AirBrush_20230226163852

A. uscì con la pelle fumante dalla doccia bollente e si osservò nello specchio appannato, tra i vapori scrutò i contorni sfocati e tremuli e vide suo nonno, le stesse borse sotto gli occhi, le stesse guance cadenti, l’ampia stempiatura, i capelli di quel bianco sporco tipico dei biondi, il corpo pesante, non grasso, ma spesso, con le spalle cadenti ed il ventre prominente ancora più spinto in avanti. A. scosse la testa e si rase la barba, alla fine passò il dorso della mano sulla guancia e al contatto della pelle morbida gli spuntò un sorrisetto idiota che lo fece inorridire, gli stessi gesti, le stesse espressione che da giovane lo avevano tanto irritato in suo padre.

Trangugiò il caffè bollente e si scottò la lingua, si vestì e dovette cambiarsi la camicia perché saltò l’ultimo bottone che corse rotolando sul pavimento infilandosi di netto in una fessura del palchetto. La macchina come al solito faticò a mettersi in moto, lo stesso difetto, mai risolto dai meccanici, che lo metteva in ansia, timoroso di rimanere a piedi. Alla prima curva trovò davanti un vecchio furgone da mercato che procedeva lentamente lasciando dietro di sé un denso fumo nero, la lunga fila di macchine in senso inverso impedivano di superare il vecchio catorcio, sul cui tetto dondolavano pericolosamente due ombrelloni mal legati. Incominciò a piovigginare, quelle tante gocce capaci di rendere uno schifo il vetro colpito dai fari dei veicoli che procedevano in senso inverso, ma così poche da non impedire ai tergicristalli di cigolare urtando le orecchie ed irritando i nervi. Il semaforo da lontano occhieggiava verde invitando ad accelerare, ma la lumaca davanti ad A. continuò alla stessa velocità, continuò imperterrita alla stessa velocità quando divenne giallo, e alla fine passò tranquillamente col rosso, A. si fermò smoccolando.

Dopo la solita lotta per trovare un parcheggio non a pagamento A. arrivò alla bolla, “Dottò è guasta, deve firmà er foglio di presenza.”, bofonchiò l’usciere senza alzare gli occhi dal giornale, A. notò che l’impiegato che aveva appena firmato si era segnato un buona ora di straordinario in entrata e maledisse il suo senso del dovere che gli impediva di approfittare delle circostanze e di mettere in atto quelle piccole truffe, così comuni in questo paese di meri controlli formali. Pensò A. al suo lavoro, ormai il 90% era mera burocrazia, carte inventate per permettere a chi doveva assumersi delle responsabilità di non farlo, ma avendo ottemperato a tutti gli obblighi di legge, rimaneva poco tempo per il lavoro vero, quello che gli piaceva e i tempi di attesa per i clienti crescevano a ritmo esponenziale. I vetri sporchi, la polvere sui mobili segnalavano tutta l’incuria della impresa di pulizia, ma nessuno si lamentava, d’altronde quella trascuratezza è una costante delle ditte di outsourcing che costano meno perché pagano meno il personale e non fanno neanche la metà del lavoro per cui sono pagate. A. soffriva di questa mancanza di ordine, di pulizia, di organizzazione, lui era uomo di altri tempi, di quando si giudicava una persona dalla lucentezza delle sue scarpe: uno poteva essere povero, ma doveva essere pulito e dignitoso, ora era proprio il contrario: uno poteva essere pulito e dignitoso, ma soprattutto doveva essere ricco.

“Dottò la stampante non funziona, l’unica che funziona è quella del dottor M. al terzo piano”, la segretaria non alzò gli occhi dalla rivista intenta a leggere gli ultimi pettegolezzi su qualche coppia di calciatori e veline, nuovi nobili della società.

“Avete già avvertito la manutenzione?”

“Non è rotta, è finito il toner, in magazzino non ne hanno più e la direzione non ha ancora firmato la delibera di acquisto per questo anno.”

“Ma siamo in Aprile!”

“A. non faccia il polemico.”, era arrivato il diretto superiore di A., più giovane di lui di dieci anni doveva la sua carriera ad uno zio direttore, alla capacità di nascondersi nel suo ufficio quando c’era da prendere delle decisioni, modo per non prenderne e quindi non sbagliare, ma soprattutto al fatto di essere più che prono davanti ai superiori, “ Ha telefonato il responsabile della produzione il dottor P., ha detto che vuole delle correzioni alla sua relazione: gli telefoni.”

A. chiamò subito, ma non rispose nessuno, alle dieci la segretaria di P. disse che il dottor P. non era ancora arrivato, alle undici era andato a prendere il caffè, a mezzogiorno era in riunione con il presidente, famoso politico di risulta di cui P. era il leccaculo nonché compagno di partito, all’una era in mensa, alle due c’era, ma era fuori ufficio, alle tre la segretaria di P. seccata sgridò A. perché il dottor P. era rimasto tutto il giorno in attesa della sua telefonata, comunque avrebbe provveduto a rinviargli la relazione con le correzioni da apportare segnate a margine tramite la prossima posta interna, il dottor P. voleva la relazione corretta per l’indomani mattina. La prossima posta interna passava alle quattro, avrebbe dovuto fermarsi in straordinario per completare la pratica, A. smoccolò in silenzio, trent’anni di onorato lavoro e doveva subire le angherie di quattro ragazzotti che non sapevano neanche dov’era il loro…, cercò di non diventare volgare era una di quelle cose che non gli piacevano, pensò ad una ribellione, quando fosse andato in pensione, sempre che l’immancabile ulteriore riforma gli avesse permesso di andare, si sarebbe colorato i capelli di blu e sarebbe andato all’heineken jamming festival a sballare. Mentre attendeva la posta fece i conti di casa del mese: la rata della raccolta rifiuti, raddoppiata, dell’assicurazione professionale, raddoppiata, del riscaldamento, non era raddoppiata ma quasi, del mutuo, dell’auto, le bollette della luce, del gas, dell’acqua e del telefono, mamma mia, sarebbe stato un mese duro, in banca non c’era più un granché, d’altronde il contratto era scaduto da più di tre anni… La posta era in ritardo, A. accese la radiolina che teneva in un cassetto per sentire gli arrivi del giro d’Italia, c’era un politico che pontificava su quanto era migliorato il tenore di vita della gente sotto il suo governo e snocciolava una impressionante massa di cifre su inflazione, aumento del pil, degli stipendi e altre minchiate del genere.

“A. io vado, mi raccomando quella relazione. Ah dimenticavo, siccome non posso occuparmene io, ho già troppi impegni, ho delegato lei come responsabile della sicurezza incendi, ecco qui la chiave dell’armadietto, bisogna fare un inventario di quello che contiene: elmetti, scure e non so cos’altro. Ascolta il giornale radio? Novità? Ah, si tenga libero per sabato e domenica, come responsabile deve seguire il corso di ventiquattrore di prevenzione incendi.”

“…  prima di chiudere il giornale radio una notizia dell’ultima ora, dramma della follia a T., un impiegato ha minacciato i suoi superiori con la scure presa dall’armadietto antiincendi, fortunatamente è stato bloccato in tempo…”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *