Tutto cominciò con una e-mail, più la rileggevo più provavo sentimenti diversi, incazzato, imbarazzato, preoccupato, certamente non ero felice: un mio amico australiano, beh più che un amico un conoscente, mi chiedeva un favore a cui avrei risposto volentieri con un no, ma…
Non potevo rispondergli di no, in fondo mi aveva salvato la vita, la vita … non esageriamo, beh forse a pensarla bene non esageravo. Circa due anni prima lo avevo conosciuto ad un corso di aggiornamento, lui era in Italia per sistemare l’eredità pluriframmentaria di un prozio veneziano e nel frattempo frequentava corsi di aggiornamento per poter scalare le spese del viaggio dalle tasse, io per racimolare dei punti per gli ECM. Il corso si svolgeva in un lussuoso albergo nei dintorni di Bologna, una sera le lezioni si protrassero a lungo, per cui dopo una pizza ci incamminammo verso la misera pensioncina che le nostre finanze ci permettevano. Ci ritrovammo a percorrere poco illuminate e deserte strade di estrema periferia, veramente non proprio del tutto deserte, infatti un ragazzetto di circa una dozzina d’anni ci si parò davanti intimandoci di consegnare i portafogli e gli orologi; certamente non per coraggio, forse per imprudenza, forse perché avevo dato poco peso al coltellino che gli luccicava in mano, gli dissi di smammare se non voleva due ceffoni, lui per tutta risposta mi tirò una coltellata all’inguine e scappò, io svenni. Anthony Casson, questo è il nome del conoscente australiano, si accorse che era stata lesionata l’arteria femorale, tamponò la ferita e chiamò il 118, se non era per lui forse sarei morto dissanguato su quel marciapiede, invece di sentir tirare la gamba e zoppicare quando cambia il tempo.
Rilessi per l’ennesima volta l’e-mail sapendo ormai che dovevo rispondere di si alla sua infelice richiesta.
“Mia figlia Cassandra ha vinto una borsa di studio al Politecnico, ma è una borsa piccolina e potrà sfruttare l’occasione solo se tu l’ospiterai per il periodo delle lezioni. Grazie, etc …”
Guardai la mia casa, a parte che negli ultimi tre anni, da quando la mia compagna se ne era andata proferendo la famosa frase “Vivere con te è una pallosità stratosferica”, il disordine e la scarsa pulizia avevano intrapreso una lenta gara ancora senza vincitore, anche la mia casa è proprio piccolina. Ci sono la mia stanza da letto, ovviamente un bagno, una cucinotta ed una stanza allora arredata mezzo salotto mezzo studio, l’unica cosa bella è un ampio terrazzo. Il condominio ove abito è alla periferia di Torino, alle porte di Grugliasco, da un lato vi è lo scalo ferroviario, dall’altra dei campi, l’alloggio all’ultimo piano gode di una vista invidiabile, dove nei piani sottostanti vi è una camera il mio alloggio presenta questo terrazzo comunicante con la cucina, da lì nelle giornate terse si vede la corona delle alpi, dal Monviso al Monte rosa, una bellezza, ma non potevo certamente farla dormire sul terrazzo. Sapevo con certezza che una così stretta contiguità avrebbe creato dei problemi, come minimo oltre che sui piedi, ci saremmo dati sui nervi. Facendo presente che casa mia era minuscola non solo per gli standard australiani, ma anche per quelli italiani diedi la mia piena disponibilità senza chiedere alcunché, neanche l’età della leggiadra fanciulla, probabilmente una occhialuta secchiona, la mia sensibilità venne ripagata con l’annuncio che avevo a malapena una settimana per preparare una qualche sistemazione. Il divano del salotto era un divano letto in cui avevo spesso dormito quando avevo la fortuna di poter litigare con qualcuno, il televisore lo spostai in cucina rendendola ancora più angusta di quel che era, comprai una mini cassettiera e uno di quegli appendi abiti a rotelle dei negozi di vestiti, se lo sarebbe posizionato ove preferiva che intralciasse. Passai anche una intera giornata a pulire e riordinare, in pratica spostai il disordine dalle parti comuni alla mia stanza. Il giorno fatidico ero pronto, forse.
All’aeroporto mi venne incontro una ragazzina di circa vent’anni dai lunghi capelli neri, veramente lunghi e lisci, gli occhi sotto il trucco pesante erano lievemente cerchiati per la stanchezza del viaggio e la mancanza di sonno, indossava una camicetta blu notte, una minigonna a pieghe nera e lunghi stivali neri, ma soprattutto aveva lunghe unghie laccate di nero, su quelle dei mignoli, al centro del nero, era disegnata un piccolissima margherita bianca, l’aspetto era proprio dark.
“Hello! Have you had a good travel?”
“Please, parliamo italiano, olltr.., otherwise, non imparerò mai.”
Quando non le veniva la parola aveva un modo di ruotare la mano davanti al petto come per aiutare la parola ad uscire dalla bocca, se il modo di fare era scostante almeno la voce era piacevole, per non dire melodiosa.
Dopo un’occhiata al portabagagli scostò con apparente disgusto dei vecchi giornali che vivevano sul sedile posteriore dell’auto per posare la sua valigia ed il suo zaino, durante il percorso non fiatò apparentemente immusonita. L’occhiata che riservò alla casa non era certamente migliore a quella data all’automobile.
“Hai almeno internet?” Feci un cenno di assenso, le indicai la sua stanza e lei tolse dallo zaino un portatile “Avverto i miei che il…, si che sono arrivata, poi mangiamo?”
Preparai tavola e misi a bollire l’acqua per la pasta.
“Se ti va preparerei due spaghetti…”
Guardò nel frigo la solitaria fila di vasetti di sughi già pronti, aprì il freezer e osservò le scatole di pizza surgelata.
“A mangiare così ti è già venuta la pancetta e prima dei cinquanta morirai d’infarto.”
“Incominci con le premonizioni per mantenere fede al tuo nome?”
“Cassandra per ode a Cassandre di Flaubert, vado a cambiarmi.”, mentre si allontanava sentii che mormorava “…is so stupid…”.
Dopo una cena talmente silenziosa da impressionare anche me, abituato a mangiare da solo, enunciò il suo piano di battaglia.
“La colazione la prepara chi esce per primo, a mezzogiorno si mangia in mensa, la cena si cucina a turno, si dice così vero? a turno.” orgogliosa di quel turno, me lo ripropose subito dopo. “Al sabato si fa a turno la spesa, una settimana tu, una settimana io, sarà il mio modo di partecipare alle …, al pagamento. Sono stanca, ciao.”
Si chiuse nella sua stanza e io decisi che mi era cordialmente antipatica.