Si capiva subito che era uno straniero, il cappello ed il vestito color fumo di Londra completo di panciotto non erano comuni in quei luoghi. Portava occhiali con spessa montatura di finta tartaruga, una cravatta reggimental e nere scarpe di vernice che rilucevano malgrado la polvere della strada sterrata. Aveva lasciato la valigia al porto deciso di ripartire la sera stessa col vapore; non aveva trovato un passaggio in auto, ma gli avevano detto che era una passeggiata di non più di 10 minuti e aveva deciso di andare a piedi. Se ne era pentito quasi subito, la strada era diventata in terra battuta e molto polverosa, la fresca brezza marina di fine ottobre aveva lasciato il posto ad una cappa afosa e le zanzare… Si sentì mordere sul collo, schiacciò l’insetto e si trovò la mano sporca di sangue, si ripulì col fazzoletto, mentre sul ciglio della strada all’ombra degli eucaliptos due asinelli col muso tormentato da un nugolo di mosche lo guardavano con curiosità.
Non si era sposato temendo le scomodità di un matrimonio, ma forse aveva sbagliato, il fatto di essere l’unico cronista scapolo lo esponeva alle trasferte più disagevoli, come questa alla costa dei rei per intervistare un ex galeotto quasi centenario, doveva scrivere un articolo in occasione della chiusura del bagno penale per la rivista domenicale, supplemento del giornale, un articolo che probabilmente pochi avrebbero letto. Aveva deciso di fare una breve intervista e poi scrivere di fantasia un pezzo che gli avrebbe certamente dato poca gloria. Un uomo in canotta si sbucciava un fico d’india seduto su un paracarro,il giornalista gli chiese dove fosse l’osteria, col coltello indicò un punto in lontananza dove si vedeva una toppia con sotto alcune sedie.
Su una sedia un anziano con una massa di capelli bianchi ed un fisico come asciugato nei vestiti ormai troppo larghi lo guardò con gelidi occhi azzurri. Uno sguardo profondo, che scrutava e soppesava l’estraneo con la stessa cura con cui avrebbe esaminato un animale da acquistare, ma quello che era più impressionanti erano le mani ossute appoggiate sul tavolino, parevano staccate dal resto del corpo e lì abbandonate.
“Sono il giornalista della domenica del c… devono averla avvertita che venivo ad intervistarla, il direttore del carcere..”
“Parlare mette sete.”
In quel momento comparve l’oste con un mezzo litro di vermentino e due bicchieri, si volse verso il cronista ed il suo volto rubizzo esprimeva una tacita domanda, ad un cenno di assenso posò tutto sul tavolino e silenziosamente come era apparso scomparve.
“Da dove comincio?”
“Dall’inizio… dove è nato, perché è stato condannato, poi la sua vita in carcere.”
“Vivevo coi miei sopra Demonte, avevamo una grangia ed un bel gregge. Quando avevo 12 anni i miei presero la febbre, la vicina mandò il figlio a chiamare il prete giù a valle. Se ne andarono in poche ore, quando arrivò il prete erano già morti. Li fece mettere dentro dei sacchi e seppellire immediatamente dietro la baita, disse che era per evitare una epidemia. Rimasi solo per qualche giorno, poi mentre ero al pascolo vidi arrivare un gendarme con un uomo grosso, calvo e con grandi baffi bianchi ed un omettino occhialuto vestito come lei, solo con un abito più scuro. Quando vidi arrivare il prete con un nostro vicino scesi da loro. Vidi che il nostro vicino dava del denaro al calvo, mentre l’omino scriveva su un grosso registro. Il prete venne da me e mi disse che l’omone era mio zio, fratello di mia madre, che il vicino aveva comprato la casa, l’ovile ed il gregge. Dovevo preparare i miei pochi abiti perché sarei andato a vivere con lo zio a Torino, lui avrebbe tenuto i soldi e me li avrebbe dati quando sarei stato maggiorenne. Guardai l’omone aveva mani enormi rovinate dalla calce, le spalle curve come chi è abituato ad avere grossi pesi sulle spalle. Non mi disse una parola per tutto il viaggio, eppure fù lungo, prima la discesa a valle e poi il treno, non avevo mai visto il treno e lo sbuffare della locomotiva mi metteva in soggezione. La casa di mio zio erano due stanze, una occupata da un enorme lettone dove dormivano gli zii con i sei figli ed una cucina. Mia zia si lamentò che c’era un’altra bocca da sfamare, mi diede un pezzo di pane, una coperta e mi indicò un angolo della cucina dove dormire. Il mattino dopo alle 5 fui svegliato e portato nel cantiere dove lavorava mio zio. Incominciai col portare i secchi di calce, poi poco per volta imparai il mestiere di muratore. A Torino mi mancava l’aria pura dei monti, la possibilità di lavarsi nei ruscelli, già in primavera dopo la messa della domenica correvo a bagnarmi al Sangone e lo facevo finché l’acqua non gelava.”
Il vermentino era finito, comparve dal nulla l’oste con un altro mezzo litro e questa volta con delle olive e dei cucunci.
“Avevo 17 anni quando fui mandato in un cantiere diverso da quello dello zio che mi dava un soldo per comprare del pane per il pranzo. La fornaia era una donna graziosa che mi aveva preso in simpatia, pesava sempre il pane meno di quanto fosse, il marito era sui sessant’anni, grasso e da volto arrossato dal calore dei forni. Notai che la mano della fornaia, quando il marito era voltato, indugiava sulla mia mentre mi dava la pagnotta. Un giorno il marito era lontano dal banco e lei mi sussurrò: ‘esce alle tre, via dei pellicciai, civico 7, primo piano, ballatoio di destra quarta porta, ti aspetto.’ Lui si accorse del parlottare: ‘cosa cianci donna?’, lei: ‘chiedo se vuole una micca o una biova’, lui: ‘stupida pensi che abbia i soldi per il pane bianco?’ Ero eccitato, non riuscii a dormire, alle tre ero nel buio dell’androne, vidi uscire il fornaio e col cuore in gola salii le scale. Entrai nella stanza e lei mi aspettava in camicia da notte sorridente, poi improvvisamente si mise a gridare al ladro, al ladro, sentii che si era aperta la porta alle mie spalle e voltatomi vidi il fornaio che incominciò a picchiarmi. Arrivarono anche i vicini e fui preso a calci e pugni e se non fosse stato per la ronda richiamata dagli schiamazzi mi avrebbero ucciso. Mi arrestarono e mi poratrono in carcere. Presero le mie generalità e mi rinchiusero in una cella senza finestra. Avevo un letto di pietra con un anello in cui passava la catena che mi stringeva un polso e una caviglia. Riuscivo a malapena ad arrivare al finestrotto sulla porta da cui mi passavano acqua e pane e dove io passavo il bugliolo. Non so esattamente quanto rimasi, ma il labbro spaccato dalle botte si era rimarginato e non sentivo quasi più male alle coste.”
Arrivò un litro di vino con altre olive e qualche fetta di salame, questa volta l’oste si sedette con loro mescendosi un bel bicchiere.
“Un giorno mi fecero uscire dalla cella, mi misero i ferri e mi incatenarono ad altri detenuti. Salimmo su un furgone tutto chiuso, il cavallo partì al trotto. Si sentivano le imprecazioni dei passanti non sò se nei nostri confronti o per il vetturino che pungolava il cavallo ad una veloce andatura nelle strette vie che portavano dal carcere al tribunale. Nell’aula deserta ero tra due gendarmi, c’era un avvocato in parrucca e toga ed il giudice anche lui tutto bardato e dall’aria annoiata. L’avvocato cominciò a parlare: ‘L’imputato è Bertotto Pietro di anni 21 sorpreso in flagrante mentre tentava di rubare in casa del fornaio Brusca Giovanni.’ Volevo dire che non ero Bertotto, ma Bertetto Pietro di anni 17, ma la guardia mi appoggiò il calcio del fucile sul fianco, non tanto da farmi male, ma abbastanza da togliermi il fiato, capii che dovevo tacere. ‘Il reo è recidivo è appena uscito dal carcere minorile dove ha scontato anni quattro per il furto di un filone di pane.’ ‘Vedo che ha dichiarato di avere anni 17.’ ‘Vostro onore è un vecchio trucco mentire sull’età per avere pene meno severe e restare nel carcere minorile, meno duro.’ ‘Visto chè recidivo e non recuperabile la condanna è l’ergastolo.’ Fui di nuovo incatenato ad altri carcerati e riportato in prigione, ma questa volta nella cella non ero solo, eravamo in sei a dividerci lo spazio di quattro, non c’erano nemmeno abbastanza brande, avrei dormito sul pavimento. Uno dei reclusi, mi si avvicinò e mi passò il dorso della mano sulla guancia dicendomi che ero un bel ragazzo e avevo la pelle vellutata come quella di una signorina. Mi guardai in giro in cerca di aiuto, ma gli altri volsero altrove lo sguardo. In quel momento sentii le urla dei secondini che invitavano i detenuti ad uscire dalle celle e a farsi mettere i ferri, ci allinearono contro la parete e comparve dinanzi a noi un signore molto alto con baffetti lunghi e sottili. Parlò a lungo, usò parole come redimerci, essere utili, io l’unica cosa che capii era che si accettavo di andare a costruire qualcosa da qualche parte dopo trent’anni sarei stato libero e mi avrebbero dato pure dei soldi, a quarantasette anni non sarei stato così vecchio da non potermi rifare una vita, per cui quando chiese chi era disponibile dissi: ‘Io!’ ‘Non mi sembri abbastanza robusto.’ ‘Sono muratore!’ Mi guardò le mani callose con le macchie di calcina,’Professione interessante.’ Si voltò verso altri detenuti, ‘Da piccolo con i miei badavo al gregge e facevo formaggi.’ Ero disperato e dissi la prima cosa che mi venne in mente, sembrava non centrare niente ed invece fù la mia fortuna. ‘Ecco un uomo dalle molte risorse, e invece voialtri non volete venire?’ Fece cenno di portarmi via dagli altri. Salii su un furgone, poi su un treno ed infine nella stiva di una nave ed arrivai qui. Stà arrivando il maestrale.”
Il cronista alzò gli occhi dal blocco di appunti e trovò la sedia vuota, sparito nel nulla nel silenzio più assoluto. L’oste arrivò a portare via caraffa e bicchieri.