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La domenica mattina Chianale girava per casa della Russo, cercando di scovare qualche indizio nella villetta alla periferia di Torino. Era una bella villetta funzionale con dei bei mobili, in particolare la cucina era splendida, il commissario aprì il frigo, poca roba, una bottiglia con solo due dita di latte sul fondo, un sedano flappo, due limoni, sul tavolo c’era una corposa lista della spesa e la lavapiatti era piena di piatti sporchi, in attesa di essere attaccata. Chianale andò in camera da letto, il letto non era stato rifatto, sulla testiera era appeso il quadro di una vergine Maria d’aspetto settecentesco, se autentica di grande valore. Nello studio biblioteca quadri moderni e una libreria piena di libri, alcuni antichi e di pregio, Chianale cercò invano gli altri volumi de ‘La ricerca del tempo perduto’. Salotto e salone arredati con gusto ed una particolare attenzione per i soprammobili. Nello spogliatoio file di vestiti e di scarpe, pantaloni e gonne taglia 42, qualche 44, nessun 46. Nella rimessa una Y10 ed una lancia thema.

La casa di Tiziana Panizza era a meno di cinquecento metri, ma che differenza, una villetta a schiera di aspetto dozzinale, come dozzinali erano gli arredi, Chianale si aspettava di trovare in qualche angolo una palla di vetro con la neve od uno di quei tubi con le bolle di cera che salgono.

“La sua amica si è fatta viva?”.

“No, non ho avuto nessuna notizia.”

“Ho guardato a casa della sua amica e non ho trovato gli altri volumi del suo libro e ho notato che i vestiti erano di una taglia in meno rispetto a quelli che aveva portato in viaggio.”

“Il libro glielo avevo prestato io e recentemente, dopo la scomparsa del marito, era un po’ ingrassata quando ha superato di molto la sua taglia ha comprato solo lo stretto necessario e si è messa a dieta”.

“Come siete andate in stazione? Era da molto che avevate deciso il viaggio?”.

“E’ stata una decisione improvvisa di quella mattina, siamo andate col bus, a Porta Nuova non c’è quasi parcheggio.”

Il lunedì mattina Chianale si recò dall’ottico, un omino smilzo e particolarmente nervoso.

“Ho detto alla signora di non venire prima di mercoledì, è inutile che venga prima, devo procurarmi quella montatura, le avevo detto che era difficile. La sua signora mi farà impazzire.”

“La signora non è mia moglie, sono della polizia e la signora è scomparsa, stiamo indagando. Potrebbe dirmi quale oculista ha fatto la prescrizione?”.

L’ometto da arrogante e prepotente divenne immediatamente umile e viscido, quasi strisciante.

“Oh, si senz’altro, sempre disponibili con i nostri tutori della legge. Ecco dottor Rametti. E’ un illustre clinico con lo studio giusto girato l’angolo e lei è fortunato, è orario di visita.”

Il commissario si fece introdurre dall’infermiera e quale fu il suo stupore nel constatare che l’illustre clinico era una dottoressa alta dai corti capelli grigi e l’aria particolarmente decisa.

“Sì, mi ricordo la signora. Era la sua prima visita. Presbiopia. Grave, per paura di sembrare vecchia nel mettere gli occhiali da vista ha atteso troppo. Classico delle signore sui cinquanta.”

“Secondo lei era in grado di leggere un libro?”.

“Solo se scritto con caratteri molto grossi.”

Chianale sorrise aveva il bandolo della matassa, al pomeriggio si recò a casa della Panizza.

Tiziana era nell’orto intenta a trapiantare nel terreno appena smosso piantine di cavolo o forse cavolfiore? Il commissario non era un gran botanico, su certe cose era sempre dubbioso.

“Mi ha spaventato, non l’ho sentita arrivare, novità?”.

“Ho suonato, ma da qui non mi deve aver sentito, visto che il cancello era aperto…” Chianale guardò con insistenza il pezzo di orto col terreno vangato. “Penso che la sua amica non sia mai partita, come suo marito non è mai andato in America e che entrambi siano molto vicini.”

Sembrò che le si scrollasse un peso da addosso, si alzò, si tolse i guanti con molta calma.

“Penso che sia inutile continuare a mentire. Venga le offro una limonata, fa già molto caldo, e intanto le racconterò tutto.”

Si sedettero su due seggioline di ferro, lei versò dalla caraffa due bicchieri di limonata fresca.

“Sabato ho attirato qui la mia amica con una scusa e la ho uccisa e seppellita là dove stavo piantando, poi ho messo in scena la sua scomparsa dal treno, ho riempito una sacca di roba mia facendola passare poi per sua per avvalorare la tesi del viaggio, ma forse ho esagerato potevo tenere solo la sua borsetta e dire che volevamo tornare in giornata, ma ci ho pensato dopo quando lei mi ha fatto quelle contestazioni, subito mi era parsa una buona idea.”

Sorbì alcuni sorsi di limonata, stirò un pochettino le gambe, sulle ginocchia dei jeans c’erano due vistose macchie di terra, la t-shirt era sudata e due aloni si allargavano sotto le ascelle.

Chianale osservò il viso era calmo, tranquillo, piacevole, non sembrava quello di una assassina.

“Lei vuole sapere il perché? Mio marito mi ha lasciato e pensavo ad una sguinzia, una puttanella, la classica crisi che prende gli uomini quando arrivano agli anni cinquanta, invece ecco che una settimana dopo torna alla sera da me piangendo e mi racconta che la sua amante è la mia migliore amica e anche coetanea. Poi va avanti e mi racconta che sono amanti dal liceo, solo che lei voleva fare la bella vita e non lo ha voluto sposare, come non lo vuole sposare adesso per non perdere la pensione d’oro, e allora si è sposata con un ricco facendolo per tutti questi anni cornuto e lui mi ha sposato per ripicca, ripicca capisce? Io per anni ho stirato, cucinato, pulito per lui, mi sono arrabattata con due magri stipendi perché lui potesse avere la macchina bella, andare a tennis, alla partita, al pokerino con gli amici e lui mi aveva sposato per ripicca e tornava da me solo perché la signora lo aveva scacciato e piagnucolava e voleva che lo confortassi. Ho preso la zappa e lo ho colpito, colpito, colpito e poi lo ho seppellito nell’orto…” il suo sguardo corse ad un angolo del giardino. “… peccato, non ho mai avuto delle piante di pomodoro così belle.”

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