IV°
Madrid è una delusione, splendida città, ma nessuno ricorda il nostro pianista.
Passiamo una intera giornata al museo del Prado, in attesa del volo per Lisbona. La polizia portoghese è molto sospettosa, per cui decidiamo che saranno i due agenti segreti ad interrogare il personale del night-club, se qualcuno si dovesse lamentare i loro comandi potranno accreditargli una qualche veste ufficiale. Noi invece visiteremo Lisbona ed in attesa di intervenire giocheremo a fare gli sposini.
Stiamo visitando lo splendido Palacio Nacional di Queluz, quando dalle ampie porte a finestra, scorgo un gruppo di orientali, mi sembra di riconoscere una delle ragazze: “Ci siamo, seguiamole!”
Con un taxi pediniamo il loro torpedone, il gruppo torna in Lisbona e viene sbarcato nel Rossio. Lo seguiamo, addirittura ci mischiamo a loro nell’elevador e sul mitico tram numero cinque. Non lo perdiamo di vista fino a quando non entra in un albergo di Avenida della Liberdade.
“Li vuoi seguire anche in camera?”
Sei sempre più ironica, penso che questa mia fissazione incominci ad infastidirti, eppure sento di essere nel giusto, quella ragazza non era solo una prostituta in cerca di clienti.
Entro nell’Hotel e mi rivolgo al concierge: “Mi scusi, credo di aver riconosciuto in quel gruppo di orientali un mio amico, ma non sono sicuro.
Non vorrei fare una figuraccia, sa come sono suscettibili!”, intanto gli allungo un biglietto da dieci dollari, “Per sapere se è lui mi basterebbe sapere da quanto è qui quel gruppo appena entrato.”
“Quindici giorni. Fanno base qui e col torpedone hanno visitato Belem, Sintra, si sono spinti fino ad Oporto. Domani partono, rientrano in Giappone.”
“Allora non è lui, grazie mi ha evitato una figuraccia!”
Esco abbastanza contrariato, vedendomi così rinunci all’ennesima battuta.
Seduti ad un tavolino all’aperto stiamo sorseggiando un vino di Porto in attesa dell’ora di cena. Joe ed Ivan ci raggiungono e si siedono con noi.
“Come fate a bere del vino a quest’ora, con questo caldo. Ci vorrebbe un bella birra gelata, quella sì che ti rinfresca.”
Joe sembra il portavoce dei due, con la fronte imperlata di sudore ed uno sguardo deciso ci annuncia il trionfo.
“Abbiamo avuto fortuna, c’erano il proprietario e gli uomini delle pulizie. Se lo ricordavano bene. Gli uomini delle pulizie per le sue continue domande riguardo al porto e agli arrivi delle navi, alcuni di loro per arrotondare fanno anche gli scaricatori di porto. Il proprietario lo ricorda per le sue improvvise assenze, raccontava che aveva la mamma malata in Spagna e periodicamente chiedeva dei permessi, in un certo periodo tanto spesso che gli ha trattenuto delle giornate di paga. Le aveva registrate e da quelle date siamo risaliti alle date dei suoi viaggi. In una agenzia di viaggi del porto si ricordavano di lui, in almeno due di quelle date si è recato a Cordoba.”
Un gruppo di ragazze orientali si è seduto accanto a noi, faccio per voltarmi a guardarle, ma vedo lo sguardo ironico dei due uomini ed il tuo sguardo seccato, arrossisco e rinuncio.
Cordoba ci accoglie con un calore insopportabile, non si riesce a trovare un angolo fresco. La maglietta è inzuppata di sudore e sento che anche i pantaloncini si stanno incollando alle cosce sudate, i piedi anch’essi umidi scivolano nei sandali. Tu sembri in condizioni migliori, il ridottissimo e leggerissimo top ti copre appena e i calzoncini sgambati sono poco più di un fazzoletto. Siamo nella mezquita insieme ad altri turisti, noto che alcuni sono più interessati alle tue rotondità che alla selva di colonne.
Il monotono parlare della guida induce il sonno, incomincio a guardare in giro distratto, poi mi sento osservato. Una ragazza orientale mi sta fissando da dietro una colonna. Faccio per avvicinarmi, ma lei si allontana.
“Aspettami qui.”, mi guardi sorpresa.
Incomincio a seguire quella ragazza dai lunghi capelli neri e dalla corporatura robusta, attraversiamo stradine e vicoli con tante piccole case di un bianco smagliante. Improvvisamente accelera, temo che si sia accorta del mio inseguimento, ma ecco che rallenta, sta usando il telefonino, il passo diventa di nuovo spedito, poche centinaia di metri ed entra in una di quelle piccole case bianche. Mi avvicino per individuare l’indirizzo quando un colpo secco alla nuca mi tramortisce.
Quando mi riprendo sono sdraiato su un letto, ammanettato alla testiera, le gambe legate, la nuca appiccicosa per il sangue raggrumato, ho un sapore amaro in bocca.
Mi si avvicina un gigante dai capelli lunghi e dalla folta barba.
“Chi sei? Cosa vuoi da noi?”
Nel silenzio che segue sento ronzare i mosconi e distinguo due respiri affannosi, il gigante non è solo.
“Non vuoi parlare? Vediamo se questo ti convincerà!”
Prende fra le sue dita il mignolo della mano sinistra e me lo spezza.
Il dolore è atroce, quasi svengo, ma resisto, non un lamento.
Da un angolo arriva una voce femminile: “E’ un professionista! Non otterrai niente così. Lascia fare a me.”
E’ la ragazza che ho seguito, non è una orientale, i capelli neri erano una parrucca che si è tolta lasciando scoperti dei ricci bruni appiccicati dal sudore alla fronte ed alla testa, solo gli occhi sono lievemente tagliati a mandorla ricordo di qualche strana ascendenza.
Mi si avvicina e con un solo colpo di coltello mi taglia pantaloncini e mutande.
Incomincia a giocare col mio sesso appoggiando la fredda lama sulle mie parti intime.
“Sei ben dotato, chissà cosa penserebbe quella tua bella ragazza se tu perdessi le tue doti…”
In quel momento giunge il fracasso della porta d’ingresso sfondata, i due delinquenti fuggono dalla finestra aperta.
Entri e mi vedi in quella posizione: “E noi che eravamo preoccupati per lui che intanto se la spassava.”, poi noti il mio dito che pende inerte e ti metti a piangere.
Mentre Ivan cerca qualcosa per liberarmi dalle manette, Joe perquisisce la casa.
“In questo ripostiglio c’è un forte odore di caffè …quanti pacchetti per due persone e … questo soffitto è finto. Uh, guardate ci saranno almeno dieci chili di cocaina! Voi due filate, noi avvertiamo e aspettiamo la polizia.”
Stiamo attendendo i due agenti segreti in un bar di Las Eremitas, una iniezione antidolorifica ha reso sopportabile il dolore del dito steccato. Tu continui a piangere, ti asciugo gli occhi e ti bacio sulla guancia che sa di sale.
“Non devi preoccuparti, per noi il corpo è come un vestito, lo possiamo lavare, cambiare, gettare, ma non cambia niente, rimaniamo sempre uguali, ricordatelo, anche tu oramai sei solo spirito, ricordatelo sempre, qualunque cosa ti succede.”
“Non piango solo per quello, piango perché mi vergogno. Mi vergogno tanto di quello che ho pensato quando ti ho visto nudo e ammanettato al letto.”
Non riesco a risponderti a causa di Ivan e Joe.
“Come ti senti?”
“Bene.”
“Devi ringraziare Lisbeth, ti ha seguito e quando non ti ha più visto ci ha cercato. Solo che non era sicura della casa in cui potevi essere entrato per cui abbiamo dovuto controllarne cinque prima di individuarti.”
“Comunque era una falsa pista, la polizia è riuscita a fermare quella bella coppia ed hanno confessato. Il pianista e loro si occupavano di contrabbando di droga. Quando avete incominciato a fare domande il pianista si è preoccupato e li ha avvertiti e loro lo hanno ucciso.”
“Il gigante ha ucciso anche la cinese, mirava a te. Non vuol dirlo, ma probabilmente la ha pagata perché ti adescasse.”
Un gruppo di ragazze orientali sta salendo su un torpedone, ne ho abbastanza, mi volto dall’altra parte.