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Il vento aveva ripreso a soffiare forte, il vecchietto si alzò e in un batter d’occhio sparì. Il cronista decise di continuare l’intervista il giorno seguente, stimolato dalla promessa dell’oste di un succulento maialino arrosto.

Il vento aveva spazzato tutte le nubi lasciando una calma notte stellata, la temperatura si era abbassata e l’aria era fresca e pungente, ma seduti al sole si cominciava a sentire un piacevole tepore.

“Mi ferii ad un braccio, la ferita si infettò e fui portato in ospedale. Quell’anno la malaria aveva picchiato forte, anche tra il personale sanitario, così le corsie erano piene di malati ed era rimasto un solo infermiere ad occuparsene, incapace di stare senza far niente presi ad aiutarlo. Presto il medico prese a darmi direttamente dei compiti e tacitamente divenni un aiuto infermiere, non tornai più alla bonifica e solo saltuariamente controllavo il gregge, principalmente nei periodi dei parti e della tosa. La vita era diventata comoda per me quando scoppiò la guerra, la grande guerra. I detenuti vennero poco per volta arruolati ed il carcere si svuotò, poi partì anche il personale dell’ospedale sostituito solo da un vecchio medico in pensione. Un tipo strano con una lunga barba bianca ed idee strane sulle cure con erbe che raccoglieva egli stesso nei campi, io ero rimasto come unico infermiere. Mi prese a ben volere e quando fu il turno della mia leva a partire per il fronte andò dal direttore per dirgli che non potevo partire perché gli ero indispensabile. Un po’ mi dispiacque, avrei voluto fare il mio dovere di soldato, ma giungeva voce di battaglie in cui i detenuti venivano usati come carne da cannone e mandati a morte certa e a pochi anni dalla libertà mi sarebbe spiaciuto morire. Il tre novembre del 1918 finii di scontare la mia pena, la motonave faceva viaggi irregolari a causa della guerra, si decise che avrei aspettato continuando a lavorare in ospedale. Il 4 giunse la notizia della fine della guerra, i pochi secondini rimasti decisero di festeggiare al casino del porto: ‘Vieni anche tu, ti offriamo una notte di sesso, dopo trent’anni di castità te la meriti.’ Scendemmo al porto, entrammo in casa, c’era un salottino rosa con dei divani, delle donne in abiti discinti giravano tra gli uomini presenti eccitandoli, anche se devo dire che non ce ne era bisogno erano tutti euforici per la fine del conflitto. La tenutaria disse che non poteva darmi una donna per tutta la notte c’era molta clientela e le donne passavano vorticosamente da un uomo all’altro, in camera li intrattenevano proprio per soli pochi minuti. ‘ Però ci sarebbe Maria, stò per rimandarla sul continente perché molti clienti non la vogliono, la trovano brutta e vecchia, ma se il vostro amico è digiuno da così tanto tempo, sarà di bocca buona.’ La donna indicata era su un divano  stretta in un pagliaccetto azzurro che imprigionava un petto pesante, sulla quarantina abbondante aveva una faccia larga con un naso piccolo su labbra sottilissime. Non era brutta, ma aveva una tale aria dimessa e di sconforto che induceva tristezza e la tristezza non è quello che cercano gli uomini in un casino. Mi ritrovai in camera con lei, le dissi che l’unica volta che avevo cercato di possedere una donna il tutto era finito con trent’anni di sofferenze, per cui preferivo andarci piano, chiacchierare e poi vedere cosa fare. Le raccontai la mia vita e poi lei mi raccontò le sue miserie. La sua famiglia aveva una grossa malga ed un solo grande gregge che condividevano tra loro i vari fratelli di suo padre, gli uomini si occupavano delle pecore e le donne filavano e tessevano la lana. A quattordici anni per non diminuire il gregge con la dote le fecero sposare un cugino con una età doppia della sua, per ottenere la deroga si inventarono un matrimonio riparatore, capii che, anche se non voleva dirlo, era stata violentata dal cugino su istigazione dei suoi parenti. Dopo neanche un anno il bestiame prese la moria e non c’era più lavoro per tutti, suo marito partì per le Americhe con altri cugini e di loro non si seppe più niente. Lei fù mandata a servizio a Treviso, ma il padrone allungava le mani e la moglie la cacciò. Seduta sul marciapiede piangeva disperatamente, alcune signore che passeggiavano elegantemente vestite si commossero, erano le prostitute di un casino signorile e la presero a servizio come tuttofare. Quando divenne maggiorenne prese la licenza in prefettura e incominciò a girare per l’Italia per la quindicina. Un giovane avvocato la convinse a chiedere la morte presunta del marito e così adesso era vedova, non era così bella da potersi arricchire con le regalie dei clienti per cui  per non fare più la vita l’unica speranza era quella di trovare un vecchio che la sposasse. Poi mi iniziò delicatamente alle cose del sesso, mi accorsi che era dolce e sensibile, sotto quelle trine c’era un cuore d’oro. Al mattino corsi al carcere e dissi al prete che volevo sposarmi subito, poi andai dal direttore e chiesi che, invece dei soldi che mi spettavano per la detenzione, mi desse un pezzo di terreno bonificato e alcuni capi del gregge. Cercarono di dissuadermi, poi vista la mia caparbietà furono generosi. I secondini  per le nozze ci regalarono anche un fuso ed un arcolaio. Andammo a vivere in una capanna improvvisata, proprio due cuori ed una capanna.”

Arrivò il maialino, il vino ed in più una bottiglia di fil di ferro, da cui a fine pasto versarono abbondanti razioni.

Il volto del Bertotto si era improvvisamente incupito si capiva che le vicende che stava per raccontare erano per lui penose, ben più del periodo di detenzione.

“Venne un anno che pensai benedetto dal signore, le pecore ebbero quasi tutte un parto gemellare ed il gregge si infoltì, poi venne un agronomo calabrese mandato dal governo a fare un estimo dei terreni bonificati. ‘Il tuo terreno e fertile e grasso è un peccato tenerlo a pascolo, bisognerebbe piantare degli olivi, se me lo cedi ti dò sù, lungo il litorale, un pezzo di terra cinque volte più grande. Vicino alla riva è ancora da bonificare, ma questo non penso ti spaventi.’ ‘Ho appena finito di costruire l’ovile…’ ‘Ti dò anche dieci pecore.’ ‘…e le fondamenta della casa.’ ‘Venti pecore ed un montone.’ ‘Venti pecore, un montone ed un telaio.’ Si mise a ridere, temetti di aver chiesto troppo, invece disse: ‘Affare fatto.’ Pochi giorni dopo Maria mi annunciò di essere gravida. Nacque un bel maschietto che chiamammo per buon auspicio Libero. Incominciava ad arrivare gente ad occupare la terra bonificata così il carcere non era più il nostro solo cliente, si guadagnava bene, formaggi, lana, tessuti ed in primavera agnelli, quello che guadagnavamo lo reinvestivo in terreni. Terreni lungo il litorale che acquistavo a buon prezzo perché in parte ancora da bonificare, ma io sapevo come e dove piantare gli eucaliptos per far asciugare il terreno. Avevo imparato a leggere e scrivere dal mio amico secondino, anche Maria non era analfabeta, almeno a qualcosa il casino era servito, ma volevo per Libero una vera istruzione, così quando fù in età scolare andai dal prete della prigione, quello che ci aveva sposati, e mi feci aiutare a farlo entrare in collegio dai padri Barnabiti. Eravamo così fieri di lui quando tornava a casa, bello come il sole nella sua divisa prima di balilla e poi d’avanguardista. Io continuavo a comprare terreni e a far crescere il gregge, dovetti assumere dei pastori, su suggerimento dell’agronomo comprai due buoi ed incominciai ad arare e seminare i campi più fertili. Libero si diplomò ragioniere, il bando di economo per il bagno penale andava sempre deserto, lo convinsi a tentare e fù assunto nell’amministrazione penitenziaria, ma nel carcere sapevano tutto di noi e lui cominciò a vergognarsi. In capo un anno riuscì a farsi trasferire a Roma e non avemmo più notizie fino a quando ci scrisse che si era sposato e ci mandò questa foto.”

Tirò fuori da portafoglio una fotografia non più grande di una fototessera, dal colore seppiato, un ragazzone ed una donna in abito da sposa, a malapena si distinguevano i lineamenti. Tirò fuori un’altra foto anch’essa minuscola, che ritraeva un neonato in fasce.

“Poi di nuovo silenzio fino al 1942 quando scrisse di aver avuto un figlio, lo aveva chiamato Giovanni come il padre di sua moglie. Nel 1943 il ministero della guerra ci comunicò che era disperso in Russia. Continuammo la nostra vita, ormai avevamo più di trenta ettari di terreno con molti mezzadri. Due anni fa’ Maria si ammalò, non le diedero speranze e proprio in quel momento arrivò una donna con delle carte, disse di essere nostra nuora e che avevamo il dovere di provvedere a nostro nipote. Portai le carte al mio amico secondino che era diventato capo delle guardie, lui le guardò e poi mi accompagnò dal direttore, anche lui le esaminò, fece alcune telefonate a Roma e poi mi disse che era proprio mia nuora ed era la madre di mio nipote Bortotto Giovanni. Sapevo che Maria avrebbe voluto vedere suo nipote prima di morire, ma non ebbi il coraggio di chiederlo. Da tempo dei costruttori volevano che vendessi la fascia lungo il mare, accettai e poi vendetti il terreno e le greggi ai mezzadri. Tenni per noi i soldi delle greggi, tutto il resto lo diedi a quella donna per nostro nipote. Se ne andò senza neanche ringraziare. Maria morì sei mesi dopo, sapevo che aveva perdonato la mia mancanza di coraggio o forse il mio orgoglio.”

“La ringrazio è stato veramente gentile a raccontarmi la sua storia, ha un desiderio che posso soddisfare? Cosa le piacerebbe?”

“Forse mi piacerebbe essere sepolto col mio vero nome…no, dovrei rinnegare praticamente tutta la mia vita. Mi piacerebbe che mio nipote non si vergognasse dei suoi nonni, non siamo stati cattive persone, solo poveri disgraziati travolti dalla vita.”

Questa volta si allontanò lentamente, la schiena curva il passo incerto del vecchio senza speranze. Il cronista si disse che doveva fare un articolo stupendo e se il nipote non capiva che grandi persone erano stati i suoi nonni era solo un povero idiota. Persone buone con una vita travolta da un amaro destino, per lui una grande storia da raccontare.

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