VII°
In attesa dell’ora dell’appuntamento abbiamo passeggiato per Rothenburg ammirando le belle case, abbiamo percorso le mura costellate di torri, ci siamo attardati nel negozio di Käthe Wohlfahrt, dove tra decorazioni e presepi hai mormorato sconsolata: “Chissà se vedremo Natale.”
Ora il momento è giunto, siamo tutti riuniti nella Marktplatz ed io guardando il Rathaus mi accorgo di non sapere cosa dire, tutto quello che ho pensato negli ultimi due giorni mi sembra stupido ed insensato.
Finalmente le cinesi si sono vestite in modo differente una dall’altra così sembriamo agli occhi di tutti un gruppo di turisti e non un plotone di polizia militare.
Devo dire qualcosa, devo prendere delle decisioni, vi sento tutti tesi come corde di violino, stanchi di aspettare, desiderosi di agire, vogliosi di fare qualcosa, qualunque cosa, purché vi impedisca di pensare.
Mi umetto le labbra, sospiro, guardo il cielo, torno a sospirare.
“Siamo qui per una intuizione.”, vi guardo per qualche secondo silenzioso e pensieroso, “Ritengo che quando si riferiva ai tedeschi meritevoli di morire si riferisse a quelli che aveva conosciuto e non ai tedeschi in generale.”
Altra pausa di silenzio, osservo i vostri occhi che mi scrutano.
“Quindi se la mia intuizione è giusta la bomba è qui in Baviera. Ma dove?
In una grande città? In un casolare isolato nella campagna? Non riesco ad immaginare dove, ogni posto ha i suoi pro e i suoi contro. Non conosciamo la psicologia dei nostri avversari, se non che sono disposti a fare una carneficina per una vendetta vecchia di un secolo. Non sappiamo esattamente quando intendono compiere l’attentato, sappiamo solo che è previsto a breve termine.
Ma quanto breve. Un giorno? Una settimana? Un mese? L’unica cosa che sappiamo è che la bomba non può essere smontata e deve quindi viaggiare in una grossa cassa, circa tre metri per quattro, con il detonatore anche di più.”
Non sembra che il mio discorso vi abbia sollevato il morale.
“Abbiamo solo una piccola possibilità scoprire qualcuno che abbia notato uno strano trasporto eccezionale. Vi suggerisco di mischiarvi tra le vostre comunità di origine e di cercare di raccogliere delle notizie, chi scopre qualcosa avverte gli altri col cellulare.”
Ognuno ha preso la sua strada con aria abbastanza mesta e sconsolata.
“Noi cosa facciamo?”
“Affittiamo due biciclette e ci spostiamo lungo la strada Romantica, non ci credo, ma il suo riferimento poteva anche essere nei confronti di una persona o di un paese preciso.”
“Non sarebbe stato meglio fargli dire tutto quello che sapeva?”
“Dopo che l’abbiamo lasciato lo hanno interrogato a fondo gli amici di Joe ed Ivan. Dicono che sapeva solo vagamente dell’attentato, sono dei professionisti dobbiamo credergli.”
“Ha confermato l’ipotesi della Baviera?”
“Sì e no. Prima ha detto di no, poi ha detto che lo sperava solamente. Probabilmente non ne è sicuro nemmeno lui, lo deve aver desunto dalle parole del suo amico. Amico che tra l’altro è risultato introvabile anche per la polizia turca. Potrebbe essere tutta un panzana, ma io sento che c’è un fondo di verità.”
Sono trascorsi altri tre giorni ho lo stomaco e la vescica in subbuglio a forza di bere birra in ogni locale sul nostro percorso, ma non riesco a trovare un’altra scusa per attaccare discorso in questi paesini di campagna.
Tu te la cavi meglio, fai la parte di una turista ficcanaso e sommergi tutti con una valanga di domande, chiedi di tutto e su ogni cosa e, sarà forse per i tuoi modi gentili ed il tuo bel sorriso, lo strano è che tutti ti rispondono: dalle ragazze con le treccine ai vecchi contadini rugosi, dalle vecchie con l’abito tradizionale ai giovani col piercing.
Pedalando siamo giunti a Feuchtwangen di sabato pomeriggio, è tardi, i negozi chiusi, le strade e le piazze deserte, ma dalla periferia giunge un rumore sordo come quello di un lontano oceano in tempesta.
“Cosa sta capitando?”
“In questi paesi festeggiano l’Oktoberfest con una settimana di anticipo, saranno tutti sotto il tendone a mangiare e bere.”
“Andiamo.”
“No, ti prego. Non ne posso più di birra e würstel.”
“Dai potremmo trovare delle informazioni.”
Mi lascio convincere.
Il rumore si fa sempre meno sordo, si incominciano a distinguere le musiche dall’immenso vociare, gruppi di ritardatari a passo di carica e luci saettanti fin nel cielo ci indicano la via.
Mille luci colorate illuminano i baracconi della fiera, ogni giostra con la sua musica, una cacofonia di suoni e colori che eccita grandi e bambini.
Gli abiti tradizionale si mischiano a minigonne e calzoncini, trecce e chiome tinte di inverecondi colori, gente con l’abito buono della festa e jeans strappati, i pudichi veli islamici si confondono con una trionfale esposizione di tette e culi, ci sono tutti, partecipi di una gioia sfrenata, di una allegria forse forzata, ma ognuno porta se stesso immemore degli altri, dimentico delle convenienze che tanto ci opprimono quotidianamente.
Ci lasciamo travolgere, un giro sull’otto volante, una corsa sull’autoscontro, un lungo girovagare nel labirinto degli specchi.
Guardi incuriosita la doppia fila di aringhe impalate, impettite a far la guardia, immobile corona, al braciere ardente.
“Ho fame.”
Insieme a un nugolo di palloncini e una miriade di bambini usciti urlanti dal castello incantato ci inoltriamo nella folla verso il tendone da cui escono vampate di calore, odore di carne alla brace, tanfo di birra mista a fumo di sigaretta, urla e canti, un sordo vociare e musica assordante.
L’interno è peggio, agli altri odori si aggiunge quello di corpi surriscaldati e sudati, ai rumori si aggiungono le voci dei cantanti delle due orchestre impegnati in uno strenuo e perdente tentativo di sopraffazione.
Ci sediamo ad un tavolone di legno colmo di bicchieri di birra, pieni, semivuoti e vuoti, di piatti con portate consumate a metà, il piano appare unto ed appiccicoso.
Gli altri commensali vociano tra di loro, un paio fatti e sfatti dall’alcol poggiano la testa sul tavolo, uno stravaccato sulla panca russa con la bocca aperta, il davanti della camicia imbevuto di birra.
Ordiniamo pollo alla brace e birra ad un improbabile cameriere tirolese, distrutto dalla fatica e dal sudore, mi chiedo chi è quel sadico che lo ha costretto in quel vestito.
Stai sfogliando un giornale locale abbandonato, poi all’improvviso richiami la mia attenzione con una gomitata che mi toglie il fiato, cerchi di parlarmi, ma si è appena formato un gran coro ed il frastuono è assordante, mi indichi un articolo dal titolo: ELETTO SINDACO DI MONACO MOHAMED SUKUR.
“Cosa vuoi dirmi?”
“ L’attentato potrebbe essere in occasione di questo avvenimento.”
“Come potevano prevederlo a distanza di mesi?”
“Leggi l’articolo.”
“Dopo la promulgazione della legge sui diritti politici voluta dall’unione Europa per tutti i suoi cittadini in ogni paese della comunità, a Monaco è stato eletto il primo borgomastro di origini turche. La sua vittoria era da mesi data per scontata, solo un miracolo avrebbe potuto impedire quello che viene considerato da molti tedeschi un vero sopruso contro le nostre tradizioni.”
“Vedi la davano per scontata già da tempo.”
“Hai ragione, da domani ci sposteremo tutti nella zona di Monaco comunque rimane sempre la ricerca di un ago nel pagliaio.”
“Hai letto che l’investitura ufficiale è domenica prossima alle due del pomeriggio?”
“Sì, non ci rimane molto tempo.”
Il pollo è meno peggio di quanto pensassi, la birra è subito tiepida, la lascio quasi tutta nel boccale.
Usciamo, l’aria fresca della notte autunnale ci sferza il viso rianimandoci.
Mentre ci allontaniamo il rumore si attenua, negli angoli buie coppie si scambiano tenerezze, a volte un po’ spinte.
Sono pensieroso, sdraiato sul letto della camera d’albergo cerco una soluzione impossibile da trovare, tu incominci a darmi dei pizzicotti sul fianco.
“Vero che sono stata brava? Questa volta l’indizio lo ho trovato io!”
Ti faccio il solletico, ridi e ti dimeni, poi per proteggerti ti stringi a me cercando di bloccarmi, ti bacio, mi baci e ci lasciamo naufragare nell’amore.