I°
Attendo, ansioso e irrequieto.
Sono tornato dalla mia prima missione sul nuovo pianeta affidatomi ed il fatto di essermi reincarnato in un polpo mi ha disturbato. Anche se è impossibile, sento ancora su di me l’odore di salsedine, il puzzo di alghe marce che aleggia in quello strano mondo.
Attendiamo, tu, Lisbeth, ed io, nell’ufficio del Grande Maestro.
Attendiamo qualcosa che tu già sai e che ti fa fremere di impazienza e di desiderio, io qualcosa che non conosco e che mi rende scontroso e triste.
Entra il Grande Maestro accompagnato da un gatto d’angora, ci studia in silenzio scandagliando il nostro intimo.
“Fratelli, sulla Terra urge il nostro aiuto. Non sappiamo esattamente cosa sta per succedere, ma il consiglio degli anziani ritiene che sia qualcosa di estremamente pericoloso. Qualcosa che potrebbe innescare la distruzione del pianeta. L’unico suggerimento che possiamo darvi è che nella storia sembra vi sia implicato il popolo armeno. Probabilmente per vendicare gli eccidi del 1909. Quest’anno ne ricorre il centenario e voi sapete come gli uomini attribuiscano qualcosa di magico a queste ricorrenze. Andate!”
Stiamo uscendo dagli alti comandi, tu irradi felicità, comprendo quanto tu sia contenta di tornare sul tuo pianeta d’origine.
“Non capisco come mai mi abbiano restituito ai vecchi incarichi e, soprattutto, non capisco come mai ci facciano lavorare in coppia, poi tu, tu sul tuo pianeta, è molto irregolare.”
“Non mi devi sottovalutare solo perché ti amo. Ho molte frecce al mio arco e so essere molto persuasiva.”
“Hai riflettuto che durante la missione potremmo doverci comportare in maniera tale da ferire l’un l’altro i nostri sentimenti?”
“Cosa intendi?”
“Beh, vediamo, potrei per esempio essere costretto a tradirti.”
“Sessualmente intendi? Capisco lontano dagli occhi lontano dal cuore… come erano le polpe, o si dice polpi anche per gli individui di sesso femminile?”
“Non scherzare! Potrebbe capitare e mi rattristerebbe molto farti soffrire.”
“Potrebbe capitare anche a me.”
“Appunto!”
“Sei geloso? Sei geloso! Un essere di puro spirito geloso di un altro essere di puro spirito! Neanche il più fantasioso degli scrittori di fantascienza potrebbe immaginarlo.”
“Non prendermi in giro solo perché mi sono innamorato di te.”
“Su non pensarci, vedrai che andrà tutto per il meglio. Reincarnarci in esseri umani farà bene anche al nostro amore, al di là di quello che potrà succedere.
Da quale città partiamo per la nostra indagine?”
“Non conosco bene quella parte di mondo, per cui… visto che a Parigi c’è una grossa comunità armena, considerando che Parigi la conosciamo bene… direi iniziamo a Parigi.”
“Parigi, quanti ricordi. E’ dove ti ho incontrato per la prima volta, mi hai subito impressionata, ma, non so, non mi sei piaciuto subito… meglio mi sei piaciuto, ma c’era qualcosa… forse sentivo che mi avresti rivoluzionato la vita. Però non avrei mai immaginato… quanto me l’hai cambiata!”
Davanti allo specchio della nostra camera d’albergo, in rue de Vaugirard,
mentre mi pettino, penso che non siamo assolutamente cambiati dall’ultima volta che siamo stati sulla terra. I miei capelli brizzolati, la mia pancetta, l’aria da impiegato cinquantenne sedentario, il tuo caschetto nero, i tuoi occhi verdi, le tue labbra rosse, i tuoi piccoli seni sodi, le tue gambe affusolate, il tuo sorriso splendido che mi scalda il cuore pungendolo con quei tuoi denti lievemente aguzzi che spuntano dispettosi.
“Abbiamo già una meta?”
“Pensavo il ristorante armeno Vartan, conosci la cucina armena?”
“No, dove si trova?”
“Non ricordo l’indirizzo esatto, comunque è su boulevard Saint Germain all’altezza di rue de Bernardins.”
“Ci vogliono ancora due ore prima di cena. Ero convinta che fosse la terra il tuo pianeta di origine, adesso che ho capito che non è così sono diventata curiosa. Da dove vieni? Chi eri quando ti hanno reclutato?”
“Pensavi che mi avessero reclutato, quando ero un troglodita?”, mi scappa da ridere, “O peggio ancora quando ero l’anello di congiunzione tra la scimmia e l’uomo? Sono così rozzo e brutto?”
Ridi divertita: “Dai racconta.”
“Il mio pianeta è milioni di anni luce dalla Terra e milioni di anni fa è diventato disabitato. Una grossa cometa si è infranta sul nostro mondo.
Terremoti lo hanno squassato, maremoti lo hanno inondato, ovunque distruzione e morte, ma forse è andata peggio ai pochi sopravvissuti.
L’impatto della cometa ha rallentato notevolmente il tempo di rotazione.
Mezzo mondo arrostiva all’intenso calore del nostro sole per niente mitigato dall’immensa nube di polvere sollevata dalla cometa, mezzo mondo gelava nella notte pressoché eterna, solo una piccola fascia dove il sole appariva basso all’orizzonte era ancora abitabile. Ancora per poco, perché, anche se lento, il movimento di rotazione avrebbe inesorabilmente spinto quel lembo di terra nel giorno infuocato o nella notte gelida. Approfittammo di quel breve lasso di tempo per costruire un gran numero di astronavi. La mia famiglia ed io venimmo sorteggiati e fummo iscritti tra i passeggeri.”
“Avevi una famiglia. Com’era tua moglie?”
“Avevo della prole, nel nostro mondo eravamo autosufficienti, ermafroditi direste voi.”
“Scusami, continua.”
“La nostra conoscenza dell’universo era scarsa, non sapevamo dove avremmo potuto trovare un pianeta con un atmosfera ricca di ammoniaca come il nostro, per cui fu deciso di lanciare le astronavi a casaccio. Ognuna di loro era attrezzata per poter far sopravvivere i passeggeri per almeno tre generazioni.
Ero molto preoccupato, ero convinto che la mia gente si sarebbe estinta, avevo calcolato che la possibilità di trovare un nuovo mondo nel tempo limite di sopravvivenza era inferiore ad una su dieci miliardi. Ero così depresso perché non sapevo cosa fare, quando scoprii che un giovane scienziato della mia scuola, un essere orribile, presuntuoso, vanitoso, sospettoso, facile agli accessi d’ira, ma estremamente geniale, ai limiti della follia, uno che sapeva trovare d’istinto la soluzione ai problemi più difficili e complicati, non aveva trovato posto su alcuna nave spaziale. Ritenni che il mio posto fosse suo di diritto, era molto più utile lui che un vecchio barbogio come me, così gli cedetti il mio posto. Quando le astronavi partirono la gente rimasta si lanciò in mille eccessi cercando di scordare la morte imminente, io scelsi di uscire all’aperto e di aspettare la morte osservando quanto di bello rimaneva della nostra natura,
ero li seduto, in attesa, quando il grande maestro mi chiamò.”