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Nei giorni seguenti tentai di controllarla, ma del ragazzo in moto neanche l’ombra, in compenso l’aria in casa era irrespirabile e avevo sempre meno voglia di rincasare.

Una sera uscendo dal lavoro piovigginava sul portone sostava Gessica con la g di Genova, le offersi un passaggio sotto l’ombrello, poi un aperitivo e infine la cena, non avevo voglia di rimanere solo.

“Capisci torno a casa in anticipo e lo trovo a letto con la mia migliore amica, allora gli ho detto: impiccati. Ho preso la valigia e sono tornata a casa dai miei. Io ho certi principi, certe cose non le ammetto. D’accordo che non siamo sposati, ma tre anni di convivenza vorranno pur dire qualcosa.”

Ascoltavo una parola ogni tre, alla fine della serata ero completamente frastornato delle sue parole e dai suo racconti.

“A casa dei miei non possiamo andare e tu hai l’ospite, se ti va conosco una pensioncina…”

La pensioncina era una di quelle che s trovano vicino alle stazioni, situata al secondo piano di uno stabile anzianotto si accedeva attraverso una stanza con un bancone e un minisalottino, mentre presentavo il documento ad un vecchietto assiso dietro il bancone, Gessica si specchiava in un quadretto appeso nel salottino, si passava un dito sui denti e si sistemava tirava un ricciolo su una guancia. Scoprii che Gessica aveva un modo peculiare di comportarsi a letto, ai primi tocchi cominciava ad ansimare in un modo particolarmente eccitante per poi salire di tono e di volume con gemiti e gridolini estremamente imbarazzanti ma con effetto particolarmente ritardante.

Quando rientrai all’alba la trovai sulla porta della sua camera che mi osservava con sguardo severo.

“Dove sei stato.”

“Hei bambina,anch’io ho diritto alla mia vita.”

“Stronzo!” per la prima volta chiudendo la porta della sua stanza mi aveva insultato in italiano e non in inglese.

Ero pervaso come da una febbre, mi comportavo in maniera indegna anche per un adolescente, più lei era introversa e scostante più la sorvegliavo e  così scoprii che quando non c’ero si incontrava in camera con un ragazzo, ero pazzo di gelosia e feci la stupidaggine più grande della mia vita: mi portai a casa Gessica.

Il mattino dopo a colazione mi vergognavo come un ladro, il concerto notturno doveva aver tenuto sveglia non solo Cassandra, ma tutto il vicinato. Cassandra non mi disse niente, ma gli occhi erano rossi come se avesse pianto.

Rientrando nel pomeriggio la sorpresi sull’uscio di casa con il misterioso ragazzo, un ragazzetto timido con gli occhialini.

“Ciao ci vediamo domani all’esame. Buongiorno Signore.”

Era solo un compagno di studi, avrei voluto sprofondare, cercai gli occhi di Cassandra, erano vuoti, inespressivi.

Dopo cena mi rintanai sul terrazzo, non sapevo come fare, con Cassandra, con Gessica.

Toccava al lei lavare i piatti e sentivo il rumore delle stoviglie, quando era nervosa o arrabbiata le sentivo sbattere come se dovessero andare in frantumi da un momento all’altro, quella sera il rumore era attutito come se fossero sistemate con cura e attenzione.

Si accese la luce della sua camera, le tende erano tirate e come io la potevo vedere riflessa nello specchio lei poteva vedere me alla fioca luce della lampadina del terrazzo. Rimase immobile per un attimo e poi incominciò a spogliarsi rimanendo esposta nuda alla mia vista. Non riuscivo a dare un significato a quello che stava facendo quando squillò il cellulare, era Gessica, mi voltai con la schiena appoggiata alla balaustra.

“Ciao, il mio ragazzo è venuto in ginocchio a chiedermi scusa. Ha promesso che non lo farà più, di tradirmi intendo, insomma non mi tradirà più. Ha anche parlato di sposarmi. Ho deciso di tornare a vivere con lui. Ciao.”

Non mi aveva neanche dato la possibilità di parlare, di dirle che ero contento per lei, insomma che mi aveva tolto un macigno dallo stomaco.

Mi voltai, la tapparella era stata abbassata, quando passai davanti alla sua camera sentii scattare la chiave nella serratura.

Al mattino a colazione aveva gli occhi più rossi che mai.

“Grazie, per non averci provato.”

Feci finta di non aver sentito.

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