La nebbia era così densa che a Beinasco non si riusciva a vedere il semaforo, sembrava proprio di essere immersi in una bottiglia di latte, ad Orbassano e Rivalta una vaga luminescenza dava agli oggetti una visione spettrale, a Bruino improvvisamente trionfava il sole, squarciata la nebbia tentava di rompere il gelo che attanagliava tutte le cose, la brina e la galaverna trionfavano in mille impossibili ricami. Il cancello della cascina, ormai inglobata nell’abitato, era rugginoso e solo in alcuni punti si vedeva la vernice verde originale, l’aia era fangosa, dalla stalla ormai vuota faceva capolino una gatta coi suoi piccoli, nel fienile alcune gabbie con dei conigli, il cane si avventò contro le sbarre del cancello abbaiando furiosamente a Chianale che cercava inutilmente sulle pilie di ingresso un campanello. Ad un fischio il cane, un bastardone peloso e pulcioso, corse verso la casa facendo le feste ad un sessantenne ben vestito, dai capelli bianchi e dal sorriso aperto. Il commissario temette che l’indicazione dei carabinieri di Piossasco fosse stata errata, quel signore all’epoca dei fatti di cui voleva avere notizia non poteva che essere un bambino, il suo sguardo dubbioso fu notato dal suo ospite mentre apriva il cancello.
“Il commissario Chianale? Sono Francesco Regen, mio fratello Mario lo attende, se non le spiace mi ha chiesto di essere presente, sa è molto anziano e a volte ha difficoltà a ricordare, pensa che io possa essergli di aiuto in caso di difficoltà.”
Mentre si avviavano alla casa il cane li seguì uggiolando, si infilò per primo andando a nascondersi sotto il tavolo, al suo passare uno dei tanti gatti sparsi arruffò il pelo, stagnava odore di animale bagnato e di fumo, vicino alla stufa incandescente che ronfava come un grosso gatto, sprofondato in una poltrona un vecchietto minuto dai capelli radi e dall’incarnato pallido fissava il vuoto con lo sguardo velato dalla cataratta. “Mario c’è il commissario!” più che una frase sembrò un urlo, il vecchietto doveva essere anche duro di orecchi, un gatto venne fatto scendere da una sedia, sedia offerta al commissario, sul tavolo come magia comparve un bicchierino con del fernet. “Accetta un bicchierino vero? Parli forte che è un po’ sordo.”
“Volevo avere notizie del rastrellamento e di Arturo Bey!”
“Sono tanti anni, vedo cosa ricordo. Io ero nascosto su nel fienile, avevo disertato l’8 settembre e mio padre aveva tirato su un muro nel fienile e mi aveva nascosto insieme a mio cugino Carlo buonanima. Vennero i tedeschi e portarono via tutti, anche dei bambini alla scuola che erano ebrei. Bey era il maestro cercò di opporsi e lo picchiarono.” Il vecchio non sembrava di molte parole, il suo racconto era scarno e secco come la sua figura, la voce era roca, uno strano sibilo ansimante interrompeva le parole troncandole quasi a metà. “Se vuole dei particolari, posso esserle di aiuto, io ero uno dei bambini allievi di Bey. Era una multiclasse elementare, con noi c’erano tre bambini con la stella di David, quando vennero i tedeschi a prenderli Bey cercò di difenderli, i militi lo schiaffeggiarono facendogli cadere gli occhiali che calpestarono. Il poveretto era cieco come una talpa e si trovò completamente in balia degli eventi, i tedeschi portarono via i bimbi ebrei, noi piangevamo, venne di corsa l’altra maestra che ci calmò, il bidello accompagnò Bey a casa. Dalla retata si erano salvate due bambine della famiglia di ebrei che era sfollata nella cascina di Bey, erano fuori al pascolo con le mucche, lui le prese con sé e si andò a rifugiare in una malga che avevano per l’alpeggio, tornò da lassù solo a guerra finita.”
“Se non sbaglio una delle bambine era già grandicella, non ci furono commenti sul fatto che avevano passato tutto quel tempo soli in una baita, se non sbaglio lui poi la sposò.” Il vecchio sembrò risvegliarsi dal torpore ed uscì in una risata, che terminò in una tosse squassante. “Bey era, come si dice adesso …ghei… insomma non gli piacevano le donne.” “Mario lo sai che erano solo pettegolezzi, era solo molto timido.”
“Ma se anche i vecchi Bey continuavano a ricordare a tutti che loro lo avevano adottato, che la loro razza era una razza sana non di invertiti.”
“Adottato?”
“I vecchi Bey erano i mezzadri e i genitori di Arturo i braccianti… o forse era il contrario?bah… della vecchia cascina del gerbido, vivevano tutti insieme, i loro figli erano nati lo stesso anno, giocavano insieme… poi… poi venne la spagnola e si portò via i genitori di Arturo, non aveva parenti e i Bey non vollero che finisse in istituto e l’adottarono… dopo la spagnola era rimasto gracile, così lo fecero studiare da maestro.” Il lungo discorso sembrò aver sfinito il povero vecchio, Chianale ringraziò ed uscì, l’aia era illuminata dal sole, alcune galline erano uscite a razzolare, il cane corse in mezzo a loro sparpagliandole e facendo arruffare le penne ad un galletto americano, il megafono di un arrotino reclamizzò la sua abilità mentre il campanile batteva le ore e da lontano in sottofondo giungeva il rumore del traffico della città.
La fabbrica era un modesto capannone con accanto un cubo destinato agli uffici, l’assistente di Anna Richard lo attendeva al cancello, Chianale notò un mucchio di rottami rugginosi, verosimilmente scarti della lavorazione pronti per la fonderia. L’ufficio era luminoso, un filodendro incorniciava una ampia finestra, il riscaldamento era al massimo e la stanza era calda, attraverso la vetrata si vedeva l’ufficio della segretaria, Anna Richard era là in piedi davanti alla scrivania, indossava una minigonna vertiginosa, calze a rete, scarpe con alti tacchi a spillo, sia lei che la segretaria delle corte camicette senza maniche, abbondantemente scollate e che lasciavano intravedere l’ombelico, Chianale mentre si accomodava su un bassa poltroncina in attesa che Anna tornasse al suo posto di lavoro, si chiese se quella era la tenuta abituale o se fosse stato uno strappo alle regola, diciamo in suo onore.
“Era lei che attendeva l’arrivo della signorina Bey a Chambery?”
“Si, ho preso le camera in hotel, poi sono andato in camera mia a preparare il campionario e ci siamo incontrati alle nove alla cena, aveva un magnifico abito da sera, ha fatto un figurone, ha incantato i nostri clienti, la signorina ha molto charme.”
“Mi scusi, ma dovevo dare delle disposizioni alla mia segretaria.” Si sedette davanti a lui sull’angolo della scrivania, si accese una sigaretta ed accavallò le gambe, dallo sguardo allupato dell’assistente il commissario capì che era tutta una messa in scena.
“Volevo farle solo alcune domande. Pura routine. Mi hanno descritto suo zio all’epoca del matrimonio con sua zia come un miope, gracile giovanotto così timido da sembrare omosessuale e me lo ritrovo poi come un novantenne dalla vista buona, muscoloso e pure galante, lei sa spiegarmi questa trasformazione.” Più che una domanda, il tono di voce era quello di una affermazione.
“Mio zio fu uno dei primi a farsi operare per la miopia con la tecnica laser, un intervento perfettamente risuscito come ha potuto notare, era in perfetta forma fisica perché per decenni, non lavorando, ha potuto occuparsi del suo corpo, per quanto riguarda il carattere non so, ma è probabile che dopo la morte della zia si sia sentito come liberato, lei era molto opprimente nei suoi confronti, e poi si legge di uomini probi e timorati che in età anziana diventano dei porcelloni, degli assatanati.”
“Volevo anche chiederle se le è venuto in mente qualche particolare che potesse permetterci di confermare il suo alibi.”
“Sì mi sono ricordata che appena arrivato ho telefonato qui in ditta.”
“Col telefono dell’albergo o con il suo cellulare?”
“Col cellulare aziendale, ne abbiamo una mezza dozzina, li prendiamo quando andiamo all’estero, in maniera che non ci siano problemi di rimborsi per le telefonate di servizio, prima che me lo chieda non ricordo il numero di quello che ho preso, dovrà farli controllare tutti, …quando li ritiriamo firmiamo una ricevuta, che buttiamo quando li restituiamo, per non avere in giro tanta cartaccia, se avessi saputo che ne avevo bisogno l’avrei fatta conservare, mi spiace.”
Chianale si volse verso l’assistente che era rimasto in piedi e si era portato alle sue spalle, forse per meglio vedere lo spettacolo che stava dando il suo datore di lavoro.
“Anche lei aveva un telefonino aziendale ed ha telefonato qui in azienda?”
“Sì e anch’io proprio non ricordo il numero del mio telefonino.”
“Vi ricordate l’ora delle telefonate?” Entrambi scossero la testa.
“Avete fatto altre telefonate che ci permettano di capire quale cellulare avete usato?”
Con aria sconsolata fecero di nuovo segno di no con la testa.
“Chi ha preso le vostre telefonate?”
“La mia segretaria, gliela chiamo.”
Anna fece un gesto e la segretaria lasciò la scrivania entrando nell’ufficio, portandosi dietro un intenso profumo alla vaniglia, sembrò che fosse entrata una torta.
“Si ricorda a che ora le hanno telefonato o almeno chi dei due ha telefonato prima?”
“Come ho già detto alla signorina, proprio non ricordo, ero impegnatissima fin dalla mattina con la pratica delle filiali Ford e avevo fretta di terminare, sa il mio fidanzato mi attendeva fuori in macchina.” Mentre diceva quest’ultima frase arrossì.
“Chiara hai detto la pratica Ford? Adesso mi viene in mente che mentre eri al telefono per quella pratica, non volendoti interrompere, ti ho mostrato il cellulare ed ho scritto su un pezzo di carta il numero, nel caso avessi avuto bisogno di rintracciarmi, forse è ancora di là sulla tua scrivania, se non l’hai buttato.”
“Era una giornata così caotica che proprio non ricordo, comunque vado a vedere.”
Si girò per tornare in ufficio e la gonna a pieghe mise in evidenza un bel culetto a mandolino, Chianale sentì l’assistente deglutire a fatica, quelle mise non erano certamente quelle d’ordinanza, si chiese il perché della mascherata, poi si ricordò che Anna Richard aveva già avuto a che fare con una indagine di polizia ed il sostituto Castello era ed è molto sensibile al fascino femminile oltre a quello della carriera.
La segretaria guardò in vari cassetti, poi da uno schedario prese una pratica e cominciò a sfogliarla fino ad un gesto di esultanza, ritornò con una strisciolina di carta in mano. “Ecco il numero, quando me l’ha lasciato non me ne ero accorta e l’ho chiuso nella pratica, la calligrafia è quella della signorina, quindi è proprio il suo.”
Anna Richard sorrise divertita, nel scendere dalla scrivania la gonna salì ancora un po’.
L’ufficio del procuratore capo era in penombra, ristagnava l’odore del sigaro che aveva pervaso tutto, pareti, mobili e le pile di pratiche ammonticchiate ovunque. Il magistrato aveva i capelli grigi tagliati a spazzola, una mascella quadrata, la barba perennemente da radere, il sigaro all’angolo di una bocca dalle labbra incredibilmente sottili, teneva la pratica Arturo Bey sulle palme delle mani affusolate come se l’avesse voluta soppesare. “Ho letto il suo rapporto, una bella indagine vecchia maniera, niente a che fare con queste intercettazioni telefoniche che si prestano a tutte le interpretazioni ed uccidono il lavoro dell’investigatore. Lei ovviamente sospetta un omicidio-suicidio e che poi ci sia stato uno scambio di persona e che questo sia il movente, ma come farà a dimostrarlo? Non può usare la prova del DNA perché non vi sono consanguinei del morto. Certamente non bastano le discrepanze tra le testimonianze come prova, le risposte di Anna Richard sono opinabili, ma plausibili. Lei come ulteriore passo suggerisce di perquisire il giardino della villa con un metal detector. Penso che si basi sulla speranza che nel corpo sotterrato, sempre che l’abbiano sotterrato nel giardino, ci siano le due pallottole, ma guardi.” Il procuratore capo aprì la pratica e mostrò le foto del suicidio della signora Levi. “Come vede la pallottola ha trapassato il cranio e si è conficcata nel mobile, era un’arma da guerra molto potente, verosimilmente le due pallottole hanno trapassato il corpo del Bey, morte istantanea, poco sangue sul pavimento, verosimilmente dello studio visto che la Levi era pressoché immobilizzata dalla malattia, facile da coprire con dei tappeti, lo stesso per gli eventuali fori delle pallottole nella parete.” Mentre parlava mostrava le varie foto, della morta, della biblioteca, dei tappeti, dei quadri. “A così grande distanza di tempo sarà impossibile trovare dei segni nella stanza anche con gli attuali metodi scientifici.”
“Veramente io avrei avuto un idea.” Chianale tirò fuori dal fascicolo un ingrandimento fotografico della mano sinistra della morta e di quella del supposto Arturo Bey. “Vede?”
“Ho capito quello che lei sospetta, molto affascinante, ma se anche trovasse il vero Arturo Bey al massimo potrebbe incriminare Anna Richard per occultamento di cadavere e truffa nei confronti degli eredi Levi, visto che se è morto prima il Bey gli eredi sono loro. Mi spiace per lei ma il suo alibi sarà difficile da smontare.”
“In effetti ci sono due telefonate da Chambery una alle sette ed una alle otto circa, secondo me la prima è stata fatta dall’assistente, quando la Richard si è resa conto che sia l’assistente che la segretaria non si ricordavano l’ora della telefonata e la segretaria la sequenza delle telefonate si è creata un alibi, se alle sette era a Chambery alle sei non poteva commettere l’omicidio. Probabilmente è stato nel corso della sua telefonata che la segretaria ha accennato a quella precedente dell’assistente. Se riesco a dimostrare che ha mentito sull’ora della telefonata e sul numero del cellulare è in trappola, sarebbe stato più furbo non mentire e rimanere con un alibi dubbio, io non le ho mai detto l’ora del delitto, cercare di anticipare l’ora del suo arrivo a Chambery è una prova di colpevolezza, solo l’omicida sa di avere bisogno di un alibi per le sei.”
“Vero non è una prova, ma insieme al movente diventa un grave indizio, ma perché ha aspettato sino ad ora per eliminare il complice?”
“Lui le ha verosimilmente detto che voleva sposarsi ed allora addio all’eredità.”
“Ha la prova che lui le ha telefonato?”
“Ho chiesto un controllo di tutte le sue utenze telefoniche, ci vorrà tempo, ma se troviamo una telefonata da Giaveno… sto anche cercando un qualche riscontro che la incastri sull’ora del viaggio, purtroppo le telecamere del Frejus sono a ciclo continuo e dopo quarantotto ore il filmato viene cancellato e sovraimpresso, ma troverò qualcos’altro… prima o poi.”
“Buona fortuna.” Il procuratore capo prese ed aprì un’altra pratica a significare che il colloquio era finito e l’autorizzazione alla ricerca col metal detector nel giardino della villa concesso.
Era una giornata ventosa e le foglie nel giardino prese da mulinelli volteggiavano nell’aria disturbando il lavoro degli investigatori, Chianale osservava i lavori dalle finestre del famoso studio, Anna Richard girava per casa in vestaglia, una vestaglia che troppo spesso si apriva lasciando intravedere la lingerie di pizzo, gli agenti della scientifica venivano in casa a riferire più spesso del necessario.
“Fino adesso abbiamo trovato solo delle monete ed un puntale d’ombrello, ma siamo solo ad un terzo del giardino.”
“Avete già cercato sotto la grande magnolia?” dalle foto dell’epoca il commissario aveva notato che era stata piantata successivamente all’inchiesta, mettere una pianta sopra alla tomba poteva essere un modo furbo per non far vedere il terreno smosso e per impedire ritrovamenti accidentali da parte dei giardinieri.
“Commissario venga abbiamo trovato qualcosa.”
Stavano scavando proprio sotto la magnolia e circa ad un metro di profondità spuntò lo scheletro di una mano con all’anulare una vera d’oro, Chianale la raccolse al suo interno due nomi Miriam ed Arturo ed una data 31/12/49. Il commissario si voltò a guardare la finestra della villa, la Richard lo stava osservando imperscrutabile.
Chianale rientrò in casa e si diresse nello studio dove Anna trafficava con una agenda elettronica. “Penso che dovrò chiamare il mio avvocato.”
“Penso proprio di sì.” La ragazza lasciò che la vestaglia si aprisse completamente.
“In fondo non è un gran reato, non volevo solo che l’eredità andasse ai parenti di zia Miriam, parenti che lei aveva sempre odiato, zio Arturo non l’ho ucciso io.”
“Sì, ho capito come è andata: sua zia ha ucciso il marito e si è tolta la vita, lei rientrando dalla messa di Natale ha scoperto il tutto e ha pensato subito ai soldi che perdeva. Probabilmente aveva già notato la somiglianza tra suo zio e la persona che ha ingaggiato per sostituirlo, ha nascosto il cadavere di suo zio, ha mascherato nella stanza i segni della sua morte, ha cercato e convinto quella persona ad aiutarla, dopo l’inchiesta ha sotterrato il corpo di suo zio in giardino. Probabilmente l’inchiesta sul suicidio è stata frettolosa ed un po’ superficiale e lei ha agevolato il tutto distraendo i carabinieri ed il procuratore con questi atteggiamenti un po’ osé.”
“Era un barbone, dormiva sotto un ponte, l’avevo incontrato facendo jogging al mattino al Valentino, era contentissimo di avere un posto dove stare e dei pasti caldi.”
“E quando dopo anni ha deciso di sposarsi e di rivelare tutto o, forse peggio, di tenersi i soldi, lei lo ha ucciso.”
“Non può provare questa falsa accusa, io ero prima da dei clienti, come lei avrà già accertato, e poi in Francia come risulta dalla telefonata, non avrei avuto il tempo di ucciderlo.” Anna sorrideva maliziosa con la sua vestaglia aperta, le sue forme procaci esposte erano un tacito invito a schierarsi dalla sua parte, un premio promesso a chi avesse tralasciato il proprio dovere, ma non era sicura di raggiungere il suo scopo, sentiva che seppur tentato Chianale era refrattario a simili condizionamenti e le sue mani tormentavano nervose la piccola agendina elettronica.
Chianale non aveva mai posseduto una agenda elettronica, ma si ricordava in un viaggio di servizio di un collega che ogni minuto la consultava per trovare la strada…, sì la strada, andò alla finestra e guardò verso la BMW di Anna, dietro lo specchietto retrovisore si vedeva chiaramente la semiluna bianca, un sorriso di trionfo solcava il volto del commissario quando si voltò a guardare la Richard.
“Controlleremo a che ora ha imboccato l’autostrada e vedremo se l’ora che segna il telepass è compatibile con la sua telefonata da Chambery o se…”
Anna chiuse la vestaglia e con rabbia annodò la cintura, mentre la sua faccia si deformava per l’odio e la collera, in un attimo diventò orrenda ed un fiume di improperi sgorgò dalla sua bocca, due agenti la trattennero a stento mentre il commissario si allontanava. Chianale uscì sulla strada, sollevò il bavero del cappotto e si chiese per l’ennesima volta perché non era rimasto al suo paese a fare il notaio.