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Mentre aspettavo che si aprisse il pesante cancello in ferro battuto cercavo di immaginare la villa oltre la cortina di alberi. Uno scatto metallico mi avvertì che si era aperta la porticina del passaggio pedonale, rassegnato posteggiai l’auto, presi la borsa ed il pesante faldone e mi avviai lungo il viale di ingresso. Mentre camminavo riflettevo sul fatto che l’importante criminologo, nonché poliziotto di grande fama, era da molto tempo in pensione pressoché recluso nel suo eremo e non ero più così entusiasta del consiglio del capo della polizia: in fondo era stato suo allievo e la riconoscenza, soprattutto nel nostro campo, non era sempre un pregio, spesso era un difetto. La villa mi apparve improvvisamente davanti, era quasi un castello piuttosto che una semplice villa.

Una vecchina canuta, quasi piegata ad angolo retto dalla cifosi senile, mi aspettava sulla soglia. Non rispose al mio saluto, guardò le mie scarpe e mi indicò un paio di pianelle. Mentre scivolavo sul lucido palchet dell’ampio atrio scorsi appesi quadri di grandi pittori, avrei voluto avvicinarmi per capire se fossero originali o copie ma la mia guida procedeva velocissima a piccoli passettini. Mi introdusse in un ambiente buio, quando gli occhi si adattarono alla semioscurità capii di essere in una enorme biblioteca. Lunga quasi trenta metri aveva le pareti coperte da una continua libreria, altissima che giungeva fino all’inizio delle travi di capriata che sostenevano il tetto ogivale. Il tutto era permeato da un odore misto di polvere, carta umida e fumo stantio e freddo di sigaro. In fondo alla sala un grande tavolo e su una altrettanto grande poltrona in cuoio sedeva un essere piccolo raggrinzito. Pensai con dispiacere come era ridotto dalla malattia il grande e coraggioso poliziotto e pensai di nuovo con angoscia di aver sbagliato a cercare il suo aiuto, poi vidi gli occhi, scintillanti, con uno sguardo intenso, scrutatore e capii che a dispetto del corpo, l’intelligenza era ancora viva. Con un gesto mi invitò a sedere e a parlare: ” Sono venuto perché ci è difficile confutare un alibi…”

“No, non così. Dall’ inizio, come ha vissuto Lei i fatti.”

“E’ stato l’omicidio…”, un gesto mi interruppe nuovamente.

“Io non c’ero ho bisogno di sapere tutto: caldo o freddo, sole o pioggia…”

“Era inizio settembre, dopo un periodo di afa aveva rinfrescato ed era piacevole passeggiare nella mattina soleggiata. Le strade erano affollate, così ci impiegammo un po’ di tempo a raggiungere il luogo del delitto. Una chiamata dal prestigioso residence in centro ci aveva avvertito di un cadavere al V piano. A chiamarci era stato il concierge, l’altra inquilina del V piano aveva intravisto attraverso la porta aperta un cadavere, lui era salito e aveva constatato che era morto con un coltello nella schiena.”

Feci per mostrargli le foto della scena, ma lui scosse la testa e rimisi nella borsa le foto, ma tenni sulla scrivania le deposizioni, avrei dato loro uno sguardo mentre raccontavo per essere sicuro di non tralasciare qualcosa.

“Il coltello era uno di quei coltelli da sopravvivenza, era penetrato profondamente sotto la scapola sinistra. Il morto era il plurimilionario magnate del web, possedeva vari siti, in particolare uno in cui procurava personale sostitutivo, dai camerieri per una festa ad assistenti di poltrona per i dentisti, era finito nel ciclone giudiziario. Era accusato di approfittare dei dati personali dei clienti per svuotargli i conti, ma grazie al suo avvocato era stato assolto. Poco dopo aveva sposato il suo avvocato. Era passato circa un anno e sembrava che fosse tutto perfetto, lei aveva lasciato lo studio per cui lavorava ed aveva aperto un sito di consigli legali. Facevano vita ritirata, lui non usciva mai, lei tutte le mattine usciva per una corsa di due ore e tutti i giovedì si allontanava in macchina e passava l’intera giornata a camminare in montagna. Però nell’ultimo mese, quando lei usciva saliva all’alloggio una rossa dai capelli lunghi e, secondo il portiere, dall’aspetto volgare con vestiti scollacciati. Il giovedì veniva in moto, un chopper Harley, anni 70, indossando una aderente tuta rossastra. Quel giorno, giovedì, era venuta in moto ed era uscita di corsa, senza il casco. Rinvenimmo il casco in camera da letto, all’interno alcuni capelli rossi. Dal video di sorveglianza estrapolammo la targa della moto ed emettemmo un avviso di ricerca. Alla sera arrivò la moglie, elegante, caschetto di corti capelli castani, vestita da trekking, ai piedi scarponcini legati. Ci confermò che il coltello era il suo, al mattino lo aveva dimenticato sul tavolino all’ingresso. Le chiedemmo di poter prendere il suo DNA per escluderlo nel caso ci fosse qualche traccia sul coltello, acconsentì senza indugio. Le chiedemmo della rossa, disse di non sapere nulla, ma il marito, disse, aveva gusti particolari a letto che lei non era disposta ad accontentare, ultimamente non aveva più chiesto, lei pensava avesse rinunciato, ma forse aveva trovato una sostituta.”

Aspettai un attimo per prendere fiato, in attesa di qualche domanda, la vecchina si materializzò al mio fianco, sul vassoio d’argento un bicchiere di soda. Lui si chinò e comparve una bottiglia di bourbon ed un secondo bicchiere. Sentii un borbottio di rimprovero, comunque mi versai una abbondante dose di liquore.

“Mentre cercavamo la moto mi recai a parlare con la prima moglie per sapere qualcosa sul passato meno recente della vittima. Non sembrava dispiaciuta, disse che era stata liquidata in un’unica soluzione, in quanto fedifraga. Disse che aveva vissuto con un orso, dal mattino alle sei alle ventitré chiuso in ufficio. Mi disse che era noiosissimo, tanto nella vita quanto a letto. Solo cambiare posizione lo metteva in crisi, figuriamoci delle fantasie o un’amante, poi disse che erano passati dieci anni, magari era cambiato.”

“La moto risultò essere intestata alla vittima, acquistata con i soldi provenienti dal suo conto. Dallo stesso conto veniva pagato l’affitto di un appartamento nella zona e venivano fatti dei prelievi da un vicino bancomat.  La videocamera di sicurezza dell’ATM aveva a più riprese immortalato una rossa dai capelli lunghi e dal trucco pesante. Una perquisizione dell’alloggio fece ritrovare la tuta da motociclista, guanti e stivaletti macchiati di sangue. C’erano pochi vestiti, una valigia e la cosa più strana fornelli, frigo e posate non sembravano mai essere stati usati. Prima di noi era passata una ditta di pulizia esperta in sanificazioni, ma anche così era strano non trovare impronte digitali utili. La moto era nel garage, La scientifica trovò dei capelli rossi nello scarico della doccia, ma non nel lavandino e di nuovo cosa strana, nessuna briciola o altri capelli nel resto della casa. Provai a chiedere nei negozi del vicinato, ma nessuno la ricordava. Sembrava che la casa non fosse stata vissuta, ma usata solo come spogliatoio.”

Bevvi un sorso ed attesi dei commenti, ma solo gli occhi sembravano attenti, il resto del corpo era abbandonato, come svuotato di qualunque energia.

“Qui arriva l’inghippo, arriva il risultato del DNA, i capelli rossi sono tinti e il loro DNA è identico a quello della moglie, che era stato usato come confronto. Il procuratore, lo stesso che un anno prima aveva perso la causa con lei, parte in quarta e me la fa arrestare. Nel momento di inserirla nel sistema salta fuori che il suo DNA era già in archivio sotto un altro nome. Una condannata per spaccio di droga e prostituzione, rea rilasciata da meno di due mesi. Stesso luogo e stessa data di nascita. A quel punto interrogo i genitori dell’accusata che mi confermano che è stata adottata, ma che lei non lo ha mai saputo. Dagli archivi salta fuori una gemella omozigote dalla vita travagliata, multipli affidamenti, mai adottata definitivamente. Espulsa dalla scuola, alcune condanne minorili secretate fino all’ultima condanna. In carcere aveva detto di sapere di una gemella e che aveva scoperto che faceva la bella vita, ci avrebbe pensato lei a rendergliela meno bella. Quando era uscita aveva dato come indirizzo per l’agente di sorveglianza quello di una sua ex compagna di cella, ma questa era morta di overdose un mese fa, alcuni vicini si ricordavano di una rossa dai capelli lunghi, ma né loro, né l’agente sapevano che fine avesse fatto. A quel punto l’indagata viene rilasciata ed intenta una causa milionaria per arresto e detenzione ingiustificata.”

“E’ per questo che insistete sul caso?”

“Questo per quanto riguarda i miei superiori e la procura, io perché sono convinto che ci sta facendo fessi. Ho controllato la macchina di Lei e risulta essere sempre stata nel parcheggio, ma potrebbe essere tornata in moto e poi a piedi di nuovo al parcheggio, sono solo quindici chilometri, lei è ben allenata ed il tempo c’era. Fino a due mesi fa aveva lunghi capelli castani, poi mentre era via li ha tagliati cortissimi, dice che non aveva tempo di andare dal parrucchiere, ora li porta ancora corti, ma avrebbe potuto fare coi suoi capelli una parrucca di capelli lunghi rossi. Ho indagato sull’overdose dell’amica, niente di particolare una massiccia dose di oppiacei. A casa sua nessuna traccia.”

“Se fossi io ad indagare cercherei il posto dove poteva procurarsi degli oppiacei e poi cercherei tra le morti analoghe nello stesso periodo nelle vicinanze.”

Prese un libro e si mise a leggere, raccolsi le mie cose e tornai alla macchina sotto lo sguardo di disapprovazione della vecchina, avevo dimenticato le pianelle.

Incominciai a sentire tutti i medici di amici e parenti della indagata, per vincere la loro riluttanza a dirmi se qualcuno faceva uso di medicinali a base di oppio, mi facevo precedere da una telefonata del procuratore. Dopo molto cercare riuscii a trovare un medico che molti anni prima aveva prescritto degli antidolorifici al padre dell’indagata, un trauma mentre era in vacanza, all’epoca non erano ancora classificati come droga, lo avevano fatto solo dopo alcune overdosi, per cui essendo in vacanza per ancora diverso tempo gliene aveva prescritto una discreta dose. Se assunti con alcoolici, potevano essere letali.

Vagliammo tutte le morti per overdose da oppiacei nei due mesi precedenti all’omicidio e finalmente arrivammo ad un nome. Una ragazza che era stata trovata morta in un parco era stata riconosciuta dalla patente anche se vecchia e scaduta, era intervenuto l’avvocato di famiglia che aveva provveduto al riconoscimento definitivo, alla cremazione ed all’invio delle ceneri alla famiglia. Sentii la famiglia e scopersi che l’avvocato in questione era l’indagata, quando era alle prime armi si era occupata della ragazza per conto della famiglia, dopo un coma etilico l’aveva fatta ricoverare in un centro per le dipendenze.

Mi sentii sconfitto i dati anatomici dell’autopsia erano compatibili, ma in assenza di un riscontro del DNA non c’era possibilità di accertare inconfutabilmente che il corpo era quello della gemella scomparsa. Potevo solo aggiungere un’altra prova indiziaria dimostrando che la patente ritrovata sul cadavere era nella disponibilità dell’indiziata, ma come fare dato che la presunta vittima aveva rotto da quasi vent’anni con la famiglia e non aveva dato più sue notizie. Il suo nome non risultava nel casellario giudiziario, né era presente sui social, poteva aver cambiato nome, ma poteva essere anche morta. Comunque mi recai al centro di disintossicazione, quando vidi quei cubi bianchi spersi nella brughiera le mie speranze scemarono e dopo l’accoglienza professionale, ma algida scomparvero.

Per un colpo di fortuna la direttrice era ancora la stessa, mi si riaccese un briciolo di speranza, quando entrai nel suo ufficio aumentarono: dietro una scrivania piena di carte in disordine mi sorrideva una faccia giovanile con due amabili trecce grigie infiocchettate, profondi occhi azzurri dietro le lenti, un abbigliamento casual, camicetta e jeans, ma soprattutto pareti coperte di fotografie con dedica di ragazzi e ragazze. Venni così a sapere che la ragazza non era una alcolista, proveniva da una famiglia severissima, terza di sette figli educati in maniera autoritaria e bigotta. Niente feste, niente amici o relazioni, niente alcol o fumo, una vita quasi monastica passata tra studio e preghiere. Quando maggiorenne aveva lasciato la casa era impreparata alla vita ed a una festa aveva esagerato. La famiglia l’aveva fatta ricoverare e bandita, la povera ragazza si era attaccata al personale della clinica ed in particolare alla direttrice, tanto che era diventata madrina dei suoi figli. Mi accompagnò a casa della donna ormai adulta, una bella donna, gentile, con un bel sorriso, ma forse il mio giudizio fu influenzato dal fatto che ero euforico: L’AVEVO INCASTRATA.

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