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Tolta l’ora legale imbruniva presto, Chianale si accorse di una scarpa slacciata, posò il piede su quelle palle di pietra che stanno agli angoli dei portoni e si chinò a legarla, le auto in coda ronzavano come grossi calabroni, qualcuno strombazzò col clacson, le luci tremolavano, aveva ripreso a piovigginare, una donna con l’ombrello lo urtò, la ricreazione era finita, pensò che era ora di tornare al lavoro.

Il commissario nel suo ufficio in questura stava esaminando il referto del medico legale che indicava l’ora della morte tra le sei e le otto di sera, che, come già anticipato, evidenziava come la morte fosse avvenuta per lesione al midollo spinale cervicale, lesione causata da più colpi inferti con un oggetto di ferro, sulle ferite erano presenti residui di ruggine,  e che metteva in dubbio l’età anagrafica della vittima. Chianale alzò gli occhi al soffitto ove trionfava una grossa macchia di umidità, frutto di una perdita mai completamente aggiustata, e cercò di immaginare il significato di quella apparente discrepanza tra età anagrafica ed età biologica, quel giorno nella forma della macchia vide una faccia barbuta, pensò di essere troppo suggestionabile.

Erano quasi le dieci, ora dell’appuntamento con la nipote maggiore tale Maria Richard in De Francesco di anni 55, casalinga, almeno così si leggeva sul suo appunto, l’avrebbe interrogata nel suo domicilio di via Barbaroux. Preferiva interrogare la gente a casa loro, osservando gli oggetti di casa si avevano molte informazioni sul carattere della gente, già solo lo stato della loro pulizia rivelava se il proprietario era pignolo o trascurato, solo una volta era stato ingannato nella sua analisi psicologica, ma aveva poi scoperto che l’indagato non viveva al suo domicilio legale, in effetti altri abitavano la casa da lui esaminata. La sorella minore Anna Richard, nubile, di anni 36, imprenditrice, era molto occupata e non era disponibile a ricevere il dottor Chianale nella sua abitazione di corso Trieste, aveva fatto sapere che si sarebbe recata lei in questura dal commissario a mezzogiorno. Si infilò in tasca gli appunti ed alcune fotografie del morto e si incamminò a piedi verso il centro di Torino, sembrava che il tempo mutevole avesse messo ragione,  ma i vetri brinati delle auto in sosta rivelavano quanto fosse scesa la temperatura nella notte.

Via Barbaroux è una via in fase di trasformazione, a bei negozi e a case ristrutturate con eleganza si alternano buie bottegucce e case di ringhiera, quella di Maria Richard era una delle più povere, il cortile ingombro di rifiuti, i cessi sui ballatoi, la biancheria stesa lisa e rammendata, un intenso odor di cavolo lesso. Miriade di bambini che parlavano strane lingue si rincorrevano per le scale, in un angolo di un pianerottolo dormiva avvolto negli stracci un senza tetto, dalle porte finestre visi ansiosi scrutavano il forestiero, da un alloggio arrivava il suono di una nenia araba, all’odore nostrano si erano miscelati odori e profumi orientali, una babele per la vista, per l’udito ed anche e soprattutto per l’olfatto. L’interno dell’appartamento era se possibile ancora più povero dell’esterno, erano in pratica solo due piccole stanze. Una cucina con un vecchio tavolo coperto  da una cerata traforata dalle bruciature dei mozziconi di sigaretta, una poltrona con l’imbottitura ormai a vista, due sedie scompagnate, un antidiluviano televisore su uno sgabello, un fornellino a gas con la sua bombola ed un lavello sbreccato, il tutto illuminato da una lampadina di poche candele che penzolava triste alla fine di un lungo filo. La seconda camera che si intravedeva attraverso la porta aperta era quella da letto interamente occupata da un letto ad una piazza e mezzo e da un piccolo armadio, sul letto una sovraccoperta fatta di tanti ritagli di stoffa. Con tre persone quell’appartamento risultava affollato. Maria Richard era una signora di mezz’età dai capelli grigi, appariva sciupata nel suo liso vestitino a fiori, un residuo di tempi migliori rispolverato per l’occasione. Seduta davanti al commissario teneva le mani intrecciate tormentando nervosa le dita anchilosate dall’artrite, mani più che screpolate, spaccate dal freddo, ad ogni colpo di tosse del marito volgeva gli occhi, ansiosa, verso di lui. Sabato De Francesco da Cava dei Tirreni, operaio, stava rannicchiato in poltrona, una sigaretta tra le dita ingiallite, il corpo squassato da accessi di tosse, nel viso smunto grandi occhi brillavano febbrili.

Maria osservò a lungo la fotografia del morto, “Sì, è lui, mio zio. Sembra ingrassato e con quei capelli lunghi e quella enorme barba appare diverso da come lo ricordavo, ma quel naso adunco e le sopracciglia folte sono proprio le sue. D’altronde sono tantissimi anni che non lo vedo, addirittura dapprima che morisse la zia, non partecipò al funerale, mia sorella disse che era troppo sconvolto.”

Il commissario si accorse che la folta chioma nascondeva la forma del cranio, come la  barba incolta e i baffi rendevano imprecisa la forma della mandibola e della bocca.

“Non eravate in buoni rapporti?”.

La domanda sembro sollevare l’ilarità del marito subito interrotta dalla tosse, una tosse cavernosa che sembrava rimbombare nelle viscere del malato, che non curante della sua condizione si accese una sigaretta sotto lo sguardo di riprovazione di Maria.

“E’ meglio che le racconti tutta la storia se no si farebbe strane idee su di noi. Mia madre si sposò trentenne con un uomo più anziano di lei, sembra una costante della famiglia, anche mia zia era molto più giovane del marito, storie dei tempi di guerra che conosco poco. Se vuole delle notizie su questo deve interpellare la famiglia della zia, loro sapranno di certo cosa avvenne perché per anni ci sono stati strascichi legali fra loro e gli zii. Io nacqui qualche anno dopo il matrimonio, mentre mia sorella fu uno scherzo della menopausa, mia madre pensava di essere in menopausa invece… e fu proprio una gravidanza disgraziata, ebbe dei grossi problemi di salute e morì subito dopo il parto. Mio padre era troppo vecchio per badare ad una neonata e ad una adolescente e ci sbolognò dagli zii. Venne il sessantotto ed io invece che frequentare l’università andavo a fare i picchettaggi davanti alle fabbriche, lì conobbi Sabatino, era un operaio attivista di lotta continua, così ci innamorammo, lasciai l’università ed andammo a vivere insieme. Non vidi nessuno della famiglia per anni, le cose andavano bene, comprammo un piccolo alloggio, poi l’autunno caldo e Sabato fu licenziato. Per un po’ tirammo avanti, io andai a fare le pulizie, ma gli anni passavano e nessuno voleva assumerlo, arrivammo al punto di non poter pagare il mutuo ed allora andai a Canossa, ma gli zii, soprattutto la zia, mi buttarono in faccia tutto il loro rancore e si  rifiutarono di aiutarci.”

“Porci capitalisti!”, un altro accesso di tosse ed un’altra sigaretta.

Maria lo guardò di nuovo con un misto di ansia, affetto e comprensione.

“Ci portarono via l’alloggio e venimmo a vivere qui, Sabato trovò un lavoro molto meno qualificato e retribuito, a causa dei suoi trascorsi è sempre il primo ad essere messo in cassa integrazione, adesso sono già tre mesi che non lavora, ed in più si è ammalato e sa, le medicine costano care, non tutte le passa la mutua e…” si guardò le mani rovinate, “anch’io ho qualche problema di salute, ma ce la faremo, vero caro?”.

Solo la tosse le rispose squassando quel povero corpo smagrito.

Chianale pensò a quanti sogni, quanto idealismo doveva aver albergato nella testa di quelle persone ormai ridotte dalla società a poveri relitti, naufraghi in rovina, l’eredità sarebbe stato senz’altro un meritato compenso ad una vita tribolata.

“Un’ultima domanda cosa avete fatto l’altro ieri tra le sei… cioè tra le diciotto e le venti?”.

“Cosa vuole che abbiamo fatto, io ho cucinato qualcosa ed abbiamo mangiato  guardando la televisione.”

“Lei ha guardato la televisione, le piacciono quei triti giochini e le notizie fasulle del telegiornale, io dopo che è diventata televisione di regime non la guardo, la subisco!”

Il discorso era stato troppo lungo, lo sforzo violento, la tosse riprese più forte che mai e sembrava non volersi calmare, Maria si alzò e gli si avvicinò in apprensione, il commissario salutò ed uscì. Mentre percorreva il ballatoio un vecchietto l’afferrò per un braccio, un anziano tanto smilzo da sembrare diafano, trasparente.

“Non hanno mica dei problemi con la giustizia? Sa, sono proprio brava gente. Lei fa la spesa per me che non riesco più a scendere le scale e mi porta sempre più roba di quella che potrebbe comprare con i pochi soldi che le posso dare. Se me li portate via come posso fare io, rimango solo tra questi marocchi, che non aspettano altro per portarmi via il poco che ho.”

“Sta tranquillo non porto via nessuno, ma lei l’altro ieri sera li ha visti.”

“No, ma erano in casa, io vedo tutti quelli che passano e loro non sono passati. Non posso permettermi la televisione ed allora passo le serate alla finestra, lei non sa cosa vedo, c’è di tutto, ma mai che interveniate voi della polizia. Passo la serata a vedere schifezze dalla finestre, poi puntuale tutte le sere dalle sei sento la televisione dei De Francesco, lui è un po’ sordo perché ha lavorato ai magli così il volume è alto ed io ascolto come se fosse una radio, lui l’accende a quell’ora per sentire le notizie sportive o forse per non dover parlare con lei che rientra dal lavoro.”

“Perché non vanno d’accordo?”.

“Vanno d’accordissimo, ma lui è un meridionale orgoglioso e si vergogna a doversi far mantenere dalla moglie ed allora cerca di non guardarla quando rientra sfinita, sa è assai malata, lui sembra più malato per via della tosse, ma chi sta peggio è lei.”

Anna Richard era la classica donna in carriera, capelli corti ben curati di un caldo biondo, naturale?, una bella abbronzatura, uva?, un tailleur grigio ferro, griffato?, la gonna con un ampio spacco che metteva in risalto le belle gambe accavallate, voluta civetteria?, era una persona non ben quantificabile e le domande salivano spontanee alla mente del commissario Chianale.

“Sì, è mio zio.”, dopo una rapida occhiata lanciò con non chalance la fotografia del morto sul ripiano della scrivania, si chinò in avanti e prese dalla borsetta un pacchetto di sigarette spiegazzato ed un accendino d’oro.

“Posso? E’ tantissimo che non lo vedo, i primi tempi lo andavo a trovare alla casa di riposo, ma non sembrava gradire e al telefono si faceva negare così ho smesso di cercarlo, è sempre stato un orso.”

“Mi risulta che lei sia stata allevata da lui.”

“Allevata.., mah sono passata da una istitutrice all’altra in quella villetta, non posso dire che mi hanno mostrato dell’affetto, forse l’unica cosa che mi hanno dato è una casa, quella in cui abito ancora adesso, quello spilorcio del notaio Benetti voleva farmi pagare anche l’affitto, roba da matti.”

“Sembra che non portasse i capelli lunghi e la barba.”

“Durante la lunga malattia della zia si era lasciato molto andare.”

“Sa qualcosa del matrimonio degli zii?”.

“Solo che la famiglia di lei avevano fatto causa per… come si dice… plagio, ma l’avevano persa, non so altro.”, cercò con lo sguardo un portacenere, Chianale le allungò un foglio di carta, lei si chinò nuovamente in avanti per prenderlo e lui che si era allungato per porgerlo poté scorgerle i seni attraverso la scollatura della camicetta non completamente abbottonata, la cosa al commissario sembrò voluta.

“La sua professione?”.

“Quella dello zio? Nessuna viveva di rendita coi soldi della zia… ah intendeva la mia. Dirigo una fabbrica di utensileria.”

“Non le appartiene?”.

“Non completamente, quando i vecchi proprietari si sono ritirati  io ed altri dipendenti abbiamo rilevato l’attività, man mano che i miei colleghi vanno in pensione rilevo le loro quote, diciamo che sono la maggiore azionista se così si può dire, come lavoro mi occupo del settore vendite, i rappresentanti si occupano dei negozi e delle piccole boite, io invece tratto con le catene di supermercati e le officine più grosse, questo è un momento di crisi son sempre in giro a cercare clienti.”, sembrava con quella frase voler far capire che andava di premura, sottolineò il tutto con una plateale occhiata all’orologio.

“Dov’era l’altro ieri?”.

“Al mattino e nel primo pomeriggio ho visitato dei clienti, se vuole può farsi dare l’elenco degli appuntamenti dalla mia segretaria, poi sono partita per Chambery dove alle nove avevo una cena di affari. Non saprei dirle l’ora in cui ho lasciato Torino, ma tenga presente che sono riuscita ad andare all’hotel dove un mio assistente aveva fissato una camera anche per me a truccarmi e cambiarmi d’abito.”

“All’hotel sapranno a che ora l’hanno registrata.”

“Non lo so, il mio assistente aveva già provveduto a tutto, mi sono limitata a chiedere la chiave alla concierge, e oltre tutto c’era abbastanza folla a causa di una fiera, posso andare?”. Chianale annuì. “Se ha bisogno di me chieda in ufficio sanno sempre dove trovarmi, spero che si risolva tutto in fretta come per il suicidio della zia, addio.”

Il commissario rimase a bocca aperta, stranito, fino a quel momento nessuno aveva accennato al fatto che la morte della signora Bey fosse stato un suicidio.

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