Stavo tornando a casa da Malpensa, gli occhi mi bruciavano tremendamente nello sforzo sia di tenerli aperti, dopo un volo intercontinentale soffro sempre la differenza di fuso orario, sia nel tentativo di scorgere il ciglio della strada, erano solo le sei e mezzo ma la nebbia era fitta come non mai. I fari della macchina illuminavano un muro bianco, la strada sembrava deserta, dovevo aver sbagliato strada all’ultimo incrocio, aprii lo zip del maglione di pile e passai il dito nel colletto della dolcevita di cachemire, il riscaldamento dell’automobile finalmente incominciava a sciogliere il gelo che aveva invaso la macchina abbandonata per giorni in un piazzale, ma come sempre accade in questi casi il passaggio dal freddo al caldo era stato repentino facendomi sudare. Dovevo fermarmi, non riuscivo più guidare, vidi uno spiazzo e mi fermai, ero davanti ad un villotta come ce ne sono tante nei paesi della zona, le luci erano accese, chissà se mi potevano indicare … toh ecco spuntare tra la nebbia una insegna Albergo Miramonti, sembrava proprio una felice combinazione, volevo un albergo ed eccolo! Scesi dalla macchina, presi la valigia e mi diressi al banco del concierge lungo una passatoia rossa, sul bancone di legno troneggiava un campanello, suonai ed il rumore risuonò per tutta la casa. Dopo pochi minuti apparve un giovanotto magro vestito di nero, dal volto pallido incavato e dalle occhiaie profonde, i capelli erano lucidi e tirati all’indietro. “Desidera?”
“Avrei bisogno di una camera per questa notte, non riesco più a guidare con questa nebbia.”
Il giovanotto mi guardò con un’aria di disgusto.
“Abitualmente non accettiamo clienti di passaggio, ma data l’eccezionalità della situazione faremo una eccezione. Venga l’accompagno in camera.”
Staccò una grossa chiave con attaccato un enorme pezzo di legno su cui spiccava laccato di rosso il numero 17 e mi fece strada su per le scale.
Le luci erano fioche, da numerose applique delle lampadine a tortiglione, a simulare la fiamma, spandevano un fioco baluginio che permetteva a mala pena di intravedere il percorso. La stanza era spaziosa con un ampio letto, molto alto e con uno spesso materasso.
“Il bagno è in fondo al corridoio.”
Il mio accompagnatore mi squadrò con aria di disapprovazione e si soffermò un attimo a fissare il mio maglione dai colori sgargianti.
“Si cena alle otto, ma devo avvertirla che noi richiediamo ai nostri ospiti giacca, camicia e cravatta per scendere a cena.”
“Meno male che ho tutto in valigia, muoio di fame e mi sarebbe spiaciuto saltare la cena o corrompere le vostre abitudini.”
Cercavo di essere spiritoso, ma non un sorriso illuminò quel triste viso, cercai dei soldi in tasca, ma prima che li trovassi si era già volatilizzato nel nulla con passo silenzioso. Mi cambiai e scesi nella hall dove insieme al portiere trovai un enorme prete con il tradizionale sottanone nero, lo guardai meravigliato.
“Giovanotto come mai è così sorpreso di vedermi … ah è per l’abito… lei deve essere di città, so che lì i preti vanno vestiti con il cler…men, non so nemmeno come si chiami, ma vedrà è una moda passeggera presto tutti torneranno alle vecchie usanze.”
“Don Gianni è il nostro curato, spesso ci onora della sua gradita presenza a cena.”
“E la loro cucina è formidabile, soprattutto nei giorni di magro, cosa c’è questa sera?”.
“Minestrone di verdura, trota spaccata al burro e torta di mele.”
Mi ricordai che era venerdì e mi tornarono in mente le usanze di quando ero bambino, si di venerdì si mangiava pesce o forse era in quaresima, no non dovevamo ancora essere in quaresima, che confusione.
In attesa dell’ora di cena mi misi a girellare per la hall, alle pareti erano appese delle stampe di carrozze e antiche automobili, dietro un angolo vidi uno stanzino con alcune sedie ed un televisore anni cinquanta. Mi si era avvicinato il portiere e cogliendo il mio sguardo si sentì in dovere di informarmi.
“Eravamo decisamente contrari ad avere un televisore, ma alcuni clienti ci tenevano a vedere lascia e raddoppia.”
“Ha qualche anno eh?”.
L’uomo in nero mi guardò col suo sguardo triste e sembrò non capire cosa avessi detto, era un tizio proprio strano.
“Se vuol seguirmi, è ora della cena.”
Anche in sala da pranzo la luce era fioca, al centro della sala c’era una magnifica stufa di ceramica che carica di legna sibilando diffondeva un piacevole tepore, una piattaia carica di piatti e bicchieri ornava una parete, sulle altre quadri con scene di caccia, i tavolini erano apparecchiati con tovaglie di fiandra color cru, piatti di Richard Ginori con una sottile filettatura dorata sul bordo, pesanti posate di argentone e su quelli degli habitué troneggiavano le bottiglie di vino con segni che indicavano da un giorno all’altro i vari livelli di consumo. Fui accompagnato ad un tavolino d’angolo, vidi una caraffa d’acqua già preparata.
“Potrei avere dell’acqua gassata?”.
Venni fulminato da uno sguardo di rimprovero.
“Noi siamo contrari all’uso i quelle polverine che rendono l’acqua effervescente.”
Decisi di non polemizzare e mi sedetti a veder entrare la tribù degli ospiti abituali.
Per primo entrò un signore alto dinoccolato con due enormi baffi a manubrio, mi guardò sorpreso e rispose seccato al mio gesto di saluto, dopo poco fu raggiunto dal prete che l’apostrofò con un roboante “Sera colonnello!”
Poi entrò una signora vestita di nero con i capelli cotonati che sembrava il ritratto di Petronilla del Corrierino dei Piccoli, insieme a lei una ragazza con un vestito scampanato a fioroni ed un ragazzino con i pantaloni corti, al ginocchio con due bottoni di lato, i cosiddetti pantaloni all’inglese, tutti mi guardarono con curiosità.
“Mamma guarda che capelli lunghi e che colore la cravatta.”
“Zitto e siediti.”
Mi toccai sulla nuca, io i capelli li avevo sempre corti, poi osservai che tutti gli altri ospiti maschi avevano la sfumatura alta, anche il giovanotto con la giacca di tweed a quadrettoni che stava entrando zufolando ‘questa piccola serenata’.
“Eh questi cantanti moderni, certo che quelli di una volta…”
Il colonnello doveva essere proprio retrò se amava così la musica degli anni cinquanta.
Don Gianni si schiarì la voce baritonale incrociò le dita delle grandi mani e cominciò a pregare in latino, doveva proprio essere un redivivo Don Camillo appena uscito dalla penna di Guareschi. Tutti ascoltarono in profondo silenzio e accompagnarono la fine delle preghiere con un tonante amen.
Non era possibile, una cameriera con grembiulino e crestina passò tra i tavoli con su un carrellino una enorme zuppiera da cui versava mestolate di minestrone di verdura nei piatti, cose d’altri tempi, anche il minestrone con i suoi pezzettoni di verdura era buono come quello di altri tempi.
Durante il pasto afferrai alcuni brani di conversazione, la ragazza disse alla mamma “Sai si è comprato la seicento…” intanto sorrideva al giovanotto che gli faceva gli occhi dolci.
Petronilla si sporse verso il tavolo vicino.
“Colonnello, dicono che quest’anno presenterà il festival di San Remo Mike Buongiorno.”
“Sarà, ma per me il migliore in assoluto rimane Nunzio Filogamo.”
Il colonnello doveva essere un inguaribile nostalgico.
La torta era deliziosa avrei volentieri accettato di fare il bis propostomi, ma gli occhi mi si stavano chiudendo dal sonno, salutai e mi diressi verso la mia camera, sentii distintamente gli occhi di tutti seguirmi e forarmi la schiena.
La camera era fredda, i vetri erano brinati dall’interno, cercai il radiatore, ma non c’era. Controllai bene, in un angolo della stanza c’era un catino con degli asciugamani e nient’altro. Cercai nel comodino una stufetta, ma trovai solo un pitale smaltato. Le coperte erano sollevate controllai e scoprii che erano sostenute da un archetto per non venire a contatto con uno scaldaletto pieno di brace, nello scostare le coperte sentii le lenzuola talmente umide da sembrare bagnate. Decisi di non spogliarmi, posai la giacca sulla poltroncina di fianco al letto, allentai il nodo della cravatta, sbottonai il colletto della camicia e mi infilai nel letto.
Mi svegliai sentendo bussare al vetro della macchina, era un agente della stradale.
“Qualcosa che non va? Favorisca la patente.”
“No, grazie, mi sono fermato per un colpo di sonno.”
“Le conviene non dormire in macchina con questo freddo, c’è un motel dieci chilometri più avanti.”
“Ma…”
Guardai la villotta, l’insegna era sbiadita, un’anta pendeva disarticolata, la facciata era tutta scrostata.
Nel restituirmi i documenti l’agente colse il mio sguardo.
“Si, negli anni cinquanta era un albergo rinomato, ma poi fu abbandonato. Nessuno vuole comprare questa casa, in paese dicono che sia abitata.”
“Che stupidaggini, ma come si fa a credere ancora ai fantasmi nel terzo millennio!”
Tirai su il finestrino con un cenno di saluto, rimisi la patente nella tasca della giacca, mi abbottonai il colletto della camicia, strinsi il nodo della cravatta e partii alla ricerca di un albergo.