Era una di quelle albe piovigginose in cui i lampioni di piazza Vittorio si specchiano nelle nubi basse e nelle pozzanghere creando una luminescenza diffusa quasi spettrale. Il commissario Chianale scendendo dall’autopattuglia osservò i larghi cerchi che increspavano le pozzanghere, nel chiarore delle luci della Gran Madre si vedeva la pioggia cadere fitta, si strinse nelle spalle e alzò il cappuccio della giacca a vento. Mentre scendeva verso i Murazzi le luci delle torce elettriche fendevano la notte saettando in bizzarri incroci lungo la riva, sentì il rumore di un auto che sfrecciava nel deserto della notte tarda, ignara di quell’assembramento di tutori dell’ordine. Sotto i vestiti persisteva quel caldo umidiccio che impregna la pelle nel letto durante il sonno notturno, la barba lunga sfregava contro il colletto, tutto gli dava una sensazione di sporco, si sentiva sporco e questo gli dava fastidio, con un minimo di sollievo pensò che almeno era riuscito a lavarsi i denti nella breve attesa dell’autopattuglia. Sulla riva del grande fiume silenzioso, quasi sotto il ponte una strana combriccola attorniava una figura distesa, gli agenti in divisa erano facilmente identificabili, per gli altri bisognava intuirlo, il baldo giovanotto che muoveva con attenzione la testa barbuta del cadavere quasi sorreggendola con le mani a coppa dietro la nuca non poteva che essere il medico legale, i due che tenevano conciliabolo nell’ombra con fare misterioso non potevano che essere della polizia politica, il quarantenne con la camicia immacolata, giacca e cravatta sotto il cappotto sbottonato, il viso rasato di fresco e soprattutto le carpe lucide ed immacolate a dispetto del fango che le circondava era senza dubbio un ufficiale dei carabinieri, Chianale invidiò il segreto che permetteva agli uomini dell’arma di essere sempre inappuntabili.
“Anche lei tirato giù dal letto dal falso allarme.”, la voce dell’ufficiale era senza inflessioni dialettali, Chianale invece non era mai riuscito a perdere la sua inflessione dialettale, “E’ evidentemente un caso di omonimia e malgrado il cognome poco comune non è neanche un parente dell’onorevole, a detta del segretario non ha parenti col suo stesso nome.”, un sorriso di soddisfazione illuminò la faccia del carabiniere, “Era molto seccato di essere stato svegliato a quest’ora, avrebbe voluto mandarmi al diavolo ed invece mi ha ancora dovuto ringraziare per la premura. Tutta colpa del piantone avrebbe dovuto controllare l’età oltre che il nome, comunque adesso sono problemi suoi hanno deciso che il caso è suo.” Si allontanò con passo elastico scivolando lindo e immacolato tra il fango e le pozzanghere.
Chianale guardò il cadavere un vecchio dalla lunga chioma bianca con baffi e barba imponenti, i vestiti fradici erano dozzinali, mentre le scarpe erano nuove e di buona qualità, non sembrava un barbone. Ad un cenno del commissario uno degli agenti in divisa fece un breve riepilogo dei fatti. “Alcuni ragazzi che giravano per i murazzi hanno visto il cadavere impigliato alla diga, quella che c’è oltre il ponte. Ci hanno avvertito ed i pompieri l’hanno recuperato. Dai documenti l’annegato risulta essere tale Arturo Bey di anni 88 domiciliato presso una casa di riposo per anziani di Giaveno…”, l’agente fu interrotto dal medico legale “Non è annegato è morto per un forte colpo alla nuca.” Chianale guardò l’agente, “non sembra essere stato derubato nel portafoglio c’è una discreta somma di denaro e l’orologio sembra proprio di valore non un tarocco…” la voce dell’agente era metallica con un forte accento calabrese le esse sembravano tante zeta stridule come un gessetto sulla lavagna. Il commissario si rivolse al medico legale che riponeva alcuni oggetti nella sua borsa. “Quando?”. “Da poco, in serata, sarò più preciso dopo l’autopsia.” “Quando?” “L’autopsia? Domani, cioè oggi pomeriggio, quando non riesci ad andare a dormire ti sembra sempre di essere un giorno indietro, che schifo di nottata, prima l’incidente poi…”, si allontanò scotendo la testa e strascicando i piedi per la stanchezza, incespicò e per poco non ruzzolò nel fango.
Il commissario Chianale guardò fuori dalla finestra della sua mansarda in via della Rocca, il cielo si era aperto e nel grande scenario blu cobalto le montagne si stagliavano imbiancate dalla neve fresca. Né la doccia bollente, né il cambiamento del tempo lo mettevano di buon umore, con la faccia coperta di schiuma da barba osservò le rughe che profonde gli solcavano il viso. Da poco era tornato nel suo Piemonte e per l’ennesima volta si chiese che cosa gli aveva fatto intraprendere una carriera che lo aveva portato via dalla sua amata val di Tanaro, dai suoi affetti, perché dopo la laurea in legge non era tornato al paese a fare il notaio come suo padre, come suo nonno? Una brillante carriera nella polizia che gli aveva rovinato il matrimonio, alienato i figli. Quando era di servizio a Roma si era sposato con una svizzera, una impiegata dell’ambasciata, in due anni due splendidi marmocchi, una vita felice poi il trasferimento a Milano, alcuni dolorosi mesi di separazione, lunghi viaggi in treno, improvvisate in aereo, poi la sua famiglia lo aveva raggiunto, lei era andata a lavorare al consolato svizzero, i bambini avevano incominciato la scuola e… ed ecco la promozione, un incarico di responsabilità a Matera, per l’amor del cielo una cosa provvisoria al massimo due anni, la famiglia era rimasta a Milano. Matera Milano un viaggio d’altri tempi, una distanza incolmabile anche nell’Italia di oggi e gli anni da due erano diventati tre forse quattro. Dopo poco più di un anno il primo colpo… caro non riesco a lavorare e a seguire i bimbi…, quindi un collegio ovviamente svizzero, sempre più difficile vedersi, incontri sempre più radi, il sacro fuoco che si spegne, dopo tre anni… caro mi spiace ma ho trovato chi è capace di comprendermi di starmi vicino…, gli anni a Matera alla fine sono stati dodici, non più una moglie, i figli ormai estranei, adesso che sono adulti neanche più il falso rito del Natale tutti insieme… notaio ad Ormea, forse una vita noiosa, ma almeno non così brutalmente e tragicamente solitaria.
Lo squillo del telefonino lo sorprese immerso nei suoi pensieri con il viso coperto di schiuma ed il rasoio in mano, lo sguardo perso nello specchio appannato dal vapore.
“Sono il sostituto Castello, il caso dell’annegato è toccato a me…”, Chianale cadendo ancor di più nello sconforto pensò: oh Dio non proprio il più arrivista dei sostituti da assalto, si prese la piccola soddisfazione di interromperlo. “Non è annegato.” Un attimo di pausa mentre il rumore dell’auto saliva in sottofondo facendo ronzare il telefono. “Non è un caso di suicidio di un vecchio? Comunque chiuda tutto al più presto, mi risulta che non ci sono implicazioni politiche e probabilmente il caso non avrà nemmeno un riscontro sulla stampa. Io sto andando a Milano per un congresso della mia corrente, sarò in ufficio dopodomani.” La conversazione si interruppe bruscamente, il commissario guardò il cielo blu e decise che se doveva fare in fretta era meglio che si occupasse di persona della faccenda, la prassi voleva che mandasse un fonogramma alla stazione dei carabinieri di Giaveno, i quali avrebbero controllato alla casa di riposo e fatto rapporto, almeno un paio di giorni, meglio vista la giornata una bella gita fuori città, avrebbe preso la sua macchina al deposito di corso tirreno, non aveva garage e la lasciava al deposito della polizia, e…, ma il caso per il sostituto era urgente!, un sorriso di soddisfazione al pensiero di poter scaricare su qualcun altro, specie se antipatico, la colpa di un piccolo sopruso: “Mandatemi una macchina di servizio con autista, per ordine del sostituto Castello devo recarmi immediatamente a Giaveno, date all’autista il fascicolo del morto di stanotte con le fotografie per il riconoscimento”, chiudendo il telefonino si sentì sollevato, quasi allegro.
Era stato fortunato l’autista era un sardo, taciturno come solo i sardi sanno essere, così si godette in silenzio il viaggio ammirando le cime innevate e riempiendosi gli occhi dei gialli e dei rossi intensi dei boschi. La casa di riposo era una grossa villa in pietra circondata da un ampio giardino, un po’ discosta dall’abitato, ai confini dei boschi, le infermiere erano carine e gentili, tutto rivelava il posto di classe anche se forse la vecchietta che si arrabattava nel girello e l’anziano che tenuto per mano avanzava nel corridoio a passettini con lo sguardo perso nel vuoto ed un filo di bava all’angolo della bocca non erano in grado di apprezzarlo. Le domande del commissario furono accolte con un sorriso dolce dalle ragazze di turno, “…si i carabinieri ci hanno avvertito della tragica scomparsa e del suo arrivo. Come al solito era sceso con l’autobus in paese subito dopo pranzo, non dovrei dirlo perché non si deve dire male dei morti, ma aveva il vizio del bere e qui non serviamo superalcolici solo un quartino di vino ai pasti…, si le ragazze del turno serale gli hanno tenuto la cena in caldo e si sono preoccupate solo quando non è rientrato con l’ultimo autobus della sera…cosa hanno fatto?… era troppo tardi per chiamare l’unico indirizzo che avevamo a disposizione per le urgenze sa uno studio notarile, … no non abbiamo numeri di telefono di suoi famigliari, … le colleghe hanno chiamato l’ospedale, ma non era andato al pronto soccorso, così, hanno chiamato i carabinieri … hanno detto che se lo trovavano ubriaco lo avrebbero riportato loro…”, la più giovane delle due infermiere interruppe l’amica, “Da come parli sembra che fosse un alcolizzato, in due anni sarà capitato un paio di volte che si ubriacasse e perdesse l’autobus, di solito rientrava per cena, magari un po’ allegro, ma niente di più … ed era così gentile con tutti, malgrado l’età aveva una vista eccezionale e soprattutto di sera leggeva libri e giornali ai compagni meno fortunati…, chissà cosa era andato a fare a Torino, …no non abbiamo ancora avvertito lo studio notarile, abbiamo pensato che oramai tanto valeva aspettare l’impiegata che arriva alle dieci… ah eccola che arriva.”
Chianale si volse e vide una giovane sui trent’anni truccata e vestita vistosamente, malgrado la piccola statura e qualche chilo di troppo, salire con difficoltà sugli alti tacchi i gradini dell’ingresso, l’idea che dava era di una persona che non volesse e sapesse invecchiare, un tentativo di rimanere a dispetto dello scorrere del tempo una ragazzina, tentativo forse dettato dall’ambiente, non deve essere facile vivere e lavorare con gente tanto anziana. Anche la voce era impostata sul personaggio, un fastidioso birignao, frasi colme di diminutivi e di vezzeggiativi, un modo di parlare tipico degli adulti coi bambini. “Ho saputo della fine che ha fatto il nonnino, poverino era un tesoruccio, così gentile, così premuroso, un cuore d’oro.”
“Mi risulta che aveva il vizio del bere, era depresso? Ha mai parlato di suicidio?”.
“Nooo, il poverino non aveva il vizio del bere, gli piaceva farsi ogni tanto un bicchierino piccolo, piccolo ed era sempre così allegro, un vero tesorino, soprattutto ultimamente che si era innamorato della nonnina, doveva vedere come tubavano i due piccioncini. Non immaginavamo proprio che facesse il cattivone.”
Chianale era a dir poco disturbato da quel modo di fare, guardò con disgusto l’ufficio colmo di pupazzetti e altre sdolcinate chincaglierie che quasi sommergevano il computer ed il telefono unici elementi di lavoro visibili in mezzo alla paccottiglia.
Cercando di non mostrare il proprio disgusto il commissario chiese l’indirizzo del notaio, pregò di telefonargli la ferale notizia e di avvertire di una sua visita pomeridiana, quindi si fece condurre al nido della piccioncina. Lo accompagnò l’infermiera più giovane e sembrandogli più equilibrata della segretaria l’interrogò su questo amore senile. “Lui sembrava molto più giovane della sua età, una verve ed uno spirito incredibile per un quasi novantenne, aveva il gusto della battuta e tra il serio ed il faceto ha fatto la corte a tutte noi, sempre pronto con un complimento od una attenzione, poi circa un mese fa’ è arrivata la signora Carla settanta anni ben portati, uno spirito arguto, forse per gli anni passati in Francia, un po’ sporchina, ma altrimenti gradevole e lui ha perso a testa, ecco la sua stanza.”
Chianale bussò alla porta, una voce dolce con il classico difetto sulla erre, “Entrè”.
Una figurina esile dai capelli azzurrini, con un vestito a collo alto, mani affusolate ben curate, un profumo intenso a nascondere odori meno gradevoli, la signora soffriva evidentemente di incontinenza. “Penso che sia venuta a parlarmi di Arturo, le ragazze mi hanno già dato a notizia, anche con troppo tatto devo dire. Per sgombrare ogni equivoco le dirò che io non ero innamorata di lui, era lui che si era innamorato di me ed aveva chiesto di sposarmi.” Il commissario osservò il volto dell’anziana, gli occhi erano duri, gelidi. “Quindi lei ha rifiutato e lui…” Un sorriso illuminò il viso e gli occhi si addolcirono in un atteggiamento da presa in giro, “Mon petit chou, ma io ho accettato. Non siate sorpreso, lui era benestante e sposandolo avrei avuto di nuovo una casa, avremmo preso una badante e sarei tornata a fare una vita decente, non da reclusa.”
Chianale uscì dalla casa di riposo ed un sottile brivido gli corse lungo la schiena al pensiero che quello era il suo destino, il destino di uno senza famiglia, ma il cielo era sempre più blu ed il sole emanava un piacevole tepore fuori stagione, decise che visti i luoghi si meritava un buon pranzetto a base di funghi ed a spese dei contribuenti.
Il notaio Benetti era un omino minuto perso dietro una enorme scrivania in una vasta stanza del suo studio di via Maria Vittoria, l’ambiente ottocentesco si intonava alla sua testa calva ed al suo pizzetto, sembrava di aver fatto un tuffo nella storia ed avere davanti un sosia di Lenin, la voce era pacata e ferma. “Mio padre riteneva che le pratiche auto fossero un imbarbarimento della professione, come d’altronde i mutui ed i rogiti, per cui ha indirizzato l’attività dello studio nella gestione patrimoniale, ed in effetti gestiamo il patrimonio del fu Arturo Bey. E’ un patrimonio consistente, prevalentemente immobiliare, che è andato accrescendosi nel tempo dato che le uniche spese erano la retta della casa di riposo ed una diaria contenuta.” Il notaio aperse con fare sornione una cartellina. “Con la posta del mattino abbiamo ricevuto questa lettera.” Porse al commissario un foglio con una scritta stampata al computer in caratteri maiuscoli “HO DECISO DI MORIRE ADDIO, ARTURO BEY”.
“Avete la busta?”.
“Purtroppo l’impiegato che apre la posta l’aveva già buttata nel cestino con decine di altre prima di leggere la missiva.”
“Mi scusi solo un attimo, devo fare una telefonata…Casa di ripos… si sono sempre io il commissario Chianale vorrei sapere se il signor Bey ha usato il vostro computer per una stampa… non le risulta ed inoltre la stampante è rotta da una settimana… ancora una cosa le risulta che abbia fatto o ricevuto telefonate… no, nessuna telefonata. Si grazie mi è stata molto utile… Strano, dove avrà scritto questa lettera?”.
“Magari l’aveva scritta in precedenza, il suicidio a volte si medita a lungo, si tentenna prima di metterlo in pratica, specie se frutto di una depressione.”
“Il signor Bey era depresso? Le aveva dato questa impressione?”.
“Lo dicevo come constatazione generale, io non l’ho mai visto e neanche sentito per telefono. Dei suoi beni non si interessava minimamente, solo in un paio di occasioni ci ha scritto di aver cambiato casa di riposo evidenziandoci a chi dovevamo pagare la nuova retta.”
“Ma chi vi aveva affidato l’incarico di gestire i suoi beni?”.
“Erano stati lui e sua moglie tantissimi anni fa, avevano dato il mandato a mio padre che era in rapporti di amicizia, tanto che, pur in pensione e ormai molto anziano, ha continuato a intrattenere una qualche frequentazione. Frequentazione che si è interrotta alla morte della signora Bey, circa una dozzina di anni fa, penso che da allora non si siano mai più visti. Prima che me lo chieda, mio padre è deceduto”
Il commissario guardò l’orologio, si stava facendo tardi, rischiava di non trovare più il medico legale all’obitorio, pensò di troncare l’incontro col notaio, ma voleva porgli ancora alcune domande, “Mi conceda ancora una telefonata… Martini? Il dottor Martini per favore… ah, sta uscendo adesso dalla sala settoria…” coprì il telefonino con una mano, “ancora un attimo per favore… Si, Martini, dimmi… morto per un colpo alla nuca, quindi un colpo contro qualcosa mentre si buttava…no… almeno tre, quattro minuti di agonia e niente acqua nei polmoni, quindi aggressione…omicidio, buttato in acqua già morto… curiosità?… fisico apparentemente molto più giovane dell’età anagrafica, circa venti anni… cosa significa?… non lo sai, ma bene!”
Chianale chiuse il telefonino, socchiuse gli occhi e cercò di ricordare chi gli avesse già detto che il morto sembrava più giovane di quel che fosse, cercò di ricordarsi anche del cadavere, in effetti era uno splendido novantenne. Dopo un attimo di silenzio riprese a conferire col notaio, “Come avrà sentito il discorso cambia non un suicidio, ma un omicidio, verosimilmente premeditato, ci sono degli eredi?”.
“Non potrebbe essere una aggressione per rapina?”.
“Non gli hanno rubato niente e poi come spiega questa lettera?”.
“Più che giusto. Il vecchio Bey ha solo due nipoti, da parte della sorella.”
“Li avverta del decesso e gli annunci una mia visita per domani mattina, di tenersi a disposizione.”
“Sono due donne, le avvertirò senz’altro. La mia segretaria le fornirà gli indirizzi.”