bianconiglio

La prima volta che la vidi era rannicchiata in un anfratto lungo lo skilift a ripararsi dalla tormenta, sotto il turbinio dei fiocchi di neve nella sua tuta bianca con i riccioli biondi che sfuggivano dal cappuccio orlato di pelliccia sembrava proprio un coniglio spaurito. Capii che era in difficoltà, perso il piattello si trovava spersa in un mare di neve fresca, mi sganciai dallo skilift e le feci segno di seguirmi. Orgoglioso della mia generosità e della mia bravura sugli sci la guidai sulla pista dove raggiunse i suoi amici, senza nemmeno ringraziarmi si strinse ad un ragazzetto dallo sguardo sfottente e dal viso butterato dall’acne. Per tutto il resto della giornata la cercai tra la folla degli sciatori senza ritrovarla, la rividi solo alla sera in discoteca al veglione in maschera di martedì grasso. Il tema era Alice nel Paese delle Meraviglie, io ero truccato da carta da gioco, due tavolette di compensato unite da cinghie ballonzolavano e mi sbattevano sul petto e sulla schiena, uno spettacolo penoso e deprimente in sintonia con la maggior parte dei partecipanti, ma lei no, lei entrò nella sala con due enormi orecchie pelose a contornare la chioma dorata e quando si tolse la pelliccia candida mise in mostra un attillato body di pizzo e a far risaltare meglio le morbide curve un grosso batuffolo bianco a mo’ di codino, uno splendido bianconiglio. Era così evidente la mia ammirazione che gli amici incominciarono a sfottermi e a sfidarmi.

“Ma, dai! Invitala a ballare.”

“Si vede che ti piace ‘na cifra.”

“Sei cotto!”

Alla fine mi decisi, mi avvicinai al tavolo e le chiesi di ballare, non mi rispose nemmeno, si voltò dall’altra parte stringendosi al suo ganzo, ancora più brutto sotto il lampeggiare delle luci psichedeliche. Gli amici si divertirono tutta la sera alle mie spalle e per sopportare meglio i loro sfottò mi dedicai con cura a svuotare il bar della discoteca. Ritornando a casa ero particolarmente brillo e certamente un po’ di fumo non aveva migliorato la mia situazione. Notai che il butterato camminava innanzi a noi, non avevo mai notato che occupava l’alloggio accanto al nostro, ove evidentemente avrebbe concluso la serata in compagnia di bianconiglio. Mi rigiravo nel letto incapace di prendere sonno, l’alcool e l’erba sembravano aver reso più acuto il mio udito ed ero disturbato dai rumori dei due che amoreggiavano, in più il letto sembrava un letto di spine e non riuscivo a trovare la posizione, avevo caldo e sudavo, miri giravo in continuazione e gli scricchioli del mio letto si aggiungevano a quelli del letto di miei vicini rimbombandomi nella testa accompagnati da un corredo di sospiri ed urletti. Alla fine sentii sbattere la porta e capii che lei se ne era andata, mi addormentai e sognai che prendevo un grosso coltello da cucina e lo piantavo nel petto dell’amico di quel piccolo delizioso coniglio bianco. Al mattino mi svegliai tutto indolenzito,dovevo aver sanguinato dal naso, il davanti del pigiama era sporco di sangue come la federa del cuscino e l’orlo delle lenzuola.

“Sbrigati a fare  bagagli dobbiamo lasciare l’alloggio tra poco e rischiamo anche di perdere il treno.”

I miei amici erano già quasi pronti, mi lanciai in bagno e cominciai a preparare i bagagli, qualcuno bussò alla porta, era l’addetta alla pulizia.

“Siamo quasi pronti le lasciamo subito l’alloggio.”

Sentii che bussava alla porta accanto,i miei compagni erano già coi bagagli sul pianerottolo, mi infilai lo zaino e mi avviai a raggiungerli, in quel momento sentii un grido, corsi verso la porta del vicino dove tutti si affollavano e fra le teste intravidi il butterato steso sul pavimento in un lago di sangue con un coltello da cucina piantato nel petto. Ero come istupidito, ma non ebbi tempo di riprendermi gli amici mi sospinsero verso l’uscita.

“Presto che perdiamo il treno.”

Per tutto il viaggio rimasi in stato di semicoscienza, non ebbi il coraggio di chiedere e loro non ne parlavano, ma quella immagine terribile era indelebili nella mia mente e un pensiero mi tormentava, forse non avevo sognato.  Non osavo chiedere agli amici e nello stesso tempo avrei voluto farlo, non capivo perché non parlavano di quella cosa, non osavo neanche nominarla, e nello stesso tempo volevo che non ne parlassero. Il giorno dopo, passata una notte insonne con quel pensiero che mi tormentava, lessi con ansia tutti i giornali, ma non parlavano affatto dell’omicidio, ma era avvenuto all’estero, forse non era una notizia giudicata interessante, non voleva dire niente. Ero in preda all’angoscia, ad ogni squillo di telefono o del citofono sobbalzavo terrorizzato che fosse la polizia. Qualsiasi cosa facessi o pensassi quella terribile immagini mi tornava in mente tormentandomi, di notte gli incubi si soprapponevano ad incubi, mi svegliavo mille volte immerso in un bagno di sudore. Non riuscivo a mangiare, un nodo mi stringeva sempre il petto e la gola, dimagrii a vista d’occhio, ero sempre più ansioso ed irritabile, ero quasi da ricovero in ospedale  psichiatrico. Poi l’istinto di sopravvivenza prese il sopravvento, l’idea di quello che era avvenuto cominciò a tornare a galla con meno frequenza, l’ansia si attenuò, incominciai a riposare di notte e a tornare un minimo più sereno, passò un anno e poi… I miei amici che mai avevano fatto parola di quello che era avvenuto mi invitarono a tornare in montagna con loro, volevo dire di no, ma ritornarono gli incubi e l’angoscia, così capii che era diventato impellente tornare sul luogo del delitto per capire cosa era avvenuto.

La prima sera tornammo in discoteca e la prima cosa che vidi era quel brutto volto butterato al tavolo con bianconiglio ed una prosperosa ragazzona bruna.

“Hai visto con la tua passione c’è ancora quello str… Che stupido scherzo ha fatto a quella poveretta delle pulizie l’anno scorso, a momenti le prendeva un colpo.”

Fui pervaso da un odio estremo, un anno di sofferenze per uno stupido scherzo, arrivato in ritardo l’avevo appena intravisto e non mi ero reso conto della realtà, che pirla che ero stato a non parlarne con gli altri, quante pene mi avrei evitato.

Il butterato amoreggiava palesemente con la bruna ed il mio angelo biondo era triste.

Aspettai che i due amoreggiassero sulla pista da ballo d andai ad invitarla, questa volta accettò. Era uno dei pochi lenti della serata e lei appoggiò il viso al mio petto lasciandosi portare. Quando la riaccompagnai al tavolo mi resi conto che dove aveva appoggiato il viso il pullover di cachemire era umido delle sue lacrime, allora decisi. Visto che ho già pagato sono qui nel buio dell’androne ad aspettarlo con un grosso coltello da cucina in mano.

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