“Se vuole mio nipote ha la lambretta, la può portare al porto prima che parta il vapore.”
Il vento sorto all’improvvisò alzò dalla strada una nube di polvere, si rese conto che non aveva saputo niente della vita al bagno penale.
“Se vuole fermarsi ho una stanza le faccio un buon prezzo per la pensione, mio nipote può andare a recuperare la valigia.”
Discussero sul prezzo e decise di fermarsi, l’oste stava per rientrare quando gli venne in mente qualcosa “Le lenzuola sono pulite ci hanno dormito solo una notte, se le vuole fresche di bucato sono 10 lire in più, sa a lavarle si consumano.”
Il vento dopo aver soffiato impetuoso tutta la notte si era ridotto ad una lieve brezza, solo ogni tanto qualche raffica scompigliava la cima degli alberi, il sole era già alto e riscaldava l’aria, scese in maniche di camicia e trovò l’intervistato seduto al tavolino nella stessa posizione del giorno prima, come non si fosse mai mosso, davanti a lui una tazzina di caffè ormai vuota. Comparve l’oste con il solito mezzo litro e il racconto ricominciò come se non ci fosse stata l’interruzione della notte in mezzo.
“Quando arrivammo al porto ci tolsero i ferri e camminare così liberi era una delizia. Eravamo una decina con due secondini, camminammo per due ore e arrivammo al bagno penale, erano già stati costruiti i dormitori e parte degli uffici, avevano appena cominciato a costruire l’ospedale. Ci spogliarono e bruciarono i nostri abiti cenciosi per evitare che portassimo parassiti e malattie. Ci esaminarono prendendoci tutte le misure: altezza, peso, circonferenza del cranio. Poi la descrizione della nostra fisionomia: sopraccigli, occhi, naso, mento, forma del viso. Alla fine ci portarono in un lungo corridoio con degli anelli di ferro nel pavimento, ci incatenarono polsi e caviglie facendo passare la catena nell’anello, eravamo tutti nudi in una posizione vergognosa, col culo in aria. Entrarono un prete ed un uomo in camice bianco, seppi poi che era una specie di psicologo. Da come si muovevano capii che la posizione era stata scelta non solo per metterci in stato di soggezione mentre ci interrogavano, ma nel contempo per vedere..beh per capire se eravamo dei culattoni da tenere d’occhio. Le voci rimbombavano nel corridoio, io ero l’ultimo della fila e mi accorsi, anche se non capivo tutte le risposte a causa del parlare in dialetti che non conoscevo, che i due esaminatori diventavano ostili quando i detenuti si professavano innocenti. Pensai che dire la verità sarebbe stato inutile ed anche controproducente, decisi di confessare quello che non avevo fatto. Ma non l’avevo fatto? Non avevo tentato di rubare dei beni al fornaio, ma l’onore certamente sì, anche se a forza di farselo rubare gliene rimaneva ben poco. Quando fù il mio turno raccontai la mia vera storia in modo da essere credibile, poi dissi che ero stato costretto a tentare di rubare sotto minaccia dai miei ex compagni di carcere, che però non mi avevano detto che il fornaio era sposato. Sentii che avevo attirato la loro simpatia, l’uomo in camice disse al prete che era un classico: creare trambusto per poter rubare in tranquillità altrove. Ci portarono in una specie di fureria dove ci diedero una divisa di tela, zoccoli ed una coperta, poi ci portarono in una camerata di 25 letti. Il giorno dopo ci portarono in cantiere, appena arrivato notai un muro di due metri molto malfatto, dissi al secondino che ci accompagnava che il muro era pericolante. ‘E’ arrivato l’ingegnere!’ ‘Se batte col calcio del moschetto lì al centro viene giù tutto.’ ‘Io batto e se non viene giù batto te con delle belle nerbate.’ Mi accorsi che tutti si erano messi ad ascoltare, i secondini e i detenuti che avevano smesso di lavorare. Nel silenzio generale la guardia si avvicinò al muro e picchiò un colpo neanche tanto forte, il murò crollo. Ci fù ancora un momento di silenzio poi un detenuto gridò: ‘E’ arrivato l’ingegnere.’ e tutti scoppiarono a ridere, mi accorsi che mi ero meritato il rispetto del carcere. Alla sera il capo delle guardie mi chiamò per dirmi che l’indomani sarebbe arrivato un gregge di pecore, avevano deciso di integrare la dieta del carcere con latte fresco per limitare le malattie da carenza alimentare di detenuti e guardie, mentre gli altri detenuti si alternavano tra costruzione e bonifica io avrei dovuto principalmente occuparmi del gregge e poi aiutare dove c’era più bisogno. Ero contento perché la bonifica era particolarmente pesante, scavare fossi nella melma per convogliare le acque e poter piantare gli eucaliptos era un lavoro faticoso anche a causa delle zanzare che ti masticavano vivo mentre lavoravi.”
Si zittì, il cronista capì che si aspettava delle domande.
“Come erano divise le camerate, si stava tra corregionali?”
“No, cercavano di non mettere insieme gente della stessa regione per evitare che si formassero delle bande chiuse. All’epoca quasi nessuno parlava italiano, parlavano tutti il dialetto, a volte così stretto che gente proveniente da paesi vicini non si capiva. Nella mia camerata c’era solo un altro piemontese, Rocco, un gigante con un cuore d’oro. Faceva il carrettiere e a forza di caricare e scaricare gli era venuta la forza di due buoi. Era dentro perché durante le manifestazioni per spostare la capitale da Torino, quando i soldati erano intervenuti per disperdere la folla ne aveva stesi tre a cazzotti. Per sua sfortuna un soldato cadendo si era rotto un polso, così in vece di qualche anno per i tumulti, in quell’occasione i giudici erano stati benevoli, si era preso l’ergastolo per lesioni gravi. Dopo un po’ di tempo arrivò un altro torinese, uno scaricatore di caricamento, sorpreso a rubare nei vagoni aveva picchiato quasi a morte un agente ferroviario. Era bello grosso, non ricordo il nome, ma Rocco lo aveva conosciuto nel corso del suo mestiere di carrettiere e mi raccontò un aneddoto, pare che lo chiamassero il re della monta perché aveva scommesso che ne avrebbe fatte dieci a casino. Segnava ogni mano fatto con una riga di gesso sulla manica, quando arrivò a cinque sorsero delle contestazioni sul numero, lui seccato cancellò tutte le righe e disse ricominciamo. Era un tipo solitario e finché non ci fù l’ospedale era un male, quando ti prendeva la febbre della malaria avevi bisogno degli amici che ti facessero prendere il chinino e mangiare. Alla terza o quarta febbre si era come sgonfiato e ballava nei vestiti, se ne andò in fretta. Anche Rocco mi lasciò presto, accorse a sostenere una impalcatura che stava crollando e ne fù travolto.”
Una nuova pausa e l’oste ne approfittò per portare un arrosto di capra ed un litro di cannonau, l’oste si accomodò con loro e mangiarono in religioso silenzio.
“Con i detenuti liberi, senza ferri, c’erano molte fughe?”
“Dove fuggivi? Era tutta palude, dopo un po’ tornavi stremato dalla febbre e se cercavi di raggiungere la costa, questa era sorvegliata dai gendarmi e ti prendevano facile, sempre se riuscivi a raggiungerla.”
“C’erano molti reati?”
“Qualcuno appena arrivato rubacchiava, finiva in camera di sicurezza, ma presto capiva che era più importante avere la solidarietà degli altri carcerati.”
“Mi hanno detto di omicidi tollerati dai secondini.”
“Capitava che qualche infame cadesse dalle impalcature o rimanesse soffocato nel sonno. Gli infami erano quelli che si erano approfittati dei bambini. Solo quando arrivarono i detenuti politici ci fù qualche accoltellamento degli spioni. Si limava contro la pietra il manico del cucchiaio di stagno finché non gli veniva una specie di punta, poi mentre due uomini tenevano la spia un terzo gli piantava il cucchiaio nella pancia, un’arma non molto pratica, ma efficace. Di questi spioni ne ho conosciuto solo uno, era un pastore che aveva un maso sopra Trento, per cui me lo mandarono ad aiutarmi col gregge. Si era messo nei guai perché era un irredentista, penso si dica così per chi voleva l’Italia unita. L’avevano condannato a morte per cui era fuggito in Veneto dove si era unito ad un gruppo di anarchici, quando uccisero il re buono furono arrestati. Lo minacciarono di rimandarlo in Trentino se non parlava e lui per paura denunciò un mucchio di gente. Era da noi da poco quando lo trovarono ucciso con un mucchio di coltellate, doveva averla fatta grossa perché infierirono non poco sul suo corpo, vero odio.”
“Come erano i secondini?”
“All’inizio erano giovanissimi, spesso inesperti, ragazzi che venivano per pochi anni per cercare promozioni veloci, ma spesso non riuscivano a tornare e sono sepolti lì nel cimitero di fianco alle croci senza nome dei detenuti. Poi quando furono costruite le case per loro e aprì al porto il casino arrivarono agenti più maturi e tolleranti, senza famiglia o vedovi alla ricerca di un maggior guadagno. Poi col fascismo, quando le famiglie poterono venire in visita e arrivarono i maestri per alfabetizzare i detenuti e per insegnare ai figli dei secondini in visita, non ci furono più differenze con gli agenti di custodia delle altre carceri. Di solito era gente tranquilla, ogni tanto arrivava qualcuno un po’ troppo convinto del suo ruolo, come si dice: montato sulle biglie quadre. Un giorno arrivò un secondino tanto giovane che sembrava appena uscito dalle scuole elementari, un bambino. Mi vide che andavo dal gregge e mi apostrofò dicendomi che dovevo andare prima alla bonifica. Feci presente che dovevo mungere le pecore se no si ammalavano le mammelle, la mastite da troppo latte. Si mise ad urlare che trovavo scuse per non lavorare, arrivò il gran capo e mi condannò ad essere frustato per essere stato irrispettoso, ma mi mandò a mungere. Mentre mi allontanavo vidi che i due parlottavano, alla sera ricevetti le mie prime ed uniche frustate, così leggere che quasi non le sentii. Da quel momento quell’agente mi evitava e se mi incrociava abbassava lo sguardo. Un giorno lo affrontai e gli dissi che non avevo rancore verso di lui, da quel momento diventammo amici, spesso mi chiedeva consiglio dicendomi che ero affidabile come anziano del bagno, ha fatto carriera, mi piace pensare anche grazie ai miei consigli, ed ora è il capo delle guardie.”
“Mi hanno detto di torture.”
“Non ricordo torture, frustate sì, soprattutto per chi era sodomita, un giorno beccai un detenuto con una pecora, dissi di passare parola che se capitava di nuovo che un detenuto si facesse una pecora lo avrei non solo denunciato, avrei usato io stesso la frusta.”
“Eppure mi hanno parlato della tortura della goccia.”
“Oh quella, quella non veniva applicata ai detenuti già presenti, arrivavano dal continente già con quella condanna. Veniva utilizzata per ottenere delle confessioni.”
“Come funzionava?”
“In una stanza ovale sotto l’ospedale il detenuto incatenato veniva immerso in acqua fino al collo ed immobilizzato perché un goccia gli cadesse continuamente sulla fronte. Li tenevano lì finché non svenivano, li rimettevano in sesto e li ritorturavano finchè non confessavano o morivano, spesso perché non avevano niente da confessare. I primi ad essere condannati a questa tortura era un gruppetto di siciliani, giovani con corti baffetti tutti uguali, dicevano di essere picciotti e in quanto uomini d’onore non potevano parlare. Erano stati catturati in seguito alla uccisione di un americano, un certo Petrosino. Morirono tutti o di stenti od uccidendosi, si salvò solo uno perché ad un certo punto i secondini ebbero misericordia e di loro iniziativa sospesero la tortura, ma la cosa non gli giovò, i mafiosi siciliani incarcerati pensarono che era stato risparmiato perché aveva parlato e due giorni dopo morì accoltellato. Dopo la guerra quella tortura fu abbandonata e nel ventennio i prigionieri venivano messi in un letto, agganciavano i mezzi di contenzione che da neri erano diventati bianchi e stiravano le membra del malcapitato per farlo confessare: lo chiamavano il letto di Procuste.”