III°
Siamo sul treno diretto in Spagna, ho scelto questo mezzo di trasporto per avere il tempo di esaminare la documentazione fornitami dai due agenti.
“Qualcosa di interessante?”
“Solo un accenno in un documento del gruppo 17 Novembre a proposito della vendetta degli armeni che si abbatterà presto sui turchi dalle mani lorde di sangue.”
“Un po’ poco.”
“Si ma almeno ci indica un paese dove potremmo trovare qualche informazione. Se il giro dei night club non ci fa scoprire niente andremo in Grecia e poi in Turchia, speriamo di trovare almeno li il bandolo della matassa.”
“Quando arriviamo a Granata?”
“Stasera alle dieci. Abbiamo appena il tempo di cambiarci in albergo.
E’ meglio andare subito al night, non vorrei che la pista si raffreddasse troppo.”
“E l’Alhambra?”
“Andremo a visitarla domani.”
Un gruppo di ragazze orientali passa vociando nel corridoio.
Sono stanco, è stata una giornata faticosa.
Ho parlato a lungo col barista e i margaritas che ho dovuto bere non hanno di certo migliorato la situazione.
Sembra che nessuno ricordi qualcosa di preciso, solo una cameriera si rammenta di aver visto il pianista, dopo lo spettacolo, seduto ad un tavolo con un gruppo di persone scortesi, unico segno caratteristico: avevano tutti la barba.
Allungo le gambe sotto il tavolino e ti guardo mentre balli appiccicata ad una pertica di ragazzino, mi sento urtato, non so se è stata una buona idea mandarci giù insieme.
“Non mi invita a ballare?”, è una ragazza orientale seduta con alcune amiche al tavolino vicino.
La pertica ti tiene sempre più stretta a se, sono seccato, così anche se non vorrei: “Ben volentieri!”
La ragazza si avvinghia a me ed incomincia lentamente a strusciarmisi contro, sento contro il mio petto i seni sodi e puntuti, il suo pube è contro il mio, le cosce si toccano. Alzo lo sguardo e vedo Ivan e Joe che cercano di fare gli indifferenti, la cosa è troppo spudorata, controllo le sue amiche, ridono e non guardano, no, non siete delle professioniste dell’amore.
“Di che nazionalità sei?”
“Giapponese.”
Non è possibile per quanto possano essere cambiati i costumi una giapponese non abborderebbe mai un bianco, per loro siamo esseri inferiori, siamo stranieri, puzziamo.
Una gamba si insinua fra le mie, il suo pube preme e si sfrega contro il mio,
sento il sangue ribollire, mi viene caldo, complice anche l’alcol bevuto non so prendere una decisione. La situazione è falsa, non è reale, neanche verosimile, ci deve essere sotto qualcosa, decido di stare al gioco.
Una mano mi scivola sotto la minigonna, stringo una chiappa fresca e soda, mi chino e mordicchio il lobo dell’orecchio, poi sussurro: “Andiamo.”
“Si, ma chiama anche la tua amica, sai mi piacciono i giochetti a tre.”
“Anche a noi.”
Ti cerco con lo sguardo, sei tornata al tavolino e mi stai guardando con aria ironica e divertita. Un cenno, ti alzi e ci raggiungi.
Usciamo dal locale nel vicolo mal illuminato, poi improvviso del fracasso, abbiamo spaventato un gatto randagio che scappa facendo rotolare i bidoni dell’immondizia. Al rumore ci siamo girati di scatto e non ci siamo accorti che la ragazza orientale si è accasciata con un singulto, mi chino, è morta. Colpita in pieno da una pallottola, quasi sicuramente destinata a noi.
Arrivano Joe ed Ivan di corsa, ansanti e sudati nel caldo della notte spagnola.
“Eravamo dietro di voi, l’abbiamo intravisto per un attimo, un individuo enorme con una grande barba.”, detta da quel gigante di Ivan la descrizione fa impressione, “Ci è sfuggito lanciandosi per quei vicoletti.”
“Sapete qualcosa di questa povera ragazza, ha detto di essere giapponese, ma non le ho creduto.”
“Da come ti stringeva o era un polpo o era una del mestiere.”
La solita risatina chioccia di Joe mi da un brivido, non sa di aver toccato un nervo scoperto.
“Cerchiamo le sue amiche.”
Rientriamo nel locale, ma non le vediamo più, sembrano scomparse nel nulla, nessuno dei camerieri le ha viste uscire.
Dal vicolo viene un urlo.
“Hanno trovato il cadavere, allontaniamoci per non essere coinvolti.”
“Bene, cercheremo di sapere dai nostri contatti cosa ha scoperto la polizia.”
“E’ meglio dividerci per non dare troppo nell’occhio, già ci siamo fatti notare abbastanza con tutte quelle domande. Ci vediamo domani mattina all’Alhambra.”
Joe non rinuncia a darmi l’OK, immemore della sua copertura francese. Stiamo visitando l’Alhambra, tu guardi ammirata gli azulejos, la delicata traforatura dei marmi che sembrano lavorati all’uncinetto, sei entusiasta dell’arte moresca, io controllo tutti i gruppi di orientali che incontriamo, li scruto, a volte li seguo per qualche metro, cerco di ritrovare nella memoria un particolare, un qualcosa che mi metta sulla giusta strada, devo ritrovare assolutamente le compagne di quella sfortunata ragazza.
“Capisco mio nonno quando diceva che l’arte araba era diversa dalla nostra, ma non assolutamente inferiore. Hai finito di tampinare le ragazze orientali?
Non è carino nei miei confronti. Guarda che le orientali non sono tutte così calde e infuocate, anzi…”, ridi contenta di potermi prendere in giro, gli occhi ti brillano, ti sei già dimenticata della brutta avventura della sera prima.
Nel giardino di Daraxa noti un gatto bianco e nero, macilento, coricato in un angolo al sole, ti avvicini per accarezzarlo.
“Non farlo!”
Troppo tardi, il gatto è diventato una palla di pelo e soffiando tutta la sua rabbia ti ha graffiata a sangue.
Hai gli occhi pieni di lacrime.
“Dai qua!”, prendo il mio fazzoletto e fascio la tua mano dolorante e sanguinante, “Non devi credere che siano tutti dalla nostra parte.”
“Cosa intendi?”
“Non avrai mica creduto che siamo i soli, ci sono anche gli altri.”
Mi guardi attonita.
“Dove c’è il bene, c’è sempre anche il male. Con Abele c’è sempre Caino… e poi cosa è il bene? Quello che è bene per me può essere male per te.”
“Allora come si fa a sapere se si sta facendo del bene?”
“Non si può sapere, l’importante è cercare di essere buoni, cercare di non ferire il prossimo e credere nelle missioni che ci affidano gli anziani.”
“Ma gli anziani come fanno a decidere che una missione è bene o è male.”
“Discutono tra loro per lunghissimo tempo, anche se magari per pianeti come la Terra sono solo pochi secondi. Vagliano tutti i pro e i contro prima di decidere se interferire con la storia o no. Di solito l’interessamento degli altri è un buon motivo per mandare almeno degli osservatori.”
“In futuro come farò a sapere se mi posso fidare di un gatto?”
“Guardalo negli occhi, se non sostiene lo sguardo, se volta la testa, non fidarti.”
Siamo intanto arrivati alla sala delle dos Hermanas, Joe ed Ivan ci stanno attendendo, chissà se l’hanno scelta basandosi sul nome.
“Cosa si è fatta?”
“Niente un graffio di gatto.”
“La polizia non ha trovato nessun documento sul cadavere. Avevi ragione, secondo il medico legale dovrebbe trattarsi di una cinese, forse della Manciuria, certamente non di una giapponese. Pensano che sia una immigrata clandestina, probabilmente nel giro della prostituzione. D’altronde ci sapeva fare, eccome.”
Ho addosso gli sguardi divertiti di tutti voi, mi sento in imbarazzo, e non mi accorgo di un gruppo di ragazze orientali che ci passa accanto.
“Andiamo a Madrid, penso che a Granata non ci sia più niente da fare.”