Nei giorni successivi la situazione non migliorò, passava il suo tempo o davanti al televisore o chiusa in camera a chattare, anche quando l’accompagnai al politecnico per insegnarle il percorso da fare coll’autobus non sprecò più di quattro parole, era uno di quei settembre di Torino ancora afosi con una cappa pesante e una costante foschia, un tempo in perfetta sintonia con l’atmosfera di casa mia. Poi una sera in risposta ad una frase insulsa detta in televisione feci una battuta e lei improvvisamente rise, una risata argentina con gli occhi che le brillavano contenti. Durante la notte si alzò il vento e al mattino il cielo era terso, le luci dell’alba illuminavano le cime delle montagne, sentivo arrivare dell’aria fredda, mi alzai, la porta del terrazzo era aperta e lei era appoggiata alla balaustra, in pigiama, a piedi nudi, guardava lo spettacolo delle montagne stringendo al petto un canguro di peluche dal pelo liso e con un orecchio rattoppato. Mi avvicinai per dirle di vestirsi, ma lei mi precedette.
“Che bello, in Australia non abbiamo questo.”
Appoggiò la testa alla mia spalla e restammo vicini a guardare il sole spuntare da dietro Superga illuminando un paesaggio da favola.
Decisi che era solo una bambina sola e spaventata e che a dispetto dei suoi umori potevamo essere amici.
Mi era sempre piaciuto cucinare, se mi ero ridotto ai surgelati fatti rinvenire nel microonde è che cucinare per uno solo è uno spreco, o forse perché il piacere maggiore è nel vedere gli altri apprezzare la tua opera culinaria, ora avevo un’opportunità che ogni cuoco sogna un commensale assolutamente vergine ai sapori della propria tradizione.
Il portafoglio soffriva un po’ ma trovai un verduriere che vendeva dalla borragine ai porcini locali, un pescivendolo che mi offriva pesce pescato all’amo, un macellaio dove comprare dalle grive alla trippa di Moncalieri, ma il massimo lo raggiunsi un giorno di Novembre quando trovai un tartufo e cucinai una fonduta. Cassandra era diventata socievole, anche il colore dei suoi vestiti era meno scuro, sulle unghie le lacche erano di tinte pastello, sulla bocca il sorriso era quasi sempre presente e soprattutto si rideva spesso insieme anche per le cose più banali, il tartufo con il suo profumo per lei strano provocò una apoteosi di scherzi e buon umore. Ero così contento che appena trovai i topinambur e i cardi gobbi mi lanciai in una imponente bagna cauda, era così potente che l’odore dell’aglio permeò tutto il contenuto dell’alloggio e al mattino dovemmo arieggiare la casa. La vidi bloccarsi davanti alla finestra aperta. Temetti non si sentisse bene e mi avvicinai.
“Che cos’è?”, mi indicò gli alberi ricoperti di fini bianchi ricami.
“E’ la galaverna, non l’hai mai vista?”
“A Darwin non c’è.”
“Hai mai toccato la neve?”
“No.”
Era domenica, al Sestriere aveva già nevicato, così salimmo dalla val Susa e tornammo dalla val Chisone, nel mezzo ci fermammo al colle e lei entusiasta calpestò la neve, ne fece delle palle che mi tirò addosso, le si screpolarono le mani e dal cassettino del cruscotto tirai fuori una crema che risultò essere scaduta da anni, mi tirò addosso anche ditate di crema sfottendomi alla grande, non mi ricordo nella mia vita una giornata altrettanto piacevole.