancanza di Ivan.”
“Anche a me fa piacere rivedervi comandante Anderson e colonnello Grigorjenko.”
Rimangono sorpresi dal fatto che conosca i loro veri nomi e i loro gradi.
La calda voce baritonale di Ivan è la prima a rompere tremula il silenzio.
“I nostri nomi attuali sono Dupont, Henri Dupont…”, indicando Joe, “ e
Roger Picard…”, toccandosi il petto con due dita della mano sinistra, “per favore.”
Nella precedente missione mi devi aver ben distratto se non mi sono accorto che Ivan è mancino.
Entra nel bistrot un gruppetto di ragazze orientali, sembrano turiste e mi chiedo cosa fanno così in periferia, poi penso che sto diventando paranoico, perché parlano la loro lingua non vuol dire che sono turiste, le comunità orientali di Parigi mantengono ancora stretti contratti con i loro paesi di origine e sono molto rispettose delle tradizioni e della lingua avita.
“Abbiamo avuto l’ordine di metterci a vostra disposizione, Ivan… Roger
vi metterà al corrente.”
“Abbiamo recentemente scoperto che una testata nucleare sperimentale che ritenevamo ben custodita in alcune casse in un nostro deposito è invece stata trafugata durante il periodo di crisi dell’Unione Sovietica, quando si è spaccata in diversi stati e per breve tempo abbiamo perso il controllo diretto di alcuni arsenali. Siamo riusciti ad arrestare i ladri, ma non a recuperare l’ordigno, le sue tracce si perdono nel Nagorno-Karabah.”
“Quanto è potente e grosso questo ordigno?”
“Essendo un ordigno sperimentale è difficile quantificare il tutto, diciamo mille volte più potente dell’atomica di Hiroshima e dieci volte più piccola.”
“Sapete qualcosa del pianista morto.”
Joe apre un taccuino e comincia a riassumere i dati raccolti, sa tutto a memoria, si limita a rapide occhiate allo scritto per assicurarsi di non tralasciare nulla di importante.
“Era sospettato dalla polizia parigina di fare da staffetta per delle organizzazioni criminali di matrice armena. Piccoli lavori, forse contrabbando di piccole quantità di droga. Ultimamente aveva denaro da spendere, ma non molto, poteva anche essere frutto del suo lavoro. Era rientrato a Parigi solo da due giorni dopo un tour di impegni in alcuni locali notturni europei, l’ultimo era a Granata.”
“Prima?”
Una rapida occhiata al taccuino: “Lisbona, Madrid e Granata, nell’ordine.”
“Fatemi avere gli indirizzi di questi locali. Voglio anche le rivendicazioni di tutti i gruppi terroristici dal momento del furto della bomba ad oggi, qualcuno potrebbe aver fatto qualche riferimento all’ordigno, magari con parole che all’epoca non sono risultate comprensibili.”
“D’accordo! Ricordatevi che noi saremo sempre un passo dietro di voi, in caso di bisogno…”