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Si avvicinavano le vacanze di Natale, sarebbe tornata a casa e un po’ mi spiaceva. Vidi in una vetrina un paio di orecchini con un pendaglio a forma di canguro, quando partì glieli nascosi nella valigia, sarebbero stati la mia sorpresa per Natale.

Durante le feste feci grandi cambiamenti nell’arredamento, portai il tavolino e l’appendiabiti in cantina, il divano letto finì nella mia stanza, per prendere i vestiti dall’armadio devo salirci sopra, ma non mi importava perché avevo ricavato lo spazio per un letto ed un armadio che presi all’Ikea. Da un rigattiere comprai anche un grosso specchio ovale, quelli inclinabili su un supporto, una volta così comuni nelle sartorie. Ero orgoglioso di quanto ottenuto e pregustavo la sua meraviglia e la sua contentezza nell’avere finalmente una sistemazione degna di un essere civile. Riempii la dispensa di panettoni e torroni, non vedevo l’ora del suo ritorno.

Arrivò con una faccia tirata, sulla guancia si scorgeva una piccola ecchimosi, si teneva stretta in un giubbotto, quasi non mi salutò, deluso pensai che fosse stanca del viaggio e che avesse freddo, in fondo arrivava dall’estate australiana, infatti quando a casa si tolse il giaccone aveva sotto una camicetta a maniche corte. Notai che sull’interno dell’avambraccio destro  aveva una larga ecchimosi come se avesse messo il braccio per parare un colpo a difesa del volto.

“Cosa ti è successo, sei caduta?”

“Shit!” se ne andò sbattendo la porta della sua camera, al mattino prima di andare a lavorare le bussai, ma non mi rispose.

Il menage era ancora peggio dei primi giorni di convivenza, forse perché ero animato da altre aspettative, era quasi sempre chiusa in camera e quando usciva aveva un’aria funerea.

Non sopportavo l’atmosfera di casa per cui quando vidi l’annuncio della settimana bianca organizzato dal Cral, mi iscrissi, ma alla sera me ne ero già pentito.

La trovai in cucina dove aveva spignattato tutto il pomeriggio per preparare uno stufato di agnello assai speziato, indossava gli orecchini con i pendagli a forma di canguro.

Dopo cena le dissi della settimana bianca, ne fu entusiasta per me, volle andare subito in cantina a recuperare da vecchi bauli l’attrezzatura. Dopo anni di abbandono l’odore di muffa era assai forte, ma soprattutto la tuta risultava assai stretta, volevo rinunciare anche se così avrei perso la caparra, ma lei decise che in quelle due settimane mi avrebbe rimesso in forma.

Nel baule aveva trovato un scatola di vecchie fotografie.

“Chi sono?”

“I miei genitori.” Mi guardò con aria perplessa. “Li ho persi presto.”

“Morti giovani?”

“Da quello che so sono ancora vivi. Mia madre, questa signora giunonica è altoatesina, quando avevo cinque anni è tornata al suo paese e si è messa con un suo compagno di infanzia, da lei ho preso i capelli color carota e la tendenza alla pinguedine.”

“Cosa centrano i pinguini?”

“Pinguedine: grasso.”

“Ah! E tuo padre?”

“E’ quel signore piccolino da cui ho preso gli occhi neri. Mi mise in collegio dicendomi che appena si fosse rifatto una famiglia tornavo a casa, ma quando se la rifece per me non c’era posto. D’inverno stavo in collegio, d’estate dai nonni paterni nell’entroterra ligure, ma erano anziani e temevano di dover poi anche accudire i miei fratellastri, così a dodici anni incominciai ad andare anche d’estate in collegio all’estero, per la lingua sai?”

Mi mostrò la lingua, poi mi sorrise con comprensione.

“E’ per questo che non hai amici, e perché hai tanto sofferto da bambino?”

“Non ho sofferto da bambino, forse un po’ di invidia sotto le feste e non è vero che non ho amici e solo che non li frequento. Se frequenti un amico che gioca a tennis sei costretto a giocare con lui tutti i giovedì ed il giovedì che invece vuoi andare al cinema ti senti dire perché non vuoi più giocare con me, non siamo più amici? Hai ragione non ho amici.”

Lei rise di gusto.

La sera successiva rientrando dal lavoro trovai una tuta da ginnastica sul mio letto, lei  ne aveva già indossata una gemella.

“Forza pigrone andiamo a correre, così riuscirai a vestirti da sci.”

Furono due settimane pazze, piene di corse e di risate, quando partii per la montagna ero profondamente triste ed aspettavo con ansia il momento del ritorno.

Sia il viaggio di andata che di ritorno furono terribili, mi si sedette accanto una giovane infermiera cicciotella che parlava, parlava in continuazione:

“Il mio nome è Gessica, Gessica con la g di Genova…”

Eravamo d’accordo che mi sarebbe venuta a prendere con l’auto, ma al mio ritorno non c’era, provai a chiamarla, ma il suo cellulare non era raggiungibile, dovetti prendere due autobus, la gente mi guardava di storto col mio ingombro di sci, racchette,valigia e zaino.

Quando arrivai a casa era chiusa nella sua stanza, non si fece viva ed io ero troppo arrabbiato per chiamarla.

Più niente corse, ginnastica o altre attività, era tornata scorbutica e scostante.

La domenica successiva uscì al mattino, dalla finestra vidi un ragazzo caricarla su una moto, e non tornò fino alla sera dopo cena, mi scappò di dirle che questa era una casa, non un hotel.

“Even if I have a date, I’m not a bitch!”

La porta della sua stanza non fu solo chiusa con violenza, ma per la prima volta anche chiusa a chiave.

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